Dopo aver analizzato il fenomeno terrorista con Fahrenheit 9/11, il sistema sanitario americano con Sicko e le cause della crisi finanziaria mondiale con Capitalism: A love story, il provocatorio regista e documentarista Michael Moore torna sulle scene con una nuova opera incentrata non tanto sulla propria nazione bensì su quelle degli altri, analizzando gli aspetti positivi da cui gli USA dovrebbero prendere esempio. Non è sempre facile valutare oggettivamente la qualità di pellicole così cariche di riferimenti politici e sociali, e spesso le idee personali di chi giudica appannano il giudizio sulla qualità cinematografica di quanto viene narrato. Lo abbiamo sperimentato qualche anno fa anche nel nostro Paese, seppur in forma minore, con i discussi documentari di Sabina Guzzanti. Nonostante ciò, il film (che da noi non ha ancora una data di uscita) è stato accolto in patria da recensioni generalmente positive, che hanno elogiato il coraggio di Moore e la sua verve polemica e coinvolgente.

Un giudizio decisamente favorevole arriva dal noto magazine Variety, il quale si dice convinto della necessità di “studiare sistemi diversi dal nostro (quello americano, ndr) e di imparare dalle altri nazioni, se veramente si ama quella in cui si vive”. Il giornale americano elogia anche lo stile narrativo scelto dal regista, che “intrattiene con la sua verve polemica e il suo peculiare modo di esporre i fatti al pubblico”. Promuove la pellicola anche il New York Times, che descrive Where to invade next come una “polemica educativa mascherata da diario di viaggio”. Lo scopo di Moore sembra quasi quello di voler dimostrare che se un paradiso esiste, non si trova certamente in America, “tranne se non si fa parte del famoso 1% di popolazione” che detiene la metà della ricchezza della restante parte. “Where to invade next” – prosegue il giornalista – “è una favola con una morale. Moore visita scuole europee, posti di lavoro, ospedali e prigioni, in un drammatico cri de coeur sulla politica americana, sulla sempre più marcata ineguaglianza, sulla scomparsa della classe media e su di una economia basata interamente su interessi militari”.

moore

Più tiepidi invece i commenti del Guardian e del Telegraph. Il primo descrive il documentario come “un film romantico che, con la sua semplicità, colpisce ed infastidisce allo stesso tempo”. Nonostante ciò, Moore “conosce meglio di qualsiasi altro documentarista il valore dell’intrattenimento” riuscendo così a confezionare un film comunque piacevole e scorrevole. Il Telegraph, invece, pur definendo la pellicola “audace e divertente”, oltre che il “miglior lavoro di Moore da Fahrenheit 9/11”, sottolinea come il racconto sia spesso parziale e di corte vedute. A dare un parere completamente negativo è invece il Wall Street Journal, che definisce il documentario di Moore un “lavoro fazioso e mal realizzato”, noioso e autoreferenziale, che “utilizza gli strumenti della propaganda per dar credito alla propria idea sul mondo”. Il giornalista del WSJ accusa Moore di manipolare i fatti per il suo tornaconto personale, concludendo che il film potrà piacere solo a “chi crede che il livello di stupidità nella opinione pubblica americana non sia ancora sufficientemente elevato”. Negativo anche il giudizio del sito The Wrap, che accusa Moore di una eccessiva semplificazione delle vicende narrate e di omettere dal racconto parti importanti. Da segnalare, in conclusione, la proposta interessante avanzata dal New York Post. Preso atto dei difetti di questo nuovo film, costretto a semplificare alcune parti per non rendere eccessivamente prolissa la pellicola, perché non affidare a Moore una miniserie TV?

TRAILER DEL NUOVO FILM DI MICHAEL MOORE