Al Biografilm 2017 è stato presentato in anteprima La Principessa e l’Aquila, l’opera prima di Otto Bell che arriverà nelle sale italiane il 31 Agosto 2017, distribuito da I Wonder Pictures. Aisholpan è una bambina di tredici anni che ha il sogno di diventare un’addestratrice di aquile, seguendo le orme del padre e del nonno. La sua comunità nei pressi dei suggestivi Monti Altai non permette alle donne di praticare questa attività, ma lei è una voce fuori dal coro e non si arrende, lottando per la passione che le scorre nel sangue.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare a Bologna il regista inglese che ci ha parlato della realizzazione di questo docufilm emozionante e originale, reso possibile dalla determinata e tenera protagonista e la sua famiglia, di umili origini ma un grande cuore.

Hai instaurato un rapporto di fiducia con Aisholpan? Come è andata quando sei arrivato in Mongolia per la prima volta?

Ho avuto molta fortuna, sono arrivato e ci siamo seduti tutti intorno ad un tavolo per bere un tè insieme e io ero molto nervoso ed emozionato. Ho detto subito di voler realizzare un film sulla bambina e il padre è saltato sulla sedia dicendomi che in quello stesso pomeriggio sarebbero andati a rubare un aquilotto dal nido sulle pendici di una montagna e mi ha chiesto se volevo andare a filmare questo avvenimento. Io avevo immaginato che il primo pomeriggio avrei ripreso la bambina che passeggiava semplicemente per qualche minuto, ma mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto e quello è stato il primo giorno di riprese.

Come dicevo prima ho avuto fortuna perchè di solito quando si fa un documentario si arriva tardi alla festa e si è costretti a ricorrere ad una serie di espedienti per spiegare in modo retrospettivo quelle che sono le motivazioni che hanno portato alla realizzazione del documentario, ricorrendo ad immagini di archivio, ad interviste realizzate poi a posteriori. Invece qui lo sviluppo di questa storia che è quasi una fiaba avviene in tempo reale e mi ha offerto la possibilità di seguire la bambina cronologicamente nel suo modo di diventare l’addestratrice di aquile.

Otto Bell e Aisholpan

Aisholpan ha due lati che vediamo in modo chiaro nel film e che mi stava a cuore mostrare: da una parte è una ragazzina di tredici anni come tante altre che ha voglia di passare il tempo con le amiche, fare shopping e pattinare sul ghiaccio, ma ad un certo punto scatta qualcosa e viene fuori la donna che sta diventando, molto forte e determinata nei suoi sogni. Ora vuole diventare un medico e non accetta un no come risposta.

Ma tu la senti ancora?

Ormai loro sono come una seconda famiglia per me, il prossimo mese Aisholpan verrà al mio matrimonio in Inghilterra se riuscirò a farle avere il visto. Insieme abbiamo girato tutto il mondo, ha visto per la prima volta con me l’Oceano, siamo stati a New York, Dubai, Toronto e tanti altri posti. Quando il film ha riscosso un grande successo al Sundance abbiamo deciso di dare alla loro famiglia una parte dei profitti del film, creando un fondo per l’istruzione di Aisholpan che vuole studiare medicina e noi gli daremo modo di diventare chirurgo.

Come hai girato questo film tecnicamente, visto la difficoltà di alcune scene?

Tutto è stato possibile grazie alla tecnologia, eravamo sì e no tre persone in tutto come troupe, a volte due, ma grazie alla tecnologia ho potuto dare giustizia al paesaggio e ai meravigliosi personaggi. Cinque anni fa non lo avrei potuto fare in questo modo, ci ho investito i risparmi di una vita, 100 mila dollari. Ho potuto contare sul mio collaboratore di sempre, il direttore della fotografia che è una sorta di MacGyver ed è riuscito a costruire un’asta telescopica lunga 9 metri e quindi come l’albero di una barca a vela che si ripiega e sta in una sacca di un surf, e in un attimo si può estendere per fare delle riprese.

Quanto tempo siete stati in Mongolia per le riprese?

Ho fatto 6-7 viaggi nell’arco di 9 mesi anche perchè dovevo fare un lavoro quotidiano che mi permettesse di avere i soldi per poter fare il viaggio successivo e, naturalmente, eravamo vincolati allo svolgimento della sua storia. Lei stava per partecipare al festival delle aquile e dovevamo andare, o la prima volta che è andata a caccia di inverno dovevamo andare per filmarla. Quindi il suo piano di attività praticamente ha dettato il nostro. Però ero anche consapevole di essere un uomo in compagnia di altri due uomini, spesso sudati, che dovevano avvicinarsi ad una ragazzina di 13 anni in una comunità molto conservatrice.

Quindi mi sono fatto concedere un prestito con tasso di interesse salatissimo dalla mia banca per poter retribuire un’amica, una Direttrice di Fotografia molto brava che ha molta esperienza e ha fatto molti viaggi in Mongolia, e sapeva come avvicinare certe realtà. Infatti ha passato con la famiglia tre settimane.

Come avete ripreso la scena della cattura dell’aquilotto sulla montagna?

Non eravamo pronti, il cameraman aveva paura dell’altezza e eravamo preoccupati per Aisholpan. Di solito non amo molto le GoPro ma ne avevo una nello zainetto in quel momento, ed è stata molto utile. Il montatore poi ha fatto un ottimo lavoro a mettere tutto insieme.

Aisholpan cosa ha fatto dopo il film? Sogna un’altra vita? Ha altri sogni?

Non vuole andare ad Hollywood, ma il film al Sundance è stato stupendo e mi ha sorpreso come è stato apprezzato da pubblico e critica. Aisholpan vuole fare il chirurgo, e sta frequentando un liceo molto buono lì in Mongolia, ha imparato l’inglese molto bene, e la sua famiglia è sempre lì. Non credo che sia interessata a vivere a Los Angeles o cose simili.