Si è tenuta questa mattina, presso la Casa del Cinema di Roma, la conferenza stampa di This Must Be The Place, nuovo film di Paolo Sorrentino. In occasione dell’uscita nelle sale del film, che vede come protagonista uno strabiliante Sean Penn in versione rock star in stile Cure, il regista, insieme a Carlo Rossella (per Medusa), Andrea Occhipinti (per Lucky Red), Umberto Contarello (sceneggiatore del film) e  Nicola Giuliano (produttore del film), hanno risposto alle tante domande della stampa incuriosita ed affascinata dalla visione di un film così poco italiano ed allo stesso tempo dallo stampo inconfondibilmente sorrentianiano, che è riuscito a conquistare dapprima il cuore di una star come Penn per poi approdare in America con troupe italiana al seguito. Di per sé un caso nella cinematografia italiana. Il film, presentato in concorso al Festival di Cannes, arriverà nelle nostre sale il prossimo 14 ottobre.

 

This Must Be The Place, oltre che per l’aspetto musicale, ricorda quei primi film di cui David Byrne ha firmato la regia. C’è stato il suo apporto anche nella scelta della fotografia e del tratto cromatico del film?

Paolo Sorrentino :  Il cinema di Byrne mi piace molto, ci sono molte ispirazioni in questo film ed sicuramente possibile che ci sia anche una sua influenza, oltre che musicale. La sua è una dittatura musicale all’interno del film, è possibile che anche a livello cinematografico ci sia stato un contributo magari involontario.

Per la collaborazione musicale invece, com’è andata?

Paolo Sorrentino : Ho tallonato David Byrne inizialmente per lungo tempo, fino allo stremo ed ha detto sì, per sfinimento forse. Appena abbiamo avuto un progetto più concreto tra le mani ci siamo fatti avanti proprio forti di quel sì. La cosa interessante è che sono state musiche fatte da un gruppo di diciottenni e questo sicuramente l’ha incuriosito e motivato. Era titubante più sul suo cameo ma alla fine ha ceduto anche a quello. Tra l’altro ci terrei a dire, anche se esulo dalla domanda, che questo è un film italiano a tutti gli effetti ed è stato venduto in tutto il mondo tranne la Cina, possiede gli elementi per cui si possa facilitare una vendita in tutto il mondo ma non è così scontato per un film italiano.

Il cerone, la capigliatura, il rossetto, sono come coperte di Linus per il protagonista, delle quali alla fine si spoglia, raggiunto un suo equilibrio personale?

Paolo Sorrentino : Sì, assolutamente, è stata esaustiva nella domanda, ha già detto tutto lei.

A proposito di Cheyenne, il protagonista. È realmente depresso o è solo annoiato?

Umberto Contarello : Forse (Cheyenne) sta in quella zona grigia che sta è una noia prolungata e un’avvisaglia di malinconia che potrebbe virare in una forma depressiva ma in questi casi dipende molto dalle persone che diagnosticano, è soggettivo.

Perchè ha sentito il bisogno di raccontare la storia dell’olocausto. Trovo che sia un film incentrato su questo a prescindere dalla facciata on the road o rock.

Paolo Sorrentino : Sarebbe errato dire che sia un film sull’olocausto, si muove su quello sfondo e racconta delle cose relative a quel momento ed espone fatti in maniera del tutto non completa, al di là della portata storica. L’olocausto è il più grande ventaglio di osservazione sul comportamento umano e sulle sue aberrazioni, quindi quando un film si prende la briga di affrontare quel discorso, non può essere portatore di un racconto completo. Sul personaggio dell’ex nazista, c’è l’idea che molte delle cose nate in quel periodo fossero sorte da un complesso imitativo, molte cose sono venute fuori dal documentarci come le parole della moglie, che afferma che la motivazione dello sterminio sia stata solamente motivata dal pretesto del rubare i soldi degli ebrei.. è talmente inedito nelle sue forme così cruente questo argomento che trovare una spiegazione sarebbe impossibile, quantomeno una spiegazione univoca. Si possono avere più sospetti sulle motivazioni dello sterminio ma avere una domanda univoca penso sia impossibile anche per gli studiosi più zelanti.

