Il leggendario calciatore brasiliano è in Italia per presentare il biopic che racconta la sua vita da bambino e l’inizio della sua carriera, cominciata ufficialmente con la vittoria del Brasile sulla Svezia ai mondiali del’58. «Mi piace molto Messi. Sono tutti giocatori di valore, ma non tutti hanno la ginga. Sono diversi per stile, per esempio quello di Messi rispetto a quello di Cristiano Ronaldo. Anche Ronaldo e Neymar sono bravi. In passato ce n’erano di più, oggi sicuramente quello che ha più ginga è Messi». Parola di Pelé, il leggendario calciatore brasiliano che a Milano presenta il film biopic, in sala dal 26 maggio.  Lui, al secolo Edson Arantes Do Nascimento, soprannominato “Dico” in famiglia e “Pelè” come nome d’arte (all’inizio, come nomignolo spregiativo), della ginga ha fatto il suo stile calcistico e ha segnato la svolta di ritorno alla tradizione brasiliana. La “ginga”, passo base della Capoeira, nel film indica proprio il modo di giocare di Pelé, il trionfo del talento sulla tecnica.  Naturalmente, non si parla di calcio contemporaneo, perché il biopic dei fratelli Zimbalist racconta la prima parte della vita e della carriera dell’uomo destinato a diventare “tesoro nazionale” per il Brasile. 

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Tra momenti difficili, l’infanzia con la famiglia povera e la voglia di farcela, fin dai primi momenti della carriera, in un momento di emozioni fino alla finale contro la Svezia nella Coppa del Mondo del ’58, quando “Dico” aveva solo 17 anni: «È stato bello molto bello rivedere le scene del film, mi hanno riportato indietro nel tempo, quando ero un ragazzino e vivevo in Brasile. Ci sono tanti momenti in cui ho dovuto davvero fare il duro per non piangere per la commozione», commenta Pelé davanti alla stampa, radunata a Milano nella sede della Gazzetta dello Sport.  Pensare che l’idea del film, all’inizio, gli era sembrata strana: «Sono molto felice di questo film e vorrei ringraziare chi mi ha accompagnato in quest’esperienza. Quando sono venuti da me (i registi e sceneggiatori Jeff e Michael Zimbalist, ndr) per dirmi che volevano fare un film sulla mia vita, ho pensato: “Cosa vogliono fare? Sono matti!”. Non sapevo cosa aspettarmi, avevo girato un film per John Huston, con Sylvester Stallone e Michael Caine (“Fuga per la vittoria”, ndr… Ho avuto la fortuna di lavorare con grandi nomi di attori e registi, e quando sono arrivati questi due ragazzi,  ho pensato mentissero e che volessero fare altro. Poi ho cominciato a leggere la sceneggiatura e c’è stata la svolta: lo script raccontava l’inizio della mia vita, la mia famiglia povera e mi sono commosso».  Anche perché, per il calciatore che ha cominciato ad allenarsi nel misero cortile della casa paterna, la sua vita, raccontata nel film, porta un messaggio di riscatto e speranza molto importante: «Il messaggio del film è dire ai ragazzi di strada che con l’impegno possono fare strada, possono avere successo anche se hanno pochi mezzi».

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Il campione carioca prosegue nel viaggio dei ricordi, tra aneddoti e curiosità: «La vittoria del ’58 è stato sicuramente un momento importante, per l’inizio della mia carriera. È molto importante il riferimento al Maracanazo. Poi, due Coppe del Mondo dopo, nel’58, siamo arrivati in Svezia e a quel tempo io avevo solo 17 anni, ero giovane e matto,  pensavo che tutti avrebbero saputo chi fossimo, invece no. Arriviamo noi, la nazionale brasiliana e a nessuno frega niente. Ricordo soprattutto i giornalisti che mi chiedevano “Pelé, arrivi dall’Argentina? Dall’Uruguay? Da dove vieni?”. Quello è stato un momento molto, molto importante per me e per il Paese. Prima non ci conoscevano, poi tutti sapevano chi eravamo e chi ero io».  Ma è stato il Mondiale del 1970 (quando sconfisse l’Italia, ndr), l’ultimo per Pelé, il momento più importante della carriera, come giocatore ormai esperto e prossimo al ritiro. Della sua carriera da calciatore, “Dico” ricorda due goal in particolare: il più importante è stato il rigore al Maracanà nel’69, per lui il millesimo goal. Il più bello, invece, è stato con il Santos contro la Juventus a San Paolo. Un po’ anziano, Pelé oggi si appoggia a un bastone per camminare, ma non smette di emanare energia, tanto da scherzare sull’ipotesi di trasformare la sua vita in una trilogia, dopo questo “primo” biopic: «Sono ancora giovane, probabilmente potrò fare altri film, anche se forse non sarà proprio come Star Wars. La ginga è un po’ diversa dalla Forza, la ginga ha che vedere con l’anima della persona».

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