Tra i film più dolci e commoventi visti a questa 79esima edizione del Festival di Cannes, spicca senza dubbio Adieu monde cruel, presentato in chiusura della Semaine de la Critique.
Si tratta del primo lungometraggio di Félix de Givry, già attore per Mia Hansen-Løve nel suo cult generazionale Eden, ma anche produttore di successo (è suo Arco, il film d’animazione francese candidato agli ultimi Oscar).
Il film racconta la storia di Otto Vidal (Milo Machado-Graner), quattordicenne che scompare dopo aver inviato una lettera d’addio a tutti i parenti e ai compagni di classe, annunciando il suo suicidio. Ma mentre tutti lo credono morto, Léna (Jane Beever), una ragazza della sua scuola, lo riconosce una notte mentre vaga per le strade della città. Da quel momento nascerà tra i due una tenera storia d’amore.
Abbiamo avuto modo di parlarne con il regista e la giovane protagonista del film, al suo primo ruolo per il grande schermo.
Intervista a Félix de Givry e Jane Beever
Il tuo è un film che crede fortemente agli artifici del cinema, che mette in chiaro fin da subito che la storia che ci sta per essere raccontata è, appunto, semplicemente una storia, un prodotto della fantasia e della finzione…
De Givry: La mia idea era quella di realizzare un film in cui il confine tra finzione e realtà fosse molto sfumato. Non si doveva capire quel che effettivamente era successo. Perchè questa è comunque una storia abbastanza incredibile.
Non al punto da diventare assurda, o fantastica. Ma comunque ci fa porre delle domande, gioca con le nostre convinzioni di spettatori. Siamo sempre nel limbo tra ciò che vediamo e ciò che non vediamo, tra ciò che possiamo spiegare e quello che invece è inspiegabile.
La voce narrante, poi, aggiunge ancora più mistero. Non era previsto all’inizio, ma è stata aggiunta in un secondo momento. Ma credo abbia aiutato molto il film. A creare questa dimensione favolistica.
E così anche la musica, che viene utilizzata per accentuare questo senso di finzione cinematografica…
De Givry: Questa era una scelta precisa, fatta fin dall’inizio. Quella di avere un tema musicale ricorrente, una melodia che tornasse in diverse scene. È un tipo di colonna sonora che oggi non esiste più, nel cinema contemporaneo.
La musica da film è diventata più illustrativa, cerca di spiegare quello che sta succedendo nella scena. Io invece amo molto le colonne sonore degli anni Cinquanta e Sessanta. Quelle musiche che poi, quando le riascolti, ti ricordano esattamente il film che hai visto. Ti fanno ricordare la storia di quel film, anche a distanza di anni.
E così i titoli di testa sono fondamentali perché, insieme alla musica, ti dicono fin da subito: ehi, stai per vedere un film, ti stiamo per raccontare una storia. Aiutano ad attivare quella sospensione dell’incredulità che oggi sempre meno il pubblico vuole attivare. Gli spettatori cercano invece sempre più spesso esperienze che non li separino troppo dalla realtà.

Qual è stato il momento in cui hai capito che questa storia poteva essere raccontata solo in questo modo?
De Givry: L’elemento che ha cambiato radicalmente il progetto è stata la decisione di raccontare questa storia come se fosse già avvenuta. Questa informazione, che viene fornita allo spettatore all’inizio, dicendogli che sta per seguire una storia circolare, che inizia da dove finisce, modifica la relazione che quello spettatore ha con ciò che vede.
E così anche la voce narrante, una volta inserita, ha modificato completamente la nostra percezione di ciò che avevamo già girato e montato. La nostra opinione sui personaggi e sulle relazioni che li legavano.
Jane, tu invece come sei entrata nel progetto e come ti sei preparata per questo tuo primo ruolo sul grande schermo?
Beever: Dopo le audizioni, quando ho ottenuto il ruolo, Felix come prima cosa mi ha inviato una lista di film da vedere. Poi ci sono state tre settimane di preparazione, con lui e con Milo, in cui abbiamo visto ancora altri film e abbiamo cominciato a provare delle scene. È stato molto utile perché ci siamo potuti conoscere prima di girare.
Come dici tu, questo è il mio primo ruolo al cinema. Ed è un ruolo fondamentale per il film. Quindi ovviamente sentivo grande responsabilità. Abbiamo girato a Parigi e poi in Normandia e per due mesi e mezzo sono stata lontano dalla mia famiglia e dai miei amici. Ma è stato speciale, perché era un piccolo segreto che dovevo custodire, che era solo mio. E che adesso finalmente è stato svelato.
Quali film ti ha consigliato il regista?
Beever: Mi ha consigliato Vivere in fuga, con River Phoenix, e Accadde una notte di Frank Capra, che ho amato moltissimo. E ancora Splendor in the Grass di Elia Kazan. Ma anche titoli più recenti come Licorce Pizza.

Invece Milo Machado-Graner è stato coinvolto nel progetto fin da subito?
De Givry: La casting director aveva conosciuto Milo e suo fratello prima di Anatomia di una caduta. Per un film che avevano realizzato quando avevano dieci anni. Ma quando abbiamo iniziato il casting per questo film, nel frattempo era uscito Anatomia di una caduta.
E ovviamente Milo è fantastico in quel film. Ma devo dire che mi piaceva l’idea che il protagonista fosse un attore già conosciuto, dal momento che nel film tutti lo cercano, vediamo la sua faccia su tutti i manifesti. Quindi questa fama che Milo ha ottenuto ha aggiunto un ulteriore livello di lettura e di complessità al suo personaggi.
Il film è un viaggio, narrativamente e visivamente, dal buio alla luce.
De Givry: C’era un’intenzione iniziale, ma poi c’è anