Uno dei film più curiosi dello scorso anno (Un appuntamento per la sposa) arrivava da Israele, parlava di una ragazza che si doveva sposare per “obbligo” sociale ed aderiva ad un classico genere del cinema commerciale, quello sulla scia de Il mio grosso grasso matrimonio greco, per cercare di coinvolgere un pubblico più ampio di quello che solitamente si avvicina a pellicole provenienti da quelle aree geografiche.

Nel 2018 è invece una energica regista palestinese, Annemarie Jacir, a firmare un film che ancora una volta ruota attorno ad un matrimonio, che aderisce ad un genere tipicamente “americano” come quello del road movie, ma di cui tradisce regole e cliché per parlare di problematiche politiche e sociali del suo Paese d’origine con ironia e verve polemica, doti sempre più rare nel panorama cinematografico attuale.

Wajib è ambientato a Nazareth, città di quella che un tempo era la Palestina storica ed oggi invece appartenente al territorio israeliano, tra la comunità cattolica di un Paese in cui le minoranze sono rese invisibili dalle egemonie culturali dominanti. Si tratta di una convivenza solo apparentemente tranquilla, la cui illusione è interrotta dalle numerose testimonianze audio che provengono dalla radio durante il viaggio in macchina dei due protagonisti, per ricordarci dei soprusi e delle violenze mai inquadrate ma che sono lì, a pochi chilometri di distanza dal luogo dove si svolge la storia.

Una scena del film WAJIB

Sul tono leggero di Wajib incombe sempre lo spettro del conflitto, alimentato da tensioni irrisolte che hanno radici lontanissime. Così il racconto scorre in maniera molto convenzionale, adottando scelte narrative che il grande pubblico ha imparato a conoscere nel tempo, ma usando la propria linearità per scopi che sono diversi da quelli che solitamente questo tipo di storie vorrebbe raggiungere. Si tratta di un cinema profondamente diverso da quello “occidentale”, ma che negli ultimi anni ha avuto la capacità di comprendere le forme tipiche della nostra industria e farle proprie, senza per questo rinunciare alla propria autenticità (il caso più emblematico è stato forse quello de L’Insulto, film libanese sullo stampo dei classici “legal thriller” americani).

Forse anche la scelta dei due attori protagonisti (padre e figlio nella realtà) non è casuale: Mohammad Bakri (già protagonista del film Private di Saverio Costanzo nel 2004) alle proprie spalle ha un travagliato rapporto con le autorità israeliane “a causa” del suo lavoro di regista, non particolarmente gradito al potere costituito ma impegnato in una militanza artistica culminata nel 2002 con il documentario Jenin, Jenin, dedicato alla distruzione dell’omonimo villaggio palestinese. Così se i due protagonisti, uno emigrato in Italia e l’altro rimasto nella propria terra di origine, interpretano la “resistenza” e la difesa della propria storia in maniera differente, così il cinema di Annemarie Jacir tende da una parte ad adottare forme “estere” e dall’altra a presentare storie indissolubili dalla loro connotazione geografica.