Umberto Contarello : Durante la scena con protagonista il personaggio del cacciatore di ex nazisti, Cheyenne chiede lui cosa sappia sull’olocausto ed egli risponde che ne sa poco e niente. Più che un film su una cosa così enorme come può essere l’olocausto, è la storia di una persona che impara qualcosa di piccolo qua e là su una questione così enorme.

Com’è nata la collaborazione con Sean Penn, e come si è evoluta nel tempo e come si è posto rispetto al personaggio?

Paolo Sorrentino :  Il lavoro con Penn, che conobbi nel 2008 a Cannes, in occasione della presentazione de Il Divo, ricalca il lavoro che mi è capitato di fare precedentemente con altri attori con la variante che lui, vedendolo lavorare hai la sensazione che sia in grado di far tutto e non è una caratteristica comune, e per chi fa il mio lavoro è un’arma a doppio taglio perché rischi di spingerti dove non vorresti, la massima libertà può non produrre il massimo effetto. In sceneggiatura c’era già una definizione del personaggio abbastanza precisa, con quelle caratteristiche ma al di là di questo, Penn ha portato il personaggio oltre, ha avuto una grandissima capacità di inserire tutto quello che in una sceneggiatura non si può mettere, tutte le sfumature. Ad esempio la camminata e la voce in falsetto sono sue idee, la camminata l’ha giustificata accostandola all’idea di una camminata da persona ricca, ingobbita e lenta. Ha dato l’apporto con sofisticate attenzioni alle quali sceneggiatore e regista non possono arrivare, solo i grandi attori possono farlo e s’è letteralmente impossessato del personaggio. La voce l’ha scelta lui, quasi fosse una voce addormentata, dava modo anche a tempi comici riusciti, a me sembrava del tutto congrua con un personaggio che avesse un lato femminile del tutto presente.

Che ne pensa della versione doppiata in italiano?

Paolo Sorrentino :  Il doppiaggio mi sembra buono, i doppiatori italiani sono eccellenti ma va da sé che preferisco la versione in lingua, sarà per l’abitudine.

La scena in cui David Byrne canta proprio il pezzo che dà il nome al film, mi domandavo come l’avete strutturata e quanto c’avete messo per realizzarla?  L’idea è stata tua o di Byrne stesso?

Paolo Sorrentino :  L’idea della scenografia che si muove è mia, ed è stato piuttosto complicato da realizzare, la proposta l’ho avanzata in un tempo ragionevole e gli scenografi hanno potuto mettere in pratica tutto il meccanismo per realizzarla, in modo tale che fosse silenzioso in quanto David (Byrne) voleva registrare in presa diretta. Per quanto riguarda l’inquadratura mi sembrava giusto farne una lunga ed ininterrotta. Mi sembrava giusto restituire un minimo di calma all’inquadratura rispetto al metodo al quale televisione e cinema ci hanno abituati ultimamente.

Stile “road movie” un po’ più intimista, secondo lei in che cosa si riconosce l’italianità di questo film, a prescindere dal suo nome?

Paolo Sorrentino :  Questo! Proprio il fatto che l’abbiamo fatto noi, con gran parte della troupe italiana. A me sembra moltissimo, il fatto che sia stato concepito e portato avanti da italiani. Per me è questo, che siamo tutti quanti nati qua, che cos’è l’italianità se non questo?

Umberto Contarello : In che cosa si vede che questo è un film di Sorrentino? In tutto e per sillogismo visto che Sorrentino è italiano, il film è italiano.

Volevo sapere se avete avuto notizie sull’uscita americana, essendo stato da poco stilato l’accordo con il produttore Harvey Weinstein e che cosa vi ha fatto sapere riguardo agli Oscar.

Nicola Giuliano : L’accordo con Wenstein è stato molto recente e comporta una serie di negoziazioni. Dobbiamo capire innanzitutto se ci sono i tempi tecnici per l’uscita “tecnica” per gli Oscar. Lui è assolutamente intenzionato a presentarlo all’Accademy, il problema è il tempo tecnico, deve uscire entro dicembre.

Una domanda non tanto rivolta a Sorrentino quanto a tutta la produzione del film. Come vi siete sentiti nel fare un film del genere, con un attore del calibro di Sean Penn, ambientato tra Irlanda ed America?

