Quando si pronuncia il nome di Damien Hirst, la polemica è dietro l’angolo. Questa volta è toccato a Julian Spalding, ex direttore dei musei di arte contemporanea a Manchester, Glasgow e Sheffield, a gettare benzina sul fuoco, dalle colonne dell’Independent, sul caso di uno degli artisti più criticati al mondo. Una questione controversa quella di Hirst, uno degli uomini più ricchi del Regno Unito, tanto che nel 2008 ha messo all’asta le sue opere totalizzando la cifra astronomica di 111 milioni di sterline. Le malelingue, però, lo hanno accusato di plagio e di aver fatto impennare i prezzi dei suoi lavori acquistandoli lui stesso. Certo è che sono in molti a chiedersi se la sua sia arte oppure no. Una domanda a dir poco complicata, visto che per l’arte non esistono delle regole o dei codici da seguire per definire quel che si possa annoverare come fatto artistico e quel che invece non rientri in tale categoria. Spalding, però, è abbastanza sicuro nel dichiarare che presto le sue opere crolleranno di valore: “Hirst non dovrebbe stare alla Tate. Non è un artista. Ciò che separa Michelangelo da Hirst è che Michelangelo era un artista e Hirst non lo è”.

Come se non bastasse l’invettiva di Spalding contro l’arte concettuale di Hirst si è spinta ad ipotizzare che l’artista sia un ottimo comunicatore e artigiano dello scalpore: “Tutti gli sforzi creativi sono finiti nell’ombra, la truffa sta nel chiamare arte qualcosa che arte non è”. Si può essere d’accordo o meno con Spalding. Una cosa è certa: Hirst è un abile giocatore. Mischiare le carte in tavola è una sua grande dote. Ma, d’altra parte, come si fa a decidere se il teschio di platino e diamanti, realizzato da terzi, sia un’opera d’arte. Ad indurci a rispondere molto spesso è il contesto stesso in cui l’oggetto viene posto. Ed ancora una volta allo spettatore non resta che l’induzione. O forse, l’intuizione?