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Festa del Cinema di Roma

Al Festival di Roma, anteprima di “Too Big to Fail” e Marc’Aurelio all’Attore a Richard Gere

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La crisi finanziaria del 2008 e il fallimento del colosso Lehman Brothers sono al centro di Too Big to Fail – Il Crollo dei Giganti, il film del Premio Oscar, Curtis Hanson che sarà presentato in anteprima, Fuori Concorso nella Selezione Ufficiale, al Festival Internazionale del Film di Roma (27 ottobre – 4 novembre, Auditorium Parco della Musica). Il film-tv prodotto da HBO, prossimamente in onda su Sky Cinema, vanta un cast d’eccezione composto da William HurtPaul GiamattiBill PullmanCynthia NixonJames WoodsTopher Grace e si ispira all’omonimo bestseller del giornalista Andrew Ross Sorkin. Il reporter del New York Times svelò i retroscena e gli scandali dietro la crisi ripercorrendo, nel thriller politico-finanziario, le drammatiche settimane in cui a Wall Street si decideva il destino dell’economia mondiale. Il film narra le intricate vite dei “giganti” della finanza, alle prese con il più grave crack dal 1929, e offre al pubblico una sconcertante, attualissima, cronaca degli avvenimenti a cui pochissime persone al mondo hanno avuto accesso. Nel film William Hurt è Henry HankPaulson, segretario del Tesoro ed ex Presidente e Amministratore Delegato di Goldman SachsPaul Giamatti è il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke; Billy Crudup è Timothy Geithner, Presidente della New York Federal Reserve Bank; Bill Pullman dà il volto al Presidente e Amministratore Delegato di JP Morgan Chase Jamie Dimon; James Woods veste i panni di “DickFuld, CEO della Lehman Brothers.

La sesta edizione del Festival consegnerà il premio Marc’Aurelio all’Attore a Richard Gere, il divo di Hollywood da sempre impegnato in battaglie umanitarie, protagonista di film popolari come American Gigolò, Ufficiale e gentiluomoPretty Woman e interprete per autori come Robert Altman, Akira Kurosawa, Sydney Lumet, Francis Ford Coppola, Todd Haynes, Terrence Malick. E sarà proprio la proiezione della copia restaurata del film Days of Heaven – I giorni del cielo (1978) di Malick a precedere l’incontro pubblico con Richard Gere. L’attore americano parlerà del rapporto con il regista ripercorrendo gli esordi della sua carriera.

Fra gli appuntamenti della sezione L’Altro Cinema | Extra è in programma l’incontro con il grande regista americano Michael Mann, autore di film come L’Ultimo dei MohicaniHeat – La sfida, che terrà una vera e propria Lezione di cinema, così come in passato hanno fatto in Extra celebri registi e attori (dai fratelli Coen a Malick, da Coppola a Landis, da Al Pacino a Meryl Streep). Sergio Rubini e Riccardo Scamarcio, invece, saranno protagonisti nella formula del Duetto, che negli anni passati ha visto dialogare sul palco dell’Auditorium Bertolucci e Bellocchio, Servillo e Verdone, Muccino e Tornatore, Margherita Buy e Silvio Orlando. Tra i film presentati nella stessa sezione, fuori concorso, la pellicola di James Marsh Project Nim (distribuito in Italia da Sacher e Feltrinelli). Il film del regista britannico, già vincitore dell’Oscar con Man on Wire, presentato nel 2008 sempre da Extra, racconta la vera storia di uno scimpanzé adottato da una famiglia di scienziati americani che finisce cavia di esperimenti scientifici. La pellicola, che negli Usa è stata accolta con grande interesse, dimostra come sia possibile raccontare fatti di cronaca con la stessa emozione di un romanzo. Marsh, che molti considerano l’autore di film e documentari di maggior talento delle ultime stagioni, farà parte della giuria di Extra che assegnerà il Premio Marc’Aurelio al Miglior Documentario.

Proprio come nelle precedenti edizioni, gli appassionati del “fenomeno Twilight” non resteranno delusi. La sezione Alice nella città organizzerà infatti un grande evento fra libri e cinema in occasione dell’uscita di The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte I (distribuito in Italia da Eagle Pictures). Il pubblico potrà incontrare alcuni protagonisti del film – fra cui due componenti della famiglia Cullen, i vampiri Rosalie e Jasper Hale (interpretati da Nikki Reed e Jackson Rathbone) – vedere scene della pellicola che sarà nelle sale il prossimo 16 novembre e assistere alla lettura di brani del libro di Stephenie Meyer. Sempre nella sezione Alice nella città verrà proiettatoLittle Glory , quarto lungometraggio di Vincent Lannoo. La pellicola racconta la storia del diciannovenne Shawn interpretato da Cameron Bright, giovane attore canadese fra i protagonisti in passato della saga di Twilight.

 

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Cinema

RomaFF14: Bellissime, Elisa Amoruso indaga il complesso rapporto che si ha con la propria immagine

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Nonostante le vere protagoniste di Bellissime, il nuovo documentario di Elisa Amoruso, siano tre giovani sorelle che vogliono farsi strada nel mondo della moda, è chiaro come in realtà il film sia innamorato della loro madre, donna dal corpo granitico che sembra contenere in sé tutte le contraddizioni che l’indagine filmica vuole mettere in evidenza (e che sono elemento costituivo imprescindibile del rapporto che si ha con la propria immagine e con la propria bellezza, fin da piccolissimi). Così Bellissime, in realtà filmato e completato prima che iniziasse la lavorazione del documentario su Chiara Ferragni, sembra raccontare la stessa storia di Unposted, come se questi due film fossero in realtà episodi di una stessa serie televisiva. Addirittura la Amoruso sceglie gli stessi strumenti (i filmini di famiglia, ad esempio, qui utilizzati in maniera molto più intelligente ed efficace) e pone le stesse domande per raggiungere però un risultato completamente diverso. Ed è proprio attraverso il personaggio di Mamma Cristina che questo documentario raggiunge un obiettivo che invece quello sulla Ferragni sfiorava a malapena. 

Se le immagini sono impietose e ci mostrano una donna che lotta contro la propria età per mantenere un corpo attraente, del tutto corrispondente a quel modello di bellezza che viene richiesto per poter competere nei concorsi, ciò che ci viene raccontato su quella sfida contro se stessi ha invece un valore di segno completamente opposto (quindi positivo). Cristina non rinuncia alla sua passione per la pole dance, non si sottrae a nessuno dei photoshoot che le vengono proposti. Tutte cose a cui ha dovuto rinunciare per colpa (lo apprendiamo dalle sue parole) degli obblighi coniugali prima e genitoriali poi. La donna passa tutto il tempo a spiegare allo spettatore in che modo è riuscita a liberarsi dalla gabbia dello sguardo maschile, domandolo e stuzzicandolo. E in che maniera ha utilizzato la proprio avvenenza per imporre la propria femminilità e non per ridurla a strumento nelle mani degli uomini che le chiedevano di esibirla. Eppure tutto questo, che viene esposto così fieramente dalla madre e con un po’ più di timidezza dalle sue figlie, che in alcuni casi sembrano vittime delle sue stesse aspirazioni, viene costantemente messo in discussione da ciò che vediamo su schermo.

Tutto ciò che a parole sembra così giusto e liberatorio (e sicuramente in parte lo è davvero), si deve confrontare con ciò che poi effettivamente vediamo, che non sempre riesce a risultare così attraente come invece il racconto delle intervistate suggerirebbe. Elisa Amoruso non vuole affermare una propria certezza, bensì utilizza il mezzo a propria disposizione per mettere in scena una complessità che emerge proprio tra le contraddizioni delle protagoniste.

In una scelta di montaggio molto intelligente, il film alterna le immagini di un casting andato male, in cui una delle ragazze viene rimproverata di fingere le proprie emozioni e di piangere sotto sforzo, a quelle dell’intervista organizzata per il film a sua madre, che si commuove davanti alla telecamera ricordando la sua infanzia e i suoi genitori. Pare una cosa banale e invece in un semplice stacco di montaggio si nasconde la domanda che Bellissime pone ai suoi spettatori. Quanto di quello che ci viene raccontato corrisponde alla realtà e quanto invece fa parte di una narrazione che le intervistate si sono costruite per loro? E fin dove la “verità” imposta dalle immagini è più credibile rispetto a quella raccontata da Mamma Cristina?

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

honey boy

Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

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Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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