Un piccolo paese di pescatori della Normandia, duro, isolato, quasi sospeso ne tempo. Un uomo e una donna si incontrano attraverso un annuncio. Angèle, una giovane donna che uscita dal carcere vuole rifarsi una vita, e riottenere l’affidamento del figlio. Tony, un pescatore in cerca di una relazione, sincera, che vive con sua madre dopo la scomparsa del padre. Non una storia, ma due personaggi, le loro solitudini, le paure, e il microcosmo di una comunità di pescatori, che vive in un isolamento arcaico.

Pochi elementi, attraverso i quali Alix Delaporte fa crescere il proprio film. Una pellicola più facile da paragonare ad una pianta più che ad una costruzione artificiale, per come procede la narrazione. Con sguardo disincantato la regista segue il difficile reinserimento di Angèle nella società, un tentativo fatto di ingenui sotterfugi, da cui emerge il ritratto di una creatura indifesa e spaventata. Dall’altra parte un uomo ruvido, spaventato forse, e solo, e una comunità chiusa, diffidente.

Ma lentamente, con i tempi propri di una piccola realtà, Angèle viene accolta, e sarà proprio questa lenta apertura a creare l’atmosfera adatta per far nascere qualcosa tra i due protagonisti. Una storia d’amore concreta, realistica, forse poco cinematografica, che nasce dall’incontro di due solitudini, non da un sentimento reciproco ma da esigenze, bisogni concreti. Un film cresciuto giorno per giorno, come dichiara l’autrice stessa, sul set, con gli attori, con un grande attenzione alle emozioni dei personaggi. L’approccio asciutto e delicato dalla Delaporte, così attento all’intimità dei silenzi dei personaggi, restituisce sullo schermo la dimensione reale dei sentimenti.