Nicola Giuliano : C’è stata una fase iniziale di grande entusiasmo e tutto sembra possibile e facile, come quando decidemmo di fare un film su Andreotti. Sorrentino ci ha comunicato la sua intenzione di voler fare un film con Sean Penn, gliel’ha proposto e la risposta è arrivata entro tre giorni ed era positiva, lì è scattata l’euforia. Il budget e la logistica di girare oltre Manica ed oltre oceano questo road movie, questi sono stati i veri problemi. La cosa più grande è stata l’architettura finanziaria del film, in fondo ci sarebbero stati anche modi alternativi per finanziarlo, avendo Sorrentino (conosciuto all’estero) ed una star del calibro di Penn, sarebbe stato facile cercare una major per il capitale ma è stata subito abbandonata questa ipotesi perché se da un lato il progetto viene facilitato nel processo di produzione, dall’altro rischia di vedersi lesa l’indipendenza creativa, ed il creatore del lungometraggio rischia di vedere stravolto il proprio progetto da come l’aveva pensato all’inizio. Quindi con i nostri produttori abbiamo messo insieme un budget bastante e di provenienza europea che è stato garanzia di totale libertà ed indipendenza per Sorrentino.

Ci presenti un personaggio disabile mentalmente che sembra dire tante cose giuste e reali in uno sfondo in cui la gente “normale” invece sembrerebbe affermare solo cose sciocche e surreali. Lei che cosa si è divertito a raccontare in questo film?

Paolo Sorrentino :  Da spettatore non amo molto i film che battono solo ed unicamente su un unico punto. Un film è un’occasione per mettere più carne a cuocere, per trattare più cose. Per me, per noi, c’erano molteplici elementi di interessa, dal personaggio con quelle caratteristiche, fino all’assenza di un rapporto affettivo tra padre e figlio ed anche raccontare con umiltà e solo per squarci lo sfondo storico dell’olocausto dal punto di vista  di un uomo di oggi, tralasciando al vera e propria ricostruzione storica. Raccontare la musica anche, ecco, ci sono più elementi che abbiamo tentato di far convivere con una struttura piuttosto rara nel cinema divisa solamente in due atti piuttosto che in tre come vorrebbe la canonica struttura cinematografica. Anche a chi non piace il film viene subito l’idea che abbia assistito a due film diversi, mentre chi ne esce soddisfatto arriva alla consapevolezza di due segmenti diversi nello stesso film.

Umberto Contarello : Uno dei motivi per cui il film mi piace è il fatto che nasce e vive dal desiderio di mettere in un lungometraggio le cose che piacciono. L’energia, la felicità di creare un film in fondo è e può essere, deve essere non la somma, ma la sintesi dentro un racconto, delle cose che molto ingenuamente ed infantilmente ti piacciono. Questa cosa si può fare solamente quando c’è un autore che ha una straordinaria capacità di sintesi visiva perché questo rende possibile il fatto che il film sia composto non da una cosa sviluppata completamente ma che percorra invece il film ed attorno alla quale ruotino altri temi e spunti altrettanto importanti che piacciono anche agli autori. Dà la possibilità allo spettatore di scegliere il suo film dentro al film, un po’ come succede con i romanzi. Ha varie chiavi di lettura, può essere letto e visto in tanti modi.

Un film italiano con un titolo inglese, perché questa scelta, abbastanza di campo?

Paolo Sorrentino :  Il titolo, c’è realmente una ricerca naturale delle cose che ci piacevano ed in questo ecco che la canzone preferita dei Talkin Heads, This Must Be The Place, è diventata il titolo del film. Con molta semplicità abbiamo pensato potesse essere questo il titolo azzeccato, con l’attinenza alla storia narrata, la ricerca del luogo giusto.

Lei nel film affronta il tema dell’assenza del rapporto tra padre e figlio, sul Venerdì di Repubblica spiegava come fu salvato durante la sua infanzia, grazie all’aiuto del suo quartiere, il Vomero a Napoli. Quanto c’è di quell’esperienza nel regista di oggi?

Paolo Sorrentino :  Ma non l’ho detto! Evidentemente l’ha interpretato male Zucconi ma non conosce bene Napoli e quel quartiere! A parte di scherzi, non è stata proprio questa la mia affermazione anche se il Vomero ha avuto il suo ruolo nella mia vita.

