Non poteva che aprirsi con una citazione di Rocky Balboa The Bleeder, il biopic di Philippe Falardeau presentato fuori concorso alla 73° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Interpretato da Liev Schreiber, Naomi Watts e Ron Perlman, The Bleeder racconta l’ascesa (e la caduta) di Chuck Wepner, il pugile che resistette quindici round contro il più grande eroe della boxe mondiale, Muhammad Alì. Arrivato al successo grazie alla saga di Rocky, tratta da Sylvester Stallone dalla vita del campione statunitense, Wepner condusse una esistenza tra donne, droga ed eccessi di ogni tipo. Un antieroe che debutta in un lungometraggio interamente dedicato alla sua storia.

Liev Schreiber in Bleeder

Liev Schreiber in The Bleeder

Il traguardo di Liev Schreiber

Lo abbiamo visto in decine di film ma mai in un ruolo da protagonista. Ecco perché The Bleeder potrebbe essere l’occasione per Liev Schreiber di gettarsi alle spalle il passato da co-star ed emergere tra gli attori più promettenti della sua generazione. Il biopic di Falardeau, secondo la tradizione di Hollywood, affida all’attore di punta un ruolo estremo, pregno di sangue e dolore; una trasformazione fisica (considerata la corporatura da pesi massimi di Chuck Wepner) che il regista di Ogni cosa è illuminata coglie al volo sorreggendo su una performance ruvida e graffiante l’intera struttura del film. Altrettanto di impatto è l’interpretazione di Naomi Watts che brilla nei panni di Linda, la compagna di Wepner: “Ho adorato la saggezza di questa donna – ha rivelato la Watts è un personaggio diverso dagli altri. La preparazione comincia con la voce, i suoni, la fisicità. Linda ha uno spirito gioioso, estroverso, estremo”. Il fulcro del film resta Schreiber che, portando sul grande schermo un antieroe gretto, egoista ma profondamente umano, potrebbe trionfare ai premi Oscar 2017.

Scena dal film Bleeder di Philippe Falardeau

Scena dal film Bleeder di Philippe Falardeau

Un biopic tradizionale

La vita al limite di Chuck Wepner viene riportata da Falardeau con impeccabile attenzione ai dettagli. Al di là dello spirito anni ’70, The Bleeder non presenta alcun tipo di eccessi stilistici. Il regista racconta l’ascesa e la caduta di un mito ricreando nello spettatore un’immagine fedele dell’antieroe del film: “Ho sentito subito una tenerezza per Chuck, amavo la sua innocenza – ha rivelato il regista – ho cercato di imitare i film degli anni ’70 senza estetizzare troppo”. A differenza di Alì di Michael Mann, The Bleeder è un’opera sull’uomo che si nasconde dietro al pugile; una storia connaturata da autodistruzione e rinascita che, senza alcun tipo di edulcorazione, racconta i fatti così come sono accaduti. L’obiettivo non è emozionare o intrattenere ma dedicare al vero Rocky il suo primo lungometraggio. Una missione complessivamente riuscita che delinea, seppur con spirito totalmente anti-commerciale, una nuova sfumatura nella storia cinematografica dell’eroe di Sylvester Stallone: “Stallone è stato molto generoso – ha continuato Schreibermi ha raccontato la sua storia. Gli devo un grande ringraziamento”. Chi cerca un biopic personale storcerà il naso ma The Bleeder resta un’interessante epopea sul lato oscuro del successo: “Non è un film sullo sport ma sul narcisismo – ha concluso Schreiberamo la capacità di Chuck di ammettere i suoi errori. Bisogna essere disposti a sbagliare per imparare”.