Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto”. Era questo lo slogan inventato da George Eastman quando nel lontano 1892 fondò negli Stati Uniti la multinazionale Kodak, così chiamata “perché era un nome breve, vigoroso, facile da pronunciare, non significava nulla”, come disse lo stesso fondatore. Forse, Eastman non sapeva che da quel momento avrebbe cambiato il modo di ricordare. Se prima la fotografia era appannaggio dei professionisti, da allora divenne un mezzo semplice e pratico per ritrarsi e ritrarre i momenti unici della vita. Infondo bastava una macchina fotografica e un rullino per immortalare scene familiari oppure ricordi di un viaggio. Fu negli anni Settanta che si iniziarono a produrre le pellicole auto sviluppanti, le Kodak Instant.

La strada per i fotografi amatoriali era spianata. D’altra parte, per chi appartiene alla generazione che ha vissuto il passaggio dall’analogico al digitale, sono molte le atmosfere e le sensazioni che mancano nei nuovi supporti di memoria. Scegliere lo scatto giusto tra i ventiquattro o i trentasei a disposizione, attendere la fine del rullino per svilupparlo e rivedere tutto quel che si è vissuto su una pellicola fotografica. Oggi si è perso il senso dell’attesa, l’attesa dello scatto e l’attesa dello sviluppo. Tutto è divenuto immediato, istantaneo nel senso più profondo del termine. In tutto questo correre alla velocità, allo scattare e vedere in una frazione di secondo, anche il sogno di Eastman si sta lentamente sgretolando, fragile roccia tra i massi della nuova tecnologia digitale. Dal 2005, quando Antonio Perez è divenuto amministratore delegato, la Kodak ha bruciato ben sette miliardi di dollari, tanto che lo scorso novembre era stato annunciato ai diciannovemila dipendenti la condizione di precarietà economica in cui versava l’azienda ed il rischio di esaurire la liquidità nel caso non fosse riuscita a vendere i brevetti o a raccogliere fondi. Ora la Kodak ha chiesto l’applicazione del Chapter 11, ossia il fallimento assistito. Prima di staccare la spina, Citigroup ha deciso di finanziare la multinazionale con novecentocinquanta milioni di dollari e a guidare il processo di ristrutturazione è stato chiamato Dominic Di Napoli.
Certo siamo nell’era del digitale. Siamo nell’era di Instagram, l’applicazione iPad per la condivisione di fotografie. Siamo nell’era di Facebook e di Twitter. Siamo nell’era di Flickr. Siamo nell’era dell’iPhone. Si scatta, si condivide. Tutto è cambiato. Bastano due clic per una fotografia: uno sulla macchina digitale e uno sul computer. Ebbene il nuovo avanza, i rischi di una “brutta” fotografia diminuiscono, così come la possibilità che la fotografia non sia venuta bene. Un tempo si attendeva lo sviluppo per decidere se l’espressione, l’angolazione, l’esposizione fossero buone o meno. Ora vige la regola del “riscattare” la foto. Certo, si è persa molta naturalezza nei gesti colti dagli scatti. E si è persa anche l’atmosfera dell’album da sfogliare, magari tutti insieme. Le foto di oggi finiscono in una cartella abbandonata da qualche parte sul computer. Pro e contro del digitale. Ma è il caso di dirlo: “voi premete il pulsante”. E la macchina fotografica digitale fa il resto.