Una domanda per i produttori, il film è nato in un certo modo, in maniera indipendente e congiunta. Avete in mente altri progetti a prescindere da Paolo Sorrentino da proporre a Medusa o altre major?

Andrea Occhipinti : La nostra preoccupazione era stata innanzitutto quella di preservare l’autonomia di questo film e ci siamo riusciti avendo un lungometraggio firmato da Sorrentino con la partecipazione di Penn, grazie al prestigio dell’uno come regista e di una star come Penn, per sottolineare che l’attore americano non sarebbe bastato senza avere un Sorrentino alle spalle apprezzato nei paesi in cui il film è ed è stato sostenuto. Da lì siamo riusciti a portare avanti passo dopo passo questo progetto. Riguardo altri progetti in cantiere, il film su Vasco presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia ed il debutto alla regia cinematografica di Ivan Cotroneo con la Kriptonite nella Borsa, altre cose nuove non ne abbiamo.

Umberto Contarello : Questo film richiedeva la quadratura di un cerchio davvero difficile, tutti coloro che hanno costruito la possibilità di fare un film del genere con una star come Penn, in America , ma con totale libertà creativa. È stata un’impresa enorme, degna di un giudizio come quello che si può dare ad un lavoro squisitamente creativo, è un ringraziamento pubblico alla produzione.

Non c’è un lieto fine per gli altri personaggi di Sorrentino in questo invece sì. Il personaggio si libera dalla sua condizione, risorge. Corrisponde ad una fase della tua  vita? Sei ad un punto di svolta?

Paolo Sorrentino :  Non mi piace molto guardarmi indietro e fare paragoni trovando le differenze con cose precedenti. Questo film virava verso un finale di quel tipo, come diceva Contarello, potrebbe essere accostato ad un romanzo di formazione e ci sembrava buono che la formazione arrivasse ad un finale del genere. Per quanto riguarda Il Divo, creava sempre nuove aperture dentro la complessità ed i misteri delle questioni italiane, questo voleva essere più semplice, con una facile risoluzione. C’era bisogno di una vacanza e questo film lo è ampiamente stato.

Avendo letto il tuo romanzo “Hanno tutti ragione”, si può trovare una corrispondenza tra il protagonista del libro, Tony Pagoda e Cheyenne, protagonista del film?

Paolo Sorrentino :  No, tranne che per il fatto che sono entrambi ex cantanti rock direi di no. O forse hanno qualcosa in comune, non c’è nessun intento programmatico di farli differenti ma di primo acchitto non vedo particolari cose in comune.

Come hai scelto gli altri attori a parte Penn?

Paolo Sorrentino :  Abbiamo fatto dei casting in loco, in ogni luogo dove abbiamo girato.

Il ruolo del trolley, dell’inventore delle ruote alla valigia? Come è nata l’idea di inserire la curiosità nel film?

Paolo Sorrentino :  È una cosa che non finisce mai di stupirci, questa dell’invenzione delle ruote alle valigie, del trolley, è una cosa geniale, come la penicillina ed abbiamo finito per inserircela. A pensarci bene, è stato una maniera per riferirsi al dono della sintesi che in sé racchiude la genialità, anche in una cosa piccola come l’apporre due ruote per facilitare il trasporto delle valigie, anche in questo c’è una profonda genialità.

Qui fanno tutti qualcosa di artistico, nessuno vuole più lavorare. È una frase pronunciata all’interno del film, è la fine che sta facendo l’Italia?

Paolo Sorrentino :  Facevamo un po’ di autocritica con quella battuta, funzionava bene in quel momento del film, niente altro!

Questo è stato per te un film profondamente diverso dagli altri, girato in America, in lingua inglese.. l’hai definita come una bella e lussuosa vacanza, rimarrà tale o vorresti che si ripetesse come esperienza?

Paolo Sorrentino :  La realtà italiana non è mai addormentata, è sempre foriera di novità e per chi fa il nostro lavoro rappresenta un serbatoio costantemente ricco di spunti, si trova nelle faccende italiane un panorama molto attraente. Il cinema italiano sarà inevitabilmente destinato a diventare ancora più importante di ora, quando se lo potrà permettere.