Nella vasta letteratura di argomento cinematografico è sempre più difficile riuscire a districarsi nella marea di proposte editoriali attualmente disponibili sul mercato, tra monografie, retrospettive e biografie. Nonostante ciò, Il cinema secondo Hitchcock, intervista scritta di François Truffaut al maestro del brivido, resta ancora oggi, dal lontano 1966 in cui venne pubblicata, una delle opere indispensabili per tutti gli appassionati del grande schermo. Un libro fondamentale per i cineasti di oggi e di domani che, nel corso degli anni, ha rappresentato una vera e propria “finestra sul mondo del cinema” per chi si accingeva a intraprendere la strada della settima arte. Un libro che, sorvolando sugli aspetti più tecnici della produzione, si pone come un autentico trattato sul cinema e sulle forme artistiche in generale, sul valore che esse hanno per chi le crea e per chi ne fruisce. Un invito alla sperimentazione e alla curiosità di percorrere strade sempre nuove, un manifesto della “radicalizzazione” artistica, come la definirebbe Martin Scorsese, necessaria per poter imporsi nel variegato panorama cinematografico con una visione registica realmente unica e personale, che pur non trascurando la componente stilistica e narrativa non rinuncia alla ricerca della “meraviglia” nello spettatore, alla suspence e al divertimento. Riconoscendo la seminale importanza del libro, Kent Jones, direttore del New York Film Festival, decide di mettere mano alla materia letteraria per ricostruire la storica e ormai mitologica conversazione sul grande schermo cinematografico. Il libro di Truffaut merita di essere riscoperto e studiato in quanto il regista francese non si limita a una semplice intervista di circostanza ma, attraverso quella critica militante maturata grazie alle esperienze giornalistiche presso i Cahiers du Cinéma, indaga sui codici del linguaggio artistico, sulle regole superflue da scardinare e su quelle non scritte da rispettare. È per questo che il libro-intervista con Alfred Hitchcock non è solo un divertissement letterario, benché meno un semplice omaggio da parte di un celebre allievo, bensì una vera e propria opera personale che necessita di essere inquadrata nella più vasta ottica della celebre filmografia del regista de I 400 colpi.

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Il rischio di una trasposizione cinematografica era però quello di mettere su schermo una materia inerte che nulla potesse aggiungere alla pulsante narrazione nascosta tra le pagine del libro. Fortunatamente, però, pur essendo interessante la ricerca documentarista e storiografica effettuata, il lungometraggio Hitchcock/Truffaut di Kent Jones approfondisce e sviscera gli essenziali argomenti dello scritto, non limitandosi ad una operazione di archivio fine a se stessa. Dando voce ad alcuni dei più grandi esponenti del panorama cinematografico contemporaneo, da David Fincher a Wes Anderson, Jones riesce sia a coinvolgere i cinefili più incalliti che a stimolare il pubblico generalista, attraverso una narrazione che mette sempre in primo piano il “corpo” artistico dei due cineasti. Nonostante ciò, un grande assente della pellicola è sicuramente Brian De Palma, probabilmente uno dei più genuini continuatori della filosofia hitchcockiana nonché grande ammiratore del lavoro del regista londinese, le cui riflessioni avrebbero certamente giovato alla ricchezza della analisi. Azzeccata, inoltre, la scelta di riproporre documenti originali, alternando le sequenze maggiormente descrittive alle scene più iconiche e memorabili delle carriere dei due cineasti, così apparentemente lontani (specialmente anagraficamente: Truffaut aveva 36 anni, Hitchcock 63) ma così profondamente vicini nello stesso irrefrenabile amore totalizzante per il grande schermo. 

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E se il cinema nasce come estensione della fotografia, come mezzo per registrare la quotidianità della vita, esso si è definitivamente evoluto in arte quando ha cessato di essere “documentario”, quando un “narratore” ha deciso di servirsi di quel mezzo linguistico come strumento di racconto per analizzare la realtà nelle sue mutevoli forme, piuttosto che limitarsi a rappresentarla oggettivamente. Hitchcock, come Chaplin, Stroheim e Lubitsch, “non si è accontentato di praticare un’arte, ma si è impegnato ad approfondirla, a coglierne le leggi”. Ma la grande verità sul regista britannico ci arriva proprio attraverso le parole di Truffaut. Il cinema di Alfred Hitchcock è un cinema fatto di tensioni e pulsioni latenti, sessuale tanto quanto sensuale, “dove omicidio e amore sono una cosa sola”. Un cinema in cui la torbida essenza della nostra esistenza umana non può essere rappresentata con binomi semplicistici, ma dove gli appassionati baci di Ingrid Bergman con Cary Grant in Notorious e le forbici conficcate da Grace Kelly tra le scapole del ricattatore di Delitto perfetto sono inevitabilmente facce della stessa medaglia. Nonostante la buona qualità del progetto firmato da Kent Jones, il consiglio a tutti coloro che devono ancora avvicinarsi alla fondamentale opera letteraria di François Truffaut è sicuramente quello di recuperare prima di tutto il libro, di immergersi nelle sue pagine e lasciarsi rapire dalla discussione fra due maestri del cinema e della filosofia artistica, dalle loro riflessioni così fresche e attuali che ancora nessun “documentario”, forse, è in grado di storicizzare adeguatamente. Al cinema il 4, 5 e 6 Aprile 2016.

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