Dopo  Strange Circus e Exte – Hair Extensions abbiamo visto un’altra pietra miliare della complessa cinematografia di Sion Sono: The Room. Vincitore del gran premio della giuria al Tokyo Sundance Film Festival del 1992, il film racconta la tragica storia di un serial killer in pensione alla disperata ricerca di una stanza dove trascorrere gli ultimi atti della sua vita. Dopo una vita dedicata alla morte e all’orrore senza nessuna compassione, il serial killer si risveglia in una mattina assolata con una coscienza, con una consapevolezza di tutto il dolore causato nel corso della sua esistenza. Tra sussurri, inquadrature fisse e infiniti viaggi, il serial killer finalmente troverà quello che cerca, la pace interiore, accompagnata da uno sparo e inevitabilmente riflessa nella sua morte.

Sviluppato come un’ infinita successione di piani sequenza alternati, The Room si presenta nei confronti del pubblico e della critica come uno dei film più complessi e significativi di questo geniale regista giapponese. Oltre ad essere un film totalmente al di fuori di qualsiasi dimensione temporale (è stato girato nel 1992 ma potrebbe essere benissimo un film del 2011), The Room dimostra la grande capacità di sperimentare di Sion Sono, qui alle prese con un film totalmente diverso rispetto alle opere precedentemente recensite. Pur sviluppando un’opera statica e indiscutibilmente ripetitiva, Sono riesce ad emozionare lo spettatore, portandolo nell’avvilente universo di questo triste serial killer, un uomo solo senza nessuna speranza o emozione. Tra voci che sono un semplice sussurro e un audio volutamente asincrono, il film procede lento e inesorabile, scandendo minuto per minuto questa disperata e logorante ricerca del posto dove morire. Al protagonista non interessano bagni spaziosi, negozi o decorazioni, l’unica cosa su cui si dimostra assolutamente intransigente è la vista, che deve essere mozzafiato. Sono concentra gran parte delle riprese del film sugli sguardi dei due protagonisti, sguardi pieni di tristezza e sensi di colpi, sguardi privi di qualsiasi cenno di vita: in una delle battute finali del film il serial killer sostiene di voler trovare una stanza uguale agli occhi della giovane ragazza dell’hotel, ovvero una stanza vuota, spoglia di qualsiasi orpello e priva di qualsiasi emozione.

A caratterizzare pienamente The Room come un tipico film di Sion Sono non sono né la sua geniale ironia né la sua indiscutibile visionarietà, qui purtroppo assenti, ma la sua grande capacità di disturbare lo spettatore: pur non parlando di incesti come in Strange Circus o di traffico di organi come in Exte: Hair Extensions, Sono riesce ad essere pienamente disturbante attraverso la ripresa introduttiva del film, una ripresa fissa sulla indicazione dell’hotel che in modo geniale fa anche da titolo dell’ opera. Lo spettatore di fronte ad una ripresa di cinque infiniti minuti, fissa su un’ indicazione stradale accompagnata da un fischietto stonato, e non può non fare a meno di sentirsi scosso e disturbato perché viene inevitabilmente gettato a capofitto nel surreale mondo di Sion Sono, un mondo in cui l’elemento disturbante ha sempre avuto e sempre avrà un ruolo di primo piano. Sono gioca con i suoni, con l’assenza di musica e dialoghi, con il rumore di tacchi della giovane protagonista, costruendo un’opera che più che un film è arte visiva, una sorta di esperienza trascendentale che ogni spettatore vivrà a modo suo a seconda del background avuto nel corso della vita. In conclusione Sion Sono realizza con questo interessante The Room un esperimento cinematografico di forte impatto che tutti dovrebbero vedere almeno una volta per comprendere la forte influenza di questo incredibile regista giapponese su gran parte della cinematografia sperimentale attuale.