Nato a Ferrara il 29 settembre del 1912, Michelangelo Antonioni, regista, sceneggiatore, montatore, scrittore, pittore italiano, è uno dei capisaldi della cultura cinematografica italiana e mondiale. Dopo l’esordio brillante nel 1950 con Cronaca di un amore, fu la “trilogia dell’incomunicabilità”, tre film interpretati dalla splendida Monica Vitti, L’avventura, La notte e L’eclisse, considerati a buon diritto opere in grado di “rinnovare la drammaturgia filmica”, ad affermarlo come uno dei più talentuosi registi del momento. Nel 1964 si aggiudicò il Leone d’oro al miglior film al Festival di Venezia con Il deserto rosso, tre anni dopo con Blow Up vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes: titoli che lo consacrarono a livello internazionale. Ma nel 1995 ottenne il titolo più prestigioso della storia del cinema: il Premio Oscar alla carriera.

E questi sono solo alcuni riconoscimenti che Antonioni riuscì ad ottenere grazie ai suoi indiscussi capolavori cinematografici, entrati nella storia del cinema mondiale. Alain Robbe-Grillet, scrittore, regista e sceneggiatore francese, raccontava così il cinema di Antonioni: “L‘assenza. L’attesa. Il desiderio dell’altro… Troppo spesso l’opera di Antonioni è stata percepita come un rapporto desolato, solitario sull’incomunicabilità. Si tratta, al contrario, di comunicazione, affettiva e viva, in ogni suo film (e nei suoi disegni A volte si fissa un punto…): una comunicazione appassionata, passionale, infinitamente più concreta di tutti i dialoghi a vanvera e convenzionali che ingombrano i nostri schermi. Sulle rovine di questa pretesa comunicazione, attraverso la parola si crea sotto i nostri occhi distratti uno scambio più intenso, più segreto, meno razionale e al contempo meno vano. Cinema d’evidenza svelata”.
Per il centenario  della nascita, dopo la mostra ferrarese alla Porta degli Angeli, anche la Casa del Cinema a Villa Borghese a Roma ha deciso di onorare la carriera e l’opera artistica di uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento con una mostra, curata da Alberto Squarcia, in programma fino al prossimo 26 febbraio. Sono le tele di Miria Malandri, artista classe 1946 nata a Forlinpopoli, a far rivivere alcuni straordinari momenti dei film di Antonioni. Attraverso la tecnica del “fermo immagine”, la Malandri ci restituisce pochi secondi, dei fotogrammi, dei frammenti di una storia più grande, reinventando quella simmetrica concezione dell’arte secondo cui sia il cinema ad attingere dalla pittura. Con l’opera di Malandri avviene esattamente il contrario. Gli occhi di Michelangelo Antonioni, questo il titolo della mostra, rivivono attraverso le tele dipinte dalla Malandri: tutto si ferma, si plasma e si trasforma attraverso gli occhi della pittrice. Far rivivere per ammirare nuovamente.