Questa volta non potevamo farcela. Non potevamo non darvi un’anticipazione straordinaria come questa. Per la prossima primavera preparatevi psicologicamente: amanti dell’arte e non, chiunque si trovi a Roma non potrà perdere una mostra del genere. Il Complesso del Vittoriano, dopo l’esposizione dedicata al pittore olandese Piet Mondrian, propone un altro geniale artista. Qualche indizio? Nato a Figueres, eclettico genio dell’arte, pittore, scultore, cineasta, ma soprattutto uno dei più intriganti interpreti del Surrealismo. Ma basterà citare una sua opera, la più nota, La persistenza della memoria, per palesare l’identità nascosta: Salvador Dalì. Non è compito semplice parlare di un uomo che, in ottantacinque anni di vita, ha realizzato ben millecinquecento dipinti a cui si aggiungono sculture, disegni, scenografie, film, illustrazioni e libri. Ne, tantomeno, è più semplice svelare l’enigma che, da sempre, ha permeato le sue opere. Una su tutte, appunto, La persistenza della memoria. Orologi che sembrano sciogliersi, inconsistenti come il tempo dell’uomo, relativo come la vita. La luce frontale plasma gli oggetti, creando ombre che saldano le superfici delle cose, mentre l’impianto, profondamente asimmetrico, nasconde molto del senso di questo dipinto. Il tempo. Nulla di più personale e soggettivo. Ebbene, Dalì gioca perfettamente il suo ruolo di surrealista: evoca, rimanda, invoca, produce associazioni libere, lascia andare la fantasia, libera la mente dagli schemi raziocinanti. L’arte ha, per sua natura, gli stessi meccanismi del sogno. Basta sciogliere le briglie dell’immaginazione. Questo è il Surrealismo. E questo è Dalì. Eppure, Dalì fu anche molto altro. Fu un uomo bizzarro, estroso, stravagante. Fece di tutto per rimanere sempre al centro della scena, non essendo in grado di pensare che i riflettori non illuminassero la sua figura. Il suo modo di considerare il cinema era altrettanto affascinante: esistono le cose, così come si vedono dietro la macchina da presa; e poi, esistono le cose come vengono raccontate dal regista, che le plasma, le trasforma.

Il Vittoriano accoglierà, nella prossima primavera, con date ancora provvisorie, tra marzo e giugno, la mostra Salvador Dalì: l’uomo, l’artista. Già, perché in lui questi due aspetti non erano mai separati. Era l’uomo ed insieme l’artista. La sua vita stessa era arte. Lui stesso era arte. Non è strano leggere, sul suo Diario di un genio, una frase del genere: “Gli asini vorrebbero che io seguissi gli stessi consigli che dispenso agli altri. È impossibile, poiché io sono completamente diverso …”