Il film caso del Festival del film di Roma : La Brindille, in italiano traducibile con “Il ramoscello”, è rivolto ad un pubblico di giovani ma tocca tematiche molto forti ed è sicuramente fortemente consigliato anche agli adulti. Sarah ( la Parigina Christa Theret) è una ragazza di diciannove anni che scopre di essere incinta di sei mesi nel momento in cui perde il lavoro in un museo. La sua è una gravidanza che non si è fatta notare e la sua pancia non solo non si è ingrossata, ma il suo ciclo mestruale è rimasto regolare.

Uno scherzo del destino per la ragazza che desidera porre fine alla gravidanza, ma le è impossibile, è infatti troppo avanti con i tempi. Emmanuelle  Millet, regista alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, ci trasporta in un mondo che ci è ben noto ma che ancora spaventa i più : quello dell’adolescenza. Sarah altri non è infatti che un’adolescente piena di sogni, speranza e senza molti amici che di fronte alla prospettiva di diventare madre altro non può dire che : “no”, altro non può fare che decidere di dare in adozione il suo bambino, non avendo stabilità e denaro.

Sarà costretta a confrontarsi con sue coetanee che invece si stanno battendo per tenere il loro bambino, anche andando contro i desideri della famiglia, dovrà rifugiarsi in una casa di maternità, avendo infatti perso anche il suo appartamento, si imbatterà nell’amore ma vi rinuncerà per paura. La Theret è riuscita meravigliosamente a trasmettere a tutti le sensazioni più intime di Sarah, facendoci arrabbiare con lei, facendoci sorridere e alla fine commuovendo. Un film delicato, dalla sceneggiatura ricca ed entusiasmante, una recitazione pulita, chiara, eccellente.

La regista Millet ci ha dimostrato che ancora ci si può emozionare con storie già viste, con esperienze già raccontate di ragazze sole e senza altro che scarpe di pezza e sogni, ci fa sperare fino alla fine riuscendo però a non cadere nel banale. C’è forse un po’ di Juno, ma manca di sicuro l’irriverenza, che qui lascia spazio all’angoscia e al romanticismo, perché non c’è romanticismo più grande di una madre che prende per mano suo figlio e gli parla, salutandolo.