Se andate al cinema perché siete alla ricerca di un’esperienza ad alto tasso emozionale dal 3 marzo non potrete perdere Room. Il nuovo film di Lenny Abrahamson (già regista del bellissimo Frank con Michael Fassbender), ispirato all’omonimo romanzo della scrittrice irlandese Emma Donoghue, vi catapulterà nella vita di una giovane mamma, Ma, e del suo figlioletto Jack, rinchiusi in una stanza da dove viaggiano solo attraverso la fantasia. La reclusione, l’abuso, la mancanza di libertà e il traumatico ritorno alla realtà: a sorreggere il peso di un’opera cinematografica così corposa sono i due promettenti interpreti protagonisti: l’attrice californiana Brie Larson, 27 anni ancora da compiere, e il canadese Jacob Tremblay che a soli 9 anni ha incantato il mondo con la sua bravura. A Londra abbiamo incontrato il regista irlandese per capire com’è riuscito a rappresentare una storia così agghiacciante senza scadere nel patetismo o cedere alla tentazione del melodramma.

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Com’è nata la sua collaborazione con Emma Donoghue?

Il libro di Emma è splendido. Dopo averlo letto le ho subito scritto una lettera implorandola di affidarmi la regia del film (ride, ndr). A parte gli scherzi, le ho raccontato quanto il suo romanzo ha significato per me, come genitore e come artista, sottolineando che sarei stato onorato di curarne la trasposizione cinematografica.

Perché ha sentito l’esigenza di raccontare questa storia?

Credo sia stata una combinazione di cosa. Innanzitutto mi ha coinvolto a livello personale essendo padre di un bambino di quattro anni. Dopodiché mi ha colpito molto la capacità di Emma di trovare la bellezza nell’inferno, di esplorare l’aspetto funzionale di una tragedia e di non giocare sul catastrofismo.  Il suo sguardo fanciullesco, affidato a Jack, mi ha profondamente commosso.

Guardando il film viene subito in mente il caso Fritzl (la storia di una donna austriaca imprigionata in un bunker dal padre per ben 24 anni durante i quali si sono susseguiti vari abusi sessuali e sette parti, ndr). L’avete tenuto in considerazione?

Quel caso ha sicuramente ispirato Emma. Mi ha raccontato di aver scritto il libro immaginando i sentimenti del bambino più piccolo che entrava in contatto per la prima volta con il mondo esterno dopo la liberazione. È stata molto attenta a non far coincidere nessun dettaglio della storia con i fatti realmente accaduti. Ho ammirato la sua scelta di coglierne gli aspetti più universali.

Fondamentalmente è la storia di Emma, è lei ad aver scritto sia il romanzo che la sceneggiatura del film. Com’è riuscito a renderla anche sua?

Da regista ho lavorato molto sul linguaggio cinematografico rendendo più specifica la relazione madre-figlio, che nel libro viene raccontata sullo attraverso la voce fuori campo di Jack.

Quali sono stati i suoi dilemmi durante la lavorazione del film?

Non volevo in alcun modo risultare intrusivo. Prima di me alcuni registi avevano proposto ad Emma degli espedienti per rendere più efficace la voce di Jack, come ad esempio l’inserimento di immagini d’animazione. A mio parere una trasposizione di questo tipo sarebbe stata eccessiva e inappropriata, in un film del genere l’artificio deve scomparire ed è più giusto lavorare in sottrazione per rispetto alla storia. In questo modo abbiamo rifuggito anche la strada più facile che era quella del melodramma.

Sembra che uno dei temi che le stanno più a cuore sia l’esclusione sociale…

In generale sicuramente ma in questo caso, oltre alla terribile vicenda che segue, il film esplora il lato oscuro dell’essere genitori. Talvolta la nostra relazione con i figli più essere sana e insostituibile, altre diventare talmente claustrofobica da trasformarsi in un incubo, come una gabbia senza via d’uscita. La protagonista Ma non è solo vittima di una lunga prigionia ma deve anche confrontarsi con il doloroso percorso di crescita. Da teenager qual era si vede catapultata bruscamente nel mondo degli adulti.

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Nel film ho letto anche una forte critica all’approccio cinico dei media quando esplodono casi di questo genere. La scena della prima intervista dopo la prigionia non era presente nel libro, perché inserirla?

Per quella scena mi sono ispirata ad un’intervista rilasciata da una donna vittima dello stesso tipo di abuso andata in onda sulla tv americana. Ricordo che rimasi attonito dinanzi all’ipocrisia della giornalista che le rivolse una domanda sull’abuso sessuale non precedentemente concordata. Era come se quella donna continuasse ad essere molestata.

Brie Larson è stata candidata all’Oscar per il suo ruolo da protagonista in Room. Questo riconoscimento ha avuto ripercussioni anche su di lei?

Sì, Room è senz’altro il film più importante della mia carriera, il progetto più ambizioso. Mi ha aperto molte porte facendomi ottenere la fiducia dei produttori. Credo che d’ora in poi le mie idee saranno prese più in considerazione, basterà solo avere le motivazioni giuste per portarle sul grande schermo.