In un’atmosfera cupa, a tratti lugubre, degli operai staccano dalle pareti i quadri dei Santi e gli oggetti sacri più preziosi, persino il grande Crocefisso appeso alla cuspide viene imbrigliato e calato a terra. Così apre il film ed è inutile opporsi, nulla potrà fermare il corso degli eventi, neanche la tenacia del vecchio prete (interpretato da un impeccabile Michael Londsdale) intento a resistere fino all’ultimo, per tanti anni parroco in quella chiesa che ora non serve più e che viene dismessa da un’impresa di traslochi priva di scrupoli, rappresentata da un responsabile particolarmente iconografico e diabolico. Tuttavia, di fronte allo scempio perpetrato nel luogo nel quale ha prestato servizio per più di cinquant’anni, l’uomo di chiesa percepirà qualcosa di inaspettato, la possibilità che quei muri messi a nudo, spogliati della sacralità, possano assumere in realtà solo ora la loro vera funzione. Non è un aspetto da sottovalutare questo, tema meno evidente, il dubbio che attanaglia il prete per tutto il film, è sintomo di una forte instabilità nella scelta di vita fatta in gioventù, quella della consacrazione sacerdotale. “Il bene è più grande della fede”, in fondo è questo il messaggio del film.

Ermanno Olmi, che dai tempi di “Centochiodi” aveva dichiarato di voler smettere i panni di regista di film di finzione per potersi dedicare al documentario, tornato (per fortuna nostra) sui suoi passi, ha deciso di ambientare la sua nuova sceneggiatura in questo luogo, che spogliato di qualsivoglia sacralità liturgica, appare ancora più sacrale e pregno di significato. È una chiesa oramai dimessa e vuota, ma è proprio per questo che ora e non prima, c’è la possibilità che svolga la funzione per il quale era stata pensata ai tempi di Cristo, divenendo un centro di accoglienza per un gruppo di immigrati clandestini, “i veri ornamenti del tempio di Dio” come ha sottolineato il regista in conferenza stampa. È chiaro il messaggio, via i simulacri, dentro gli uomini, è giunto il tempo in cui l’ipocrisia delle parole spese a vuoto, lasci spazio all’oggettività delle azioni. E l’esempio che ci vuole portare Olmi è racchiuso nella figura del parroco, un uomo che nel momento di sconforto più profondo, immerso nella solitudine della propria condizione esistenziale, riuscirà a trovare nuove vie per una carità concreta, oggettiva, volta a salvare delle persone, strappandole alla follia di uomini che pur di applicare una legge alla quale sono stati raccomandati non si mettono scrupoli di fronte ad altri esseri umani. Si manifesta inaspettatamente una nuova possibilità per il prete, quella di discernere il lato umano da quello sacerdotale, l’opportunità di spogliarsi anch’egli dell’investitura e rendersi uomo al servizio del Bene. Un monito del regista che arriva forte e chiaro e che probabilmente farà storcere il naso a chi vede nella liturgia, l’unica maniera per far passare il concetto di carità.

«O cambiamo il senso impresso alla storia o sarà la storia a cambiare noi» è la frase che chiude il film ma non ha perso occasione, il regista, di ribadirla anche in conferenza stampa, a gran voce, perché se è tornato a girare un altro film è proprio per la dirompente necessità di risvegliare coscienze oramai da troppo tempo assopite e non con l’intento di impartire una lezione morale, ma piuttosto un invito al vedere ciò che non si vuol vedere. Presentato volontariamente Fuori Concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia, Il Villaggio di Cartone vanta inoltre la partecipazione di attori del calibro di Rutger HauerMassimo De Francovich ed Alessandro Haber e la collaborazione (a sceneggiatura conclusa) di due grandi amici del regista, come il saggista Claudio Magris e monsignor Gianfranco Ravasi (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura).

Arriverà nelle sale italiane il prossimo venerdì 7 ottobre 2011, di seguito il trailer ufficiale: