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Interviste

29° TFF: Aki Kaurismäki riceve il Gran Premio Torino ed incontra la stampa

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Si è tenuta ieri la serata di apertura del 29esimo Torino Film Festival al Teatro Regio che si è aperta con le immagini di Nashville (1975) di Robert Altman, con una lunga retrospettiva sull’indimenticabile canzone “I Am Easy” cantata da Keith Carradine.

La prima sorpresa è stata l’assenza del regista Aki Kaurismäki che avrebbe dovuto ricevere, durante la cerimonia di inaugurazione, il «Gran Premio Torino» e ha invece deciso all’ultimo momento di evitare la passerella d’onore, troppo glamour e formale per i suoi gusti, preferendo quindi rimandare ad una cerimonia informale come la conferenza stampa di oggi per la sua premiazione. Il direttore Gianni Amelio, al suo fianco la madrina Laura Morante, ha preferito liquidare l’inconveniente con uno sbrigativo “Kaurismäki non c’è“.

Incontrandolo in occasione della premiazione alla presenza della stampa, il regista finlandese in una conferenza a dir poco fuori dal comune, non fosse altro per la presenza sul tavolo di una bottiglia di birra e di un pacchetto di sigarette, rigorosamente a vapore, ha ricreato l’atmosfera dei propri film, surreale, anacronistica. I giornalisti si sono ritrovati di fronte ad un cineasta sciolto e propenso al dialogo, inaspettatamente dopo l’episodio della sera prima, quindi passati i primi momenti di indecisione, si è rotto il ghiaccio e si sono fatte avanti varie domande, con particolare attenzione all’ultima creatura del regista, Miracolo a Le Havre, presentata in pre-apertura del 29 TFF, lo scorso 24 novembre, dando vita così ad una delle conferenze stampa più divertenti di sempre.

 Aki Kaurismäki: Ringrazio i miei genitori per questo premio, perché sono entrambi morti (ironizza). Non so davvero se me lo merito, questo è un onore per me, spero di meritarlo veramente.

Ieri sera si vociferava che lei in realtà non avesse voluto ricevere il premio dalle mani di Penelope Cruz in quanto l’attrice spagnola è legata ad un contratto commerciale con la Loreal, è vero o è per il motivo del glamour da red carpet che lei tanto rifugge?

Aki Kaurismäki: Innanzitutto dovreste sapere che non bisogna mai dare retta alle voci, ma ovviamente si può essere un attore/attrice o una mannequin ma non essere entrambe. Ed ora mi auguro chiuderemo questo argomento. Se volessi aggiungere qualche cosa è che ci sono attori ed attori, di diverso tipo. Ma non ho detto nulla, voi non scrivetelo.

Intanto congratulazioni, sicuramente è un premio che onora un regista come lei, in linea con questo Festival. Volevo sapere però dalla direzione di questo Festival come mai è stato dato un Gran Premio ad un premiato assente senza dare nessuna spiegazione, in quanto il pubblico è poi rimasto, durante la serata d’apertura, a dir poco spiazzato nel sentire le parole del direttore Gianni Amelio.

Emanuela Martini (Vice Direttrice del Festival): Ieri sera è stato proiettato solo il montaggio riguardante i film di Aki Kaurismaki, ci pareva bello far vedere al pubblico dell’apertura il mondo di Aki, oggi è stato premiato qui, il regista. Diciamo che c’è stato una sorta di malinteso.

Aki Kaurismäki: Iniziamo a parlare di cinema, per favore. Innanzitutto sapete perché il tappeto è rosso? Perché non occorre lavarlo tutti i giorni. Altrimenti sarebbe blu ed in caso ci sarei passato sopra.

Vorrei che ci parlasse dell’omaggio che fa al cinema francese, come ad esempio è tornato a farlo con il suo ultimo film, Le Havre.

Aki Kaurismäki: Ho girato il film a Le Havre perché ha degli spazi che mi permettevano di muovermi in modo adeguato e perché il corso principale è di ben 50 cm più largo degli Champs Elisee, 52 cm per la precisione. Avrei potuto girarlo a Genova ma come avete potuto notare il mio italiano non è proprio perfetto, anzi non esiste proprio. Ho girato per tutta la costa europea ma se avessi continuato sarei capitato in Belgio e voglio lasciare il Belgio ai migliori registi esistenti, i Fratelli Dardenne, ma anche loro hanno dei problemi.

Sta lavorando a qualche nuovo progetto?

Aki Kaurismäki: A dir la verità, visto il pubblico no. Che significa che non so bene quale sarà il mio prossimo film. Mi auguro che ci sia altrimenti la mia esistenza non avrebbe più un senso, sono ormai troppo vecchio per imparare una nuova professione.

Cosa pensa del cinema italiano contemporaneo? C’è un regista italiano in particolare che apprezza?

Aki Kaurismäki: Farei il cambio del cinema finlandese con quello italiano in tutti i momenti specialmente alla mattina, la sera non ne sarei più tanto sicuro ma sarebbe troppo tardi per cambiare scelta.

A Cannes dicevano tutti che avrebbe dovuto vincere il suo Le Havre al posto di The Tree Of Life di Malick, avrebbe ritirato il premio in quell’occasione?

Aki Kaurismäki: Mi sarei suicidato piuttosto, ero tra le montagne a giocare a poker quando ho saputo di averlo vinto, ed ho anche perso la partita.

Ci sono tutti i tipi di musica in questo film, come mai questa scelta? Addirittura la musica classica.

Aki Kaurismäki: Si. “…”(pausa comica del regista) Ho sempre i soliti dischi e la mattina quando vado allo studio del missaggio me li porto dietro in questo cestino di legno e siccome il missaggio lo faccio io gioco con i soliti due pulsanti e così è come esce fuori la musica. Diventa sempre più difficile perché quelli di Wall Street hanno acquistato tutti i diritti di tutta la musica, ma fortunatamente Wall Street è occupata in questo momento.

Fa tanti ciak quando gira o è sempre buona la prima?

Aki Kaurismäki: In realtà mento agli attori perché non è buona la prima, è buona la prima prova, solo che li faccio provare ed in realtà quando dico loro che faccio il primo ciak a quel punto la macchina da presa è già spenta. L’esperienza m’ha insegnato che gli attori sono sempre al meglio al primo ciak e per altro io non posso permettermi di arrivare al 65 esimo ciak. Hitchcock è morto ed io non mi sento tanto bene.

Nel suo ultimo film lei afferma che ci sono solo due mestieri che corrispondo al discorso della montagna, il pastore e il lustrascarpe.. il regista no?!

Aki Kaurismäki: Le Havre è in fondo un documentario perché quella è una realtà di fatto. Ma in verità ho scelto la figura del lustrascarpe quando ho capito che volevo parlare di questo tema, che mi disturba molto, ossia di come l’Europa tratta i profughi e manca sia di educazione che di umanità. La Comunità Europea lascia il peso maggiore del trattamento dei profughi su Grecia, Spagna ed Italia. Ho cercato di elaborare questa idea senza sapere ancora come fosse il protagonista del mio film. Ma l’ispirazione mi è venuta un giorno camminando in Portogallo, quando vidi che un lustrascarpe non aveva nemmeno un cliente, tutti dovrebbero avere un cliente, anche io voglio avere uno o due spettatori in sala alla proiezione dei miei film. Tutti devono avere un cliente al punto che sono tornato a casa a cambiarmi le scarpe per mettere l’altro paio (ne ho due di paia di scarpe) e continuavo intanto a pensare al protagonista ed era proprio lui. Mentre mi puliva le scarpe capii che era proprio quello il personaggio che volevo e quando mi chiese tre euro per il servizio, gliene diedi venti e lui a quel punto mi chiese il perché di così tanti soldi. Risposi, un giorno capirai. Aveva anche un cane questo lustra scarpe.

Nel film accadono dei miracoli, volevo chiedere se lei crede nei miracoli, se gliene sia mai capitato uno. Poi riguardo a Little Bob (uno dei personaggi di Le Havre), vorrei qualche curiosità.

Aki Kaurismäki: Il miracolo della mia vita è stato incontrare mia moglie, ed ha avuto più importanza che incontrare Little Bob, ma anche lui mi piace!

È stato più difficile dirigere Laika (il cane) o gli attori, ad esempio il ragazzo di colore?

Aki Kaurismäki: Con gli attori ho lavorato come al solito, concedo loro tre secondi e se non sanno la battuta li licenzio, così il giorno dopo tornano con più modestia. Per quanto riguarda Laika, mia moglie se ne occupa sempre. Quando scrivo una sceneggiatura mi chiudo nel mio studio, lo chiamo così perché suona meglio ma in realtà è una stanza, quando passano tre giorni sento bussare mia moglie che puntualmente mi chiede se ho avuto modo di inserire un cane nella sceneggiatura ed io ovviamente trovo sempre il modo di inserircelo. Mi piacciono i cani perché non criticano mai e non analizzano mai, a volte abbaiano ma in fondo non disturba molto.

 

 

 

 

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Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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Cinema

Venezia 78 | Old Henry, video intervista a Tim Blake Nelson, Scott Haze e il regista Ponciroli

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Con il nuovo Old Henry, presentato fuori concorso a Venezia 78, Potsy Ponciroli confeziona un rigoroso western minimalista, o un microwestern, come amano chiamarlo i suoi interpreti, segnato dall’eccezionale contributo attoriale di Tim Blake Nelson – capace di dire tutto sul suo personaggio anche solo attraverso il modo in cui impugna la pistola – e dal tentativo di aggiornare il rapporto fra realtà e leggenda, ampliando una mitologia western cinematograficamente antichissima (un’operazione cercata di recente solo da Andrew Dominik con L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford).

Abbiamo avuto l’occasione di parlare del film con gli interpreti Tim Blake Nelson e Scott Haze e con il regista Potsy Ponciroli.

Ponciroli riesce a trarre vantaggio dalle ristrettezze di budget per realizzare un western in cui si sparano le ultime pallottole di un genere ormai al tramonto: in cui si possono contare i colpi esplosi dalle pistole e si riesce a tenere traccia di quanti ancora ne rimangono nel tamburo.

Non c’è nessuna voglia di spettacolarizzazione, nessun desiderio di mettere in scena l’ennesimo action caotico e frastornante: Old Henry aggiorna una trama classica – l’irruzione di uno straniero in casa che rompe gli equilibri di una famiglia e riporta a galla eventi rimossi del passato – e allo stesso tempo riesce a dire qualcosa di estremamente interessante sul genere di riferimento.

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