Dustin Yellin è un artista e scultore noto soprattutto per le sue spettacolari opere stratificate in vetro, che combinano collage, pittura e scultura all’interno di grandi pannelli trasparenti attraverso i quali ammirare paesaggi tridimensionali estremamente affascinanti e stratificati. Le sue opere, che lui stesso definisce “frozen cinema” (“cinema congelato”), sembrano fermare il tempo e trasformare migliaia di frammenti visivi in organismi complessi che restituiscono la stratificazione della nostra umanità nel corso dei millenni di attività antropica.
Il suo debutto nel mondo dl cinema, con il cortometraggio Goodnight Lamby, è prodotto da Primordial Soup, ovvero lo studio AI fondato da Darren Aronofsky. Per animare il film, infatti, è stata utilizzata l’AI di Google DeepMind, con cui Primordial Soup sta collaborando alla produzione di opere audiovisive che possano spingere in avanti il modo in cui intendiamo e percepiamo l’utilizzo di questi strumenti nella pratica artistica tradizionale, fornendo un mezzo potentissimo agli autori per poter realizzare quello che hanno in mente.
Di cosa parla Goodnight Lamby
Goodnight Lamby, che il regista ha dedicato a sua figlia Zia, segue la bambina in un viaggio fantastico dentro una delle opere più note del papà, The Politics of Eternity, alla ricerca del suo giocattolo preferito, Lamby. The Politics of Eternity è una monumentale scultura-installazione composta da sette grandi pannelli di vetro, dentro i quali sono intrappolati migliaia di frammenti e oggetti. Da lontano può apparire come un unico corpo solido e compatto. Avvicinandosi, però, si scopre un universo caotico di immagini, simboli e riferimenti culturali che sembrano galleggiare nello spazio.
È un’arte profondamente narrativa quella di Yellin: ogni lavoro sembra raccontare la storia dell’umanità attraverso una sovrapposizione di epoche, memorie e conoscenze. L’artista, infatti, è interessato al rapporto tra civiltà, tecnologia, natura ed evoluzione umana e le sue sculture permettono di osservare una sorta di archivio vivente della coscienza collettiva.

Intervista al team creativo di Goodnight Lamby
In occasione della presentazione al Festival di Cannes, abbiamo avuto modo di discutere del film con il regista Dustin Yellin, con il produttore Justin A. Gonçalves e con l’animatore Ricardo Villavicencio.
Dustin, hai sempre definito la tua arte con il termine “frozen cinema”. Quindi il passaggio dal mondo della scultura a quello delle immagini in movimento era solo una questione di tempo…
Yellin: È stato un passaggio molto naturale per me. Come hai detto tu, io lavoro con quello che ho imparato a definire “frozen cinema”, quindi cinema immobile. La differenza principale, oltre al movimento, è però anche un’altra. In una scultura come The Politics of Eternity, che è quella che vediamo nel film e dentro la quale la protagonista si perde, ci sono centinaia di narrazioni che avvengono contemporaneamente.
Nella scultura, sono tutte lì e co-esistono nello stesso tempo. Nel cinema, invece, si deve scegliere in che modo passare da una narrazione all’altra, perché non è possibile mostrarle tutte insieme da un punto di vista spaziale e temporale.
Le tue opere sono sempre caratterizzate da una enorme presenza di dettagli, frammenti, soggetti. Una tecnica che ricorda quella di grandi pittori come Bosch o Bruegel.
Yellin: Esatto, sono un grande amante del rinascimento fiammingo e della pittura del sedicesimo secolo. Ma sono anche ossessionato dalla storia dell’uomo. Dalla contemporaneità, andando indietro fino a cinquemila anni fa. Non a caso nel film si possono trovare manufatti che arrivano fino ai tempi delle Cicladi.
Ho sempre lavorato su questo, sull’Antropocene, e questo progetto mi ha permesso di espandere questa mia ricerca creando un movimento lì dove invece c’era la fissità della scultura. È stato come sciogliere con il fuoco un blocco di ghiaccio in cui dentro era rimasto intrappolato qualcuno, liberandolo. E ovviamente questo film è anche una lettera d’amore per mia figlia. È lei la protagonista assoluta di questo racconto.
Assieme a due co-protagonisti di eccezione…
Sì, Paul Rudd interpreta il padre della bambina nella sezione in live action del film. Mentre Chris Rock presta la voce a Copernipus, un polpo che Zia incontra nel corso della sua avventura. Sono molto grato a loro per aver accettato il mio invito e non potevo immaginare nessun altro al posto loro.

In che modo l’intelligenza artificiale di Google DeepMind vi ha agevolato nella realizzazione di questo film e in che modo secondo voi l’utilizzo di queste tecnologie influisce sul processo artistico?
Yellin: Nel mondo dell’arte, dell’animazione o del cinema, ci sono sempre state innovazioni o tecnologie emergenti che ne hanno cambiato la storia. Pensiamo al sonoro, ad esempio. La chiave però resta sempre la stessa: sapere qual è la storia che vuoi raccontare e avere una visione chiara di come vuoi raccontarla. Se avessimo scelto di realizzare questo film in stop-motion o con un’altra tecnica, non sarebbe cambiato molto. Sarebbe cambiato il processo, ma il risultato no. Perché sapevo quello che volevo ottenere fin dall’inizio.
Gonçalves: Quella con Google DeepMind è stata una collaborazione basata sulla volontà di esplorare e sperimentare, fin dal primo giorno. Il primo film che abbiamo realizzato insieme, Ancestra, è stato presentato al Tribeca Film Festival e fa luce sulle difficoltà della gravidanza che raramente vengono raccontate, abbattendo le barriere tecnologiche che un tempo rendevano queste narrazioni impossibili da visualizzare. Il prossimo film, invece, sarà un documentario. Un film che si interroga su come si può filmare il reale oggi, in un’epoca in cui l’origine, l’indessicalità dell’immagine non può essere più data per scontata.
Villavicencio: Io sono un animatore indipendente e quindi so bene cosa vuol dire fare i conti con limitazioni di budget, imprevisti produttivi e altre problematiche. Ho iniziato a utilizzare questi strumenti già nel 2019, quando ancora non ne parlava nessuno. Era una tecnologia allo stato embrionale, ma era chiaro che, una volta perfezionata, avrebbe cambiato le regole del gioco. Io poi ho un approccio all’animazione che è molto materico, quindi l’esatto contrario di ciò che si pensa quando si vede un’immagine generata da un’IA, che è invece sintetica.
Ma tutto dipende da come utilizziamo questo strumento. Nel caso di Dustin, il punto da cui cominciare erano le sue sculture. Quindi stavamo lavorando sulla sua arte, usando la tecnologia per navigare quello che era il suo universo artistico, non per crearne uno nuovo. Se guardiamo un film e ci domandiamo quale macchina da presa è stata utilizzata per girarlo, vuol dire che quel film sta fallendo nel coinvolgerci. La stessa cosa vale per l’IA. Lo strumento non deve essere visibile per funzionare bene.
Aronofsky, parlando del film qualche giorno fa qui a Cannes, ha detto che non sarebbe potuto esistere senza la tecnologia utilizzata. In che modo?
Villavicencio: Sarebbe stato impossibile raggiungere questo livello, rendere giustizia al lavoro di Dustin, con le risorse che avevamo, senza utilizzare questa tecnologia. Questo sicuramente sì. Ci sarebbe voluto tantissimo tempo. E ci sarebbero voluti molti più soldi. Non voglio dare l’idea che non ci siano state tante persone a lavoro sul film e che non sia stato comunque impegnativo realizzarlo… Ma la tecnologia ci ha dato una grossa mano.

Credete ci sia ancora una diffidenza del pubblico, specialmente quello dei festival e degli appassionati di cinema, rispetto all’impiego di questo tipo di strumenti?
Villavicencio: Tutto sta nel modo in cui vengono comunicati. Dobbiamo distinguere come viene utilizzata l’IA, ad esempio, sul web, per creare meme o altro e come può essere utilizzata per produrre un film. Per noi è uno strumento produttivo potentissimo. Pensa a cosa vuol dire per i più giovani e le nuove generazioni. Noi da piccoli per stare insieme e creare qualcosa insieme mettevamo su una band. Ora magari i ragazzi potranno creare dei film insieme, nella loro stanza.
È anche una tecnologia in continua e progressiva evoluzione, come si può notare anche da ciò che è stato prodotto proprio da Primordial Soup in questi mesi, come la serie On this day…
Gonçalves: È proprio così. Dal primo al secondo episodio della serie On this day già si nota una differenza enorme, un’evoluzione nella tecnologia. Ma la cosa fondamentale è il know-how che stiamo costruendo con Primordial Soup, passo dopo passo, affinché altri artisti possano trovare un workflow già perfezionato, su cui un team lavora costantemente insieme da anni, tra imprevisti e successi. È questo, alla fine, quello che cerchiamo di fare con Primordial Soup. Permettere agli artisti di sperimentare.


