Dopo aver visto il suo spettacolo al Teatro Due di Roma, Newscinema l’ha voluta incontrare: lei è Carlotta Corradi, giovane regista teatrale laureata al D.A.M.S. di Roma, dagli occhi grandi per scrutare più a fondo la realtà della società moderna, soprattutto quella che riguarda la donna. Dopo la gavetta come aiuto regista di Thomas Otto Zinzi, sebbene follemente innamorata del teatro, Carlotta decide di andare negli Stati Uniti, dove studia “Digital filmaking” alla New York Film Academy: è ormai pronta per creare una sua identità registica, lontano dall’ala protettiva del suo mentore Zinzi. Sceglie allora la realizzazione del documentario, per poter rivedere i suoi lavori e correggersi. Tornata in Italia, grazie anche alla proposta di Claudia Mei Pastorelli, Carlotta si ributta a capofitto nel teatro e da lì in poi, determinata e piena di contenuti, le mette a segno tutte, con l’obiettivo di dare vita ad un teatro più vicino al pubblico moderno. Insomma il contrario di tante giovani donne, che fanno a meno della profondità e della sensibilità in nome di soldi e carriera. Non per niente Carlotta preferisce lavorare nell’ambiente teatrale, “In cui- dice lei- “ritrovo, al contrario del cinema, quel rapporto sacro, che si crea tra regista ed attore, nel momento della direzione. Il cinema mi piace molto, ma più da spettatrice”.

Da dove nasce la tua passione per la regia e cosa significa per te dirigere?

Carlotta Corradi: Non sono figlia di teatranti, i miei genitori fanno dei mestieri artistici, quindi credo di poter definire questa mia passione come una propensione caratteriale: mi piace vedere i cambiamenti degli interpreti, in base alle istruzioni che do loro. Secondo me il mestiere del regista in generale si sostanzia nel riuscire ad orchestrare bene tutti gli aspetti dello spettacolo (interpretazione, luci, costumi, musiche, ect.), più nel particolare quando lavoro, cerco costantemente di trovare una mediazione fra tirare fuori il meglio che un attore può dare e come voglio che una battuta o un testo siano interpretati.

La Compagnia Quattroquinte, che dirigi, come nasce e perché.

C.C. : Nasce a causa di un problema di natura amministrativo- produttivo, quando nell’Ottobre del 2008 stavo per portare in scena The Women con il sostegno di una produzione, che ad un certo punto si disse intenzionata a mollare il progetto. Insieme alla mia attrice di punta, Claudia Mei Pastorelli, e ai nostri fratelli, abbiamo fondato l’associazione , per sbrigare indipendentemente tutta la parte burocratica, che ruota attorno ad uno spettacolo teatrale. A breve entrerà a far parte dell’associazione anche Charis Goretti, diventata imprenditrice per amore del teatro. Grazie alla sua preziosa collaborazione nell’ambito burocratico, io potrò dedicarmi a tempo pieno alla regia dei miei spettacoli!

La tua compagnia promuove un teatro dal linguaggio moderno: la trovata della sigla iniziale in Lipstick, fa parte del tuo teatro moderno?

C.C. : Certamente. Ecco, per me il linguaggio teatrale moderno è quello che si rende conto del cambiamento del pubblico cui si dirige, esposto ad una vasta gamma di linguaggi diversi dal teatro tradizionale e che per questo ha una soglia di attenzione minore, rispetto a prima. La recitazione tradizionale mi è sempre sembrata una cosa antica. Il mio lavoro ha lo scopo di far capire alle persone che generalmente non vanno a teatro, quanto invece sia bello. Escamotage come quello della sigla credo che aiutino a raggiungere l’obiettivo.

Quali sono i film e i registi che influenzano il tuo lavoro?

C.C. : Un film su tutti è Kissing Jessica Stein, del 2001 e diretto da Charles Herman-Wurmfeld, a cui mi sono ispirata quando ho scritto Lipstick, tanto che alcune battute del film le ho poi inserite nel mio testo come omaggio. Il cinema di Almodóvar mi piace molto e lo seguo con una passione tale, che ormai fa parte di me, perciò delle minime influenze sono presenti anche in Lipstick, come ad esempio i colori caldi, l’attenzione per l’universo femminile. Adoro anche il cinema surreale, una conseguenza ne è l’esagerazione nella rappresentazione della madre di Bianca (Elisa Alessandro), interpretata da Paola Sambo.

La tua regia riesce a creare un’atmosfera intima, colorata, in una parola calda. Come riesci a crearla?

C.C. : Ogni volta che preparo uno spettacolo, cerco di creare con il cast e il gruppo di lavoro un clima sereno e dei rapporti speciali. Ad esempio, prima di andare in scena abbiamo dei nostri riti particolari. L’affiatamento che costruiamo dietro le quinte, si riproduce quindi automaticamente sulla scena. Certo, anche le attrici sono state bravissime a ricrearlo, però dico che se ti piace vivere in un certo tipo di atmosfera, tendi a ricrearla sempre.

In Lipstick c’è un mix di commedia esilarante e dramma quasi da incubo, come riesci a mantenere l’equilibrio fra i due opposti?

C.C. : Trovare il momento comico nella tragedia è un’altra mia tendenza caratteriale. Secondo me nelle tragedie c’è sempre un qualcosa di comico, che lì per lì, presa dall’atmosfera generale non noti, ma che a distanza di tempo al solo ricordo ridi. Per ciò che riguarda l’equilibrio tra i due momenti in Lipstick, sta allo spettatore trovare l’equilibrio che ritiene più giusto, il mio è dentro di me. Ad esempio il personaggio della madre di Bianca per me ha una forte valenza tragica, dice e fa delle cose terribili, ma si colora di comicità per gli spettatori e lo comprendo.

In Lipstick presenti tre punti di vista femminili differenti, tu a quale ti senti più vicina?

C.C. : In tutti e tre i personaggi c’è qualcosa di me, come Bianca (Elisa Alessandro) ad esempio vado matta per il rosa e il suo monologo, che chiude lo spettacolo, mi rispecchia profondamente. Di Elena (Claudia Mei Pastorelli) condivido molte frasi, la differenza fra me e lei è che quando parla è molto più cinica di me, io spesso preferisco tacere. Il personaggio di Silvia (Paola Sambo),madre di Bianca, è ispirato ad alcuni atteggiamenti delle madri delle mie amiche e con lei ho in comune forse la mania di controllo!

Ho notato che ti affascina l’analisi della società borghese. Da A porte chiuse fino a Lipstick, cosa sei riuscita a capire e su quali punti hai mutato o confermato la tua visione?

C.C. : Non è mutato molto. Continuo a mettere in scena e scandagliare la borghesia, perché mi stupisce come determinati atteggiamenti possano ancora esistere e siano così difficili da scardinare. Sento particolarmente mia una frase di A porte chiuse, la mia prima regia realizzata nel 2007 sull’omonima opera di Sartre, “L’inferno sono gli altri”: per me si riferisce a quei genitori che riversano aspettative enormi sui figli. Ma non solo, come pensiero mi condiziona, infatti non faccio altro che giustificarmi con gli altri per ogni minima cosa che io faccia.

Nello stesso periodo in cui andava in scena Lipstick al Teatro Due, al Quirino Timi portava in scena il suo spettacolo Favola, simile al tuo per la presenza dell’elemento surreale, i temi femminili ed il mix tra commedia e dramma. Sei andata a vederlo?

C.C. : Ne ho sentito parlare e sarei voluta andare a vederlo, ma purtroppo lavoravo. Se lo riproporrà, non me lo lascerò sfuggire.

Come hai curato la scelta dei costumi, delle luci e delle musiche del tuo spettacolo?

C.C. : Mi sono affidata a persone capaci, quali : Silvia Nurzia , che ha lavorato instancabilmente per creare i bellissimi costumi che abbiamo avuto, dando ad ogni sfumatura caratteriale del personaggio un colore e un cambio diverso e recuperando del materiale di repertorio; Radiosa Romani, che ha composto delle musiche originali stupende, associando ad ogni momento o carattere uno strumento diverso e a Maximiliano Lumachi, indispensabile per il disegno luci, che mi ha poi insegnato a riprodurre da sola. Quando ho un gruppo di lavoro del genere, do fiducia e il lavoro viene da sé.

Puoi darmi qualche anticipazione dei tuoi prossimi progetti?

C.C. : La prossima primavera porterò in scena il mio adattamento di The Women, scritto da Clare Boothe Luce nel 1936, al Teatro dell’Angelo. Rispetto all’allestimento del 2008 cambieranno molte cose, poiché mi sento cresciuta ed ovviamente cambiata. Anche il cast sarà formato per metà da attrici nuove. Con The Women  ho a che fare con un gruppo di lavoro di ben venticinque donne, e confesso che mi risulta più difficile ricreare l’affiatamento che avevo raggiunto in Lipstick, però la grande passione che ho per il teatro mi aiuta sempre a trovare la strada giusta.

Per la prossima stagione invece ho scritto un nuovo testo, tra l’altro premiato al concorso La Mia Poetica indetto dall’atcl-Lazio per i drammaturghi under 35, che mi ha molto appassionato e coinvolto. La versione breve che ho presentato al concorso si intitola Via dei Capocci, mentre a  quella lunga, che porterò in scena, ho dato provvisoriamente il titolo di Le puttane non piangono. Scriverlo è stato catartico: ambientato fra gli anni ’50 ed oggi, parla di una donna anziana, romanaccia, ex prostituta, oggi maîtresse di un bordello ed usuraia.

Domanda cinefila: il titolo del tuo film preferito?

C.C. : Tutto su mia madre, di cui ho visto anche la messa in scena a Londra e Roma lo scorso anno, sicuramente è nel mio cuore, ma mi è piaciuto molto anche Dogville di Lars von Trier. Dei più recenti mi ha colpito molto The Artist.

 

Grazie a Carlotta Corradi.