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Cannes 2026, intervista esclusiva a Bruno Dumont sul nuovo Red Rocks: “Un film per liberarmi dal cinema francese”

Abbiamo intervistato Bruno Dumont sul suo ultimo Red Rocks: uno dei film più belli visti al Festival di Cannes 2026

Uno dei migliori film visti a questo festival di Cannes 2026 è senza dubbio Red Rocks, del geniale e imprevedibile Bruno Dumont.

Un film che riscrive i codici della rappresentazione dell’infanzia al cinema, lasciando i suoi giovanissimi (e fantastici) protagonisti liberi di sbagliare, di rompere la rigidità della finzione, di concedersi una risata non prevista o una veloce occhiata in camera, come a cercare lo sguardo del regista, quindi dello spettatore, per giocare con lui/loro.

Di cosa parla Red Rocks

Siamo da qualche parte della Côte d’Azur, dove i treni diretti in Italia passano continuamente sotto lo sguardo affascinato e irrequieto di due bande di bambini che si affrontano a colpi di tuffi. Entrambe sono “capitanate” da un ragazzino e ben presto i due rispettivi leader si troveranno in competizione. Si chiama Ève l’oggetto del loro contendere. Géo, cinque anni appena, si tuffa in mare dalla rosse rocce del Mediterraneo con lo stesso slancio con cui affronta quel suo primo sentimento.

È un volto indimenticabile quello di Géo (Kaylon Lancel), altero anche rispetto alla ragazzina di cui si innamora, che ha le dolci e graziose (ma più abituali) sembianze di Kelsie Verdeilles. Lei è una bambina che vive nell’agiatezza, lui è lo spirito stesso dell’infanzia indomita. La lente scelta da Carlos Alfonso Corral, già direttore della fotografia di Roberto Minervini ne I dannati, li riprende da vicino, tanto che i bambini stessi diventano l’inquadratura.

La nostra intervista a Bruno Dumont

Abbiamo parlato di Red Rocks con il suo regista Bruno Dumont, una delle voci più originali e influenti del cinema d’autore francese, stavolta alle prese con una co-produzione che, per sua stessa ammissione, lo ha “liberato” dalle costrizioni e dalle convenzioni del cinema del suo paese.

Dove ha scovato questi giovanissimi e fantastici attori e cosa l’ha guidata nella loro scelta?

Lavoro sempre alla stessa maniera quando si tratta di trovare degli attori non professionisti per i miei film. Inizio dal luogo in cui devo girare. E non parlo neanche a livello regionale, ma mi concentro su un’area di circa quaranta chilometri dal luogo delle riprese. Poi, anche attraverso i social network, annuncio quali attori cerco. In questo caso bambini e bambine di 4 o 5 anni. Ovviamente sono poi i genitori che mi contattano.

Nella prima fase del casting abbiamo osservato una cinquantina di bambini diversi. Quelli che sarebbero stati i due protagonisti del film, Géo ed Ève, erano già lì. Solo che all’epoca Géo aveva 3 anni e la bambina 4. Erano troppo piccoli per poter recitare. Però ci abbiamo messo più tempo del previsto per riuscire a trovare i fondi e le riprese sono slittate. Un anno dopo, quando eravamo pronti, sono tornato da loro, perché mi erano rimasti impressi ed ero sicuro sarebbero stati la scelta giusta per il film. Gli imprevisti produttivi ci hanno aiutato, paradossalmente.

Una immagine di Red Rocks
Una immagine di Red Rocks (fonte: Festival di Cannes) – NewsCinema.it

Infatti il film è una co-produzione tra diversi Paesi europei. Ha un’ambientazione francese ma è stato girato in Italia…

Io considero questo film la mia liberazione dal cinema francese. Trovare finanziamenti in Francia è diventato molto difficile, così mi sono spostato in Italia, in Portogallo, in Spagna. E questo mi ha permesso di liberarmi da un cinema che considero noioso. La co-produzione ha funzionato benissimo. Ho lavorato con una troupe messicana e italiana e mi ha fatto benissimo, come regista. È stato rigenerante per me lavorare con un direttore della fotografia messicano (Carlos Alfonso Corral, già collaboratore di Roberto Minervini ne I Dannati, ndr). Lui è abituato a girare con la camera a mano, cosa che invece io non ho mai fatto. E non avrei mai fatto se non avessi lavorato con lui. Questo ha dato un aspetto completamente nuovo al mio lavoro. 

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Se la produzione fosse stata francese, avrei lavorato con un direttore della fotografia francese, con una troupe francese. Ma soprattutto sarei stato costretto ad accettare tutte le restrizioni del cinema francese. Quando Roberto Minervini mi ha detto che avrei potuto lavorare con alcuni dei suoi collaboratori, all’inizio avevo paura che la barriera linguistica potesse essere un problema. Adoravo il lavoro di queste persone, ma non mi sembrava una scelta così facile da prendere. Quando l’ho incontrato, abbiamo parlato di quali ottiche avremmo utilizzato, di quale formato. Alla fine la scelta è stata quella di lavorare con una focale di 20 millimetri e con un aspect ratio di 1.66.

Sembra una questione tecnica, ma in realtà si tratta di una scelta stilistica e poetica ben precisa per rappresentare l’infanzia in una maniera inedita e sconvolgente…

Quel tipo di lente ti permette di avere un’immagine nitidissima. E credo che l’infanzia sia caratterizzata da questa nitidezza, dall’assenza di sfocature o trucchi visivi, così come da una profondità di campo molto limitata. E così l’aspect ratio è stato utile perché permette anche di accentuare delle deformazioni quando i personaggi, ripresi così vicino e così frontalmente, si muovono. Infine, come dicevo prima, è stata fondamentale anche la scelta di utilizzare la camera a mano.

Il film è costato due milioni di euro. Non avevamo tempo e soldi per poter allestire dei set o per fissare la camera in un punto macchina preciso. Anche perché nel frattempo probabilmente sarebbe andata via quella purezza nei bambini che ho cercato sempre di riprendere nella sua immediatezza.

I personaggi non sembrano mai “solo” dei bambini, ma la rappresentazione stessa dell’infanzia, quasi degli spiriti…

Questo è assolutamente vero. A me non interessa il contesto sociale nei film. Red Rocks è realistico, ma allo stesso tempo completamente astratto. È un mix di queste due cose. Le ambientazioni sono reali, il suono in presa diretta… ma è comunque tutto finto. E i bambini, per come sono nel mio cinema, non hanno una psicologia elaborata, non hanno costrutti. Per rappresentare l’infanzia, come dici tu, e non un bambino in particolare, devo eliminare tanti elementi superflui: i suoi genitori, la sua casa e così via.

I pochi adulti che compaiono nel film sono tutti stupidi. Ma a me interessava anche raccontare l’infanzia residua che resta con noi per sempre, anche nell’età adulta. Questa astrazione rende questo film, un film senza tempo.

L’infanzia è uno degli argomenti prediletti del cinema francese. Questa eredità in qualche modo l’ha influenzata?

Non ho avuto nessun riferimento. Tutto è stato costruito a cominciare dagli attori. Dalle loro specificità. Ma è giusto che il pubblico possa rivederci tutti quei modelli anche letterari, cinematografici, a cui inevitabilmente, da adulti, si associa il periodo dell’infanzia. Peter Pan, ad esempio, perché anche loro sono personaggi da cartone animato, fantastici e immaginari, che non vogliono crescere. Ma non è qualcosa a cui penso io, da regista. Per me è un lavoro istintivo. Sono gli spettatori che poi ci proiettano sopra cosa vogliono.

È un film sull’infanzia, ma è anche un film che i bambini potrebbero apprezzare secondo lei?

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Chi ha visto il film mi dice di sì. Io non ne sono così sicuro. Géo era accanto a me durante la prima proiezione ufficiale e stava facendo tutt’altro. Ed è il protagonista! Ma va bene così.

Davide Sette
Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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