Non appartengo a coloro che credono (sono quasi cinquant’anni che lo si ripete, ma dura ancora!) che l’avventura dell’avanguardia sia un mondo chiuso, con date precise, con un inizio e una fine. E ancora meno credo che un artista o una cultura, una volta raggiunta una certa maturità, passino necessariamente da uno spirito di inquietudine a uno spirito di ricostruzione, e che ormai non ci resti che contentarci di ciò che abbiamo, e di mettere semplicemente un po’ di ordine in tutto questo”.

È morto lunedì scorso, il 6 febbraio, nella sua amata Barcellona, Antoni Tàpies, pittore spagnolo tra i massimi esponenti dell’Informale internazionale. Era nato ottantotto anni fa, era il 13 dicembre del 1923, nella città catalana ed era stato uno dei primi, nel 1948, ad aderire al Dau al Set, il movimento spagnolo di arte informale, fondato da Joan Brossa, che seppe rivisitare il dadaismo, l’iperrealismo, il surrealismo e l’esistenzialismo in una chiave del tutto nuova. E pensare che Tàpies inizialmente si era dedicato agli studi di legge, ma, nel 1945, rimase profondamente affascinato dal surrealismo di Mirò. Fu da allora che il pittore catalano si mise all’opera cercando di scoprire la potenza espressiva dell’arte. Quello che cercava Tàpies era l’altra faccia del mondo, la parte sconosciuta, misteriosa, ignota. L’opera d’arte diventava mezzo per dare forma all’informe, per mettere ordine nel caos. Le tele non erano spazi limitati e chiusi, ma si aprivano come pareti, come muri su cui disporre l’ignoto che prende finalmente forma, tanto da fare di Tàpies il “padre artistico” di Basquiat. Successivamente, la sua opera si semplificò, si ridusse in un insieme a metà tra la pittura e la scultura. Rappresentazioni scarne, linee spezzate. Un minimalismo silenzioso. Eppure l’attività artistica di Tàpies, certo, non cadde nell’oblio, anzi. È la sua città, Barcellona, a dedicargli un museo monografico che racchiude la sua carriera artistica inestimabile. Plasticismo, spazialità, vigore, energia, un’impeccabile fusione in artista tra il pittore e lo scultore, la semplicità e l’immediatezza con cui solleva la tela ad una plasmabilità scultorea.

Ha saputo trasformare in arte oggetti poveri e dismessi. È stato a sua insaputa il precursore del graffitismo. Fu uno degli ultimi “primitivi”.  Nel 1973 dichiarò: “Io sono stato catalogato nell’Informalismo, ed è un’etichetta da cui non posso sbarazzarmi. E ciò mio malgrado, perché non ho mai firmato alcun manifesto in favore di qualsiasi movimento. Ma sono scritto nella storia come un informale”. Semplicemente Antoni Tàpies.