Quello che cerco di descrivere è che è impossibile uscire dalla propria pelle ed entrare in quella altrui. La tragedia di qualcun altro non è mai la tua stessa tragedia.” Questo amava fare Diane Arbus: mettersi dalla parte del soggetto ritratto, cercare di far parte di quella condizione per penetrarne nel profondo e raccontarne l’intimità. “She come to them”: non era mai l’oggetto da ritrarre o la scena a non andare bene, piuttosto era la macchina fotografica e la fotografa ad andare da loro. Loro. I freaks, personaggi fuori dalla norma ed eccentrici, sono la chiave di volta della sua poetica. Diane Arbus li fotografa, quasi ad innalzarli ad emblema della vita. “Molte persone vivono nel timore che possano subire qualche esperienza traumatica. I freaks sono nati con il loro trauma. Hanno già superato il test nella vita. Sono degli aristocratici.” È con questa idea che la Arbus si concentra, quasi in modo maniacale, su figure border line. Le sue fotografie più note non sono quelle che dedicò a personaggi famosi, ma sono quelle che presentano veri e propri fenomeni da baraccone. Tutto ciò che non vorremmo mai essere e che, per questo motivo, la Arbus ci propone.

Dai nani ai giganti, dalle prostitute ai normali cittadini che danno l’impressione di qualcosa di sbagliato in loro. Già, cosa c’è di strano in quelle due Gemelle identiche, una delle foto più celebri della fotografa newyorkese, scattata nel 1967? Su quella foto abbiamo due gemelle, Cathleen e Colleen Wade, una accanto all’altro, stesso vestito, stesso punto di vista. Ma, quelle due gemelle monozigote non sono poi così identiche se sul loro volto appare una smorfia di sorriso e un velo di tristezza. Eppure, quelle che apparentemente sono solo due piccole ragazzine, ci creano un senso di inquietudine, di ansia. Tanto che Stanley Kubrick, in uno dei suoi capolavori, Shining, cita questa foto della Arbus, peraltro sua amica. E i rimandi alla fotografa, nel film interpretato da Jack Nicholson, non finiscono con questa foto, ma anche nella celebre scena in cui appare la donna cadavere in stato di decomposizione, Kubrick rievoca lo stato in cui venne ritrovata la fotografa morta. Dietro questo sguardo analitico, indagatore, quasi una sorta di rito per superare i propri tabù, è evidente la lezione della fotografa Lisette Model, di cui Diane seguì i corsi negli anni Cinquanta.
Ora, per chi fosse a Parigi, la mostra Diane Arbus a Jeu de Paume, fino al prossimo 5 febbraio, “fotografa” la carriera di una delle personalità artistiche più interessanti del Novecento. Questa esposizione è la prima vera retrospettiva dedicata alla fotografa ed offre numerosi spunti per attraversare l’intero percorso artistico e il suo sviluppo. Donna dal fascino indiscutibile, la Arbus ha saputo farsi interprete dell’altra faccia dell’America degli anni Sessanta, quando il sogno di Kennedy era forte, le lotte sociali erano in pieno fermento e i diritti civili erano sempre più obiettivo primario. Saper raccontare l’altra faccia della medaglia, cogliere ciò che c’è di brutto, facendosi quasi antropologa e sociologa attraverso uno scatto: questo è stato il merito della Arbus. D’altra parte, fotografare è fotografarsi.