La spinosa vicenda del Nobel, prima ignorato e poi accettato per interposta persona, ha contributo ad alimentare la leggenda attorno al nome di Bob Dylan. Nonostante ciò, nella sua carriera lunga e sterminata sono ancora tante le “trasformazioni” del cantautore non ancora veramente comprese ed inquadrate all’interno del suo percorso artistico. Jennifer LeBeau cerca di approfondire con il suo Trouble no more la musica prodotta nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, durante il quale il cantante fu accusato dai suoi sostenitori di aver cambiato stile e di aver cominciato a parlare troppo di religione e fede. Certamente affascinanti sono gli estratti dal tour di Dylan ’79-’80 presenti nel mediometraggio, che si pongono come una preziosa testimonianza di uno dei suoi periodi musicali meno conosciuti. Gli spezzoni live sono impreziositi dalla presenza di Spooner Oldham, tastierista veterano dei Muscle Shoals, e Fred Tackett dei Little Feat alla chitarra, fianco a fianco in una super band insieme a Tim Drummond e Jim Keltner.

Queste piccole perle bastano a consigliare la visione ai tanti appassionati del cantante, che potranno così godersi della grande musica eseguita da leggendari musicisti, ma certamente non a chi vuole davvero approfondire i significati di quella “rinascita cristiana” di Dylan. Trouble no more è un esperimento che si avvicina più al concetto di video-arte che a quello di cinema, come già il recente Manifesto di Julian Rosefeldt interpretato da Cate Blanchett. Ma se in quel caso il passaggio dalle esposizioni nei musei al grande schermo funzionava, a questo “documentario” manca invece la forza di comunicare le proprie intenzioni e le idee che ne hanno determinato la nascita. 

Padre Michael Shannon

I brani sono intervallati da veri e propri sermoni scritti da Luc Sante ed interpretati da Michael Shannon, che contribuiscono a creare una esperienza religiosa che, come ci ha raccontato lo stesso attore in conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma, è paragonabile a quella di una messa: prima la celebrazione di Dio con canti e suoni e successivamente il momento di riflessione con l’omelia del prete. Nelle brevi sequenze recitate emerge l’esperienza di Shannon sui palchi teatrali ed è proprio grazie alla sua bravura che questo predicatore, un po’ burbero e manicheo, riesce ad essere credibile. Michael Shannon pontifica sulla quotidianità e sulle sue ingiustizie, spesso parlando per iperbole ed esasperando i concetti come farebbe un parroco di periferia.

Ci consiglia di non mangiare cibo spazzatura così da non “sputare nel tempio del Signore che è il nostro corpo” e ci avverte del diavolo che si nasconde nella tentazione degli alcolici. Questi momenti diegetici non riescono però ad amalgamarsi bene con la componente musicale, che rimane invece qualcosa di separato e dal puro scopo documentaristico. Sembra che il legame che unisca musica e declamazioni sia chiaro solo nella mente di chi ha realizzato il documentario e non si sia lavorato affinché il vero significato di questa operazione potesse essere capito anche dagli spettatori.