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Interviste

A colazione con Carlotta Corradi, regista di Lipstick

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Dopo aver visto il suo spettacolo al Teatro Due di Roma, Newscinema l’ha voluta incontrare: lei è Carlotta Corradi, giovane regista teatrale laureata al D.A.M.S. di Roma, dagli occhi grandi per scrutare più a fondo la realtà della società moderna, soprattutto quella che riguarda la donna. Dopo la gavetta come aiuto regista di Thomas Otto Zinzi, sebbene follemente innamorata del teatro, Carlotta decide di andare negli Stati Uniti, dove studia “Digital filmaking” alla New York Film Academy: è ormai pronta per creare una sua identità registica, lontano dall’ala protettiva del suo mentore Zinzi. Sceglie allora la realizzazione del documentario, per poter rivedere i suoi lavori e correggersi. Tornata in Italia, grazie anche alla proposta di Claudia Mei Pastorelli, Carlotta si ributta a capofitto nel teatro e da lì in poi, determinata e piena di contenuti, le mette a segno tutte, con l’obiettivo di dare vita ad un teatro più vicino al pubblico moderno. Insomma il contrario di tante giovani donne, che fanno a meno della profondità e della sensibilità in nome di soldi e carriera. Non per niente Carlotta preferisce lavorare nell’ambiente teatrale, “In cui- dice lei- “ritrovo, al contrario del cinema, quel rapporto sacro, che si crea tra regista ed attore, nel momento della direzione. Il cinema mi piace molto, ma più da spettatrice”.

Da dove nasce la tua passione per la regia e cosa significa per te dirigere?

Carlotta Corradi: Non sono figlia di teatranti, i miei genitori fanno dei mestieri artistici, quindi credo di poter definire questa mia passione come una propensione caratteriale: mi piace vedere i cambiamenti degli interpreti, in base alle istruzioni che do loro. Secondo me il mestiere del regista in generale si sostanzia nel riuscire ad orchestrare bene tutti gli aspetti dello spettacolo (interpretazione, luci, costumi, musiche, ect.), più nel particolare quando lavoro, cerco costantemente di trovare una mediazione fra tirare fuori il meglio che un attore può dare e come voglio che una battuta o un testo siano interpretati.

La Compagnia Quattroquinte, che dirigi, come nasce e perché.

C.C. : Nasce a causa di un problema di natura amministrativo- produttivo, quando nell’Ottobre del 2008 stavo per portare in scena The Women con il sostegno di una produzione, che ad un certo punto si disse intenzionata a mollare il progetto. Insieme alla mia attrice di punta, Claudia Mei Pastorelli, e ai nostri fratelli, abbiamo fondato l’associazione , per sbrigare indipendentemente tutta la parte burocratica, che ruota attorno ad uno spettacolo teatrale. A breve entrerà a far parte dell’associazione anche Charis Goretti, diventata imprenditrice per amore del teatro. Grazie alla sua preziosa collaborazione nell’ambito burocratico, io potrò dedicarmi a tempo pieno alla regia dei miei spettacoli!

La tua compagnia promuove un teatro dal linguaggio moderno: la trovata della sigla iniziale in Lipstick, fa parte del tuo teatro moderno?

C.C. : Certamente. Ecco, per me il linguaggio teatrale moderno è quello che si rende conto del cambiamento del pubblico cui si dirige, esposto ad una vasta gamma di linguaggi diversi dal teatro tradizionale e che per questo ha una soglia di attenzione minore, rispetto a prima. La recitazione tradizionale mi è sempre sembrata una cosa antica. Il mio lavoro ha lo scopo di far capire alle persone che generalmente non vanno a teatro, quanto invece sia bello. Escamotage come quello della sigla credo che aiutino a raggiungere l’obiettivo.

Quali sono i film e i registi che influenzano il tuo lavoro?

C.C. : Un film su tutti è Kissing Jessica Stein, del 2001 e diretto da Charles Herman-Wurmfeld, a cui mi sono ispirata quando ho scritto Lipstick, tanto che alcune battute del film le ho poi inserite nel mio testo come omaggio. Il cinema di Almodóvar mi piace molto e lo seguo con una passione tale, che ormai fa parte di me, perciò delle minime influenze sono presenti anche in Lipstick, come ad esempio i colori caldi, l’attenzione per l’universo femminile. Adoro anche il cinema surreale, una conseguenza ne è l’esagerazione nella rappresentazione della madre di Bianca (Elisa Alessandro), interpretata da Paola Sambo.

La tua regia riesce a creare un’atmosfera intima, colorata, in una parola calda. Come riesci a crearla?

C.C. : Ogni volta che preparo uno spettacolo, cerco di creare con il cast e il gruppo di lavoro un clima sereno e dei rapporti speciali. Ad esempio, prima di andare in scena abbiamo dei nostri riti particolari. L’affiatamento che costruiamo dietro le quinte, si riproduce quindi automaticamente sulla scena. Certo, anche le attrici sono state bravissime a ricrearlo, però dico che se ti piace vivere in un certo tipo di atmosfera, tendi a ricrearla sempre.

In Lipstick c’è un mix di commedia esilarante e dramma quasi da incubo, come riesci a mantenere l’equilibrio fra i due opposti?

C.C. : Trovare il momento comico nella tragedia è un’altra mia tendenza caratteriale. Secondo me nelle tragedie c’è sempre un qualcosa di comico, che lì per lì, presa dall’atmosfera generale non noti, ma che a distanza di tempo al solo ricordo ridi. Per ciò che riguarda l’equilibrio tra i due momenti in Lipstick, sta allo spettatore trovare l’equilibrio che ritiene più giusto, il mio è dentro di me. Ad esempio il personaggio della madre di Bianca per me ha una forte valenza tragica, dice e fa delle cose terribili, ma si colora di comicità per gli spettatori e lo comprendo.

In Lipstick presenti tre punti di vista femminili differenti, tu a quale ti senti più vicina?

C.C. : In tutti e tre i personaggi c’è qualcosa di me, come Bianca (Elisa Alessandro) ad esempio vado matta per il rosa e il suo monologo, che chiude lo spettacolo, mi rispecchia profondamente. Di Elena (Claudia Mei Pastorelli) condivido molte frasi, la differenza fra me e lei è che quando parla è molto più cinica di me, io spesso preferisco tacere. Il personaggio di Silvia (Paola Sambo),madre di Bianca, è ispirato ad alcuni atteggiamenti delle madri delle mie amiche e con lei ho in comune forse la mania di controllo!

Ho notato che ti affascina l’analisi della società borghese. Da A porte chiuse fino a Lipstick, cosa sei riuscita a capire e su quali punti hai mutato o confermato la tua visione?

C.C. : Non è mutato molto. Continuo a mettere in scena e scandagliare la borghesia, perché mi stupisce come determinati atteggiamenti possano ancora esistere e siano così difficili da scardinare. Sento particolarmente mia una frase di A porte chiuse, la mia prima regia realizzata nel 2007 sull’omonima opera di Sartre, “L’inferno sono gli altri”: per me si riferisce a quei genitori che riversano aspettative enormi sui figli. Ma non solo, come pensiero mi condiziona, infatti non faccio altro che giustificarmi con gli altri per ogni minima cosa che io faccia.

Nello stesso periodo in cui andava in scena Lipstick al Teatro Due, al Quirino Timi portava in scena il suo spettacolo Favola, simile al tuo per la presenza dell’elemento surreale, i temi femminili ed il mix tra commedia e dramma. Sei andata a vederlo?

C.C. : Ne ho sentito parlare e sarei voluta andare a vederlo, ma purtroppo lavoravo. Se lo riproporrà, non me lo lascerò sfuggire.

Come hai curato la scelta dei costumi, delle luci e delle musiche del tuo spettacolo?

C.C. : Mi sono affidata a persone capaci, quali : Silvia Nurzia , che ha lavorato instancabilmente per creare i bellissimi costumi che abbiamo avuto, dando ad ogni sfumatura caratteriale del personaggio un colore e un cambio diverso e recuperando del materiale di repertorio; Radiosa Romani, che ha composto delle musiche originali stupende, associando ad ogni momento o carattere uno strumento diverso e a Maximiliano Lumachi, indispensabile per il disegno luci, che mi ha poi insegnato a riprodurre da sola. Quando ho un gruppo di lavoro del genere, do fiducia e il lavoro viene da sé.

Puoi darmi qualche anticipazione dei tuoi prossimi progetti?

C.C. : La prossima primavera porterò in scena il mio adattamento di The Women, scritto da Clare Boothe Luce nel 1936, al Teatro dell’Angelo. Rispetto all’allestimento del 2008 cambieranno molte cose, poiché mi sento cresciuta ed ovviamente cambiata. Anche il cast sarà formato per metà da attrici nuove. Con The Women  ho a che fare con un gruppo di lavoro di ben venticinque donne, e confesso che mi risulta più difficile ricreare l’affiatamento che avevo raggiunto in Lipstick, però la grande passione che ho per il teatro mi aiuta sempre a trovare la strada giusta.

Per la prossima stagione invece ho scritto un nuovo testo, tra l’altro premiato al concorso La Mia Poetica indetto dall’atcl-Lazio per i drammaturghi under 35, che mi ha molto appassionato e coinvolto. La versione breve che ho presentato al concorso si intitola Via dei Capocci, mentre a  quella lunga, che porterò in scena, ho dato provvisoriamente il titolo di Le puttane non piangono. Scriverlo è stato catartico: ambientato fra gli anni ’50 ed oggi, parla di una donna anziana, romanaccia, ex prostituta, oggi maîtresse di un bordello ed usuraia.

Domanda cinefila: il titolo del tuo film preferito?

C.C. : Tutto su mia madre, di cui ho visto anche la messa in scena a Londra e Roma lo scorso anno, sicuramente è nel mio cuore, ma mi è piaciuto molto anche Dogville di Lars von Trier. Dei più recenti mi ha colpito molto The Artist.

 

Grazie a Carlotta Corradi.

 

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Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

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Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

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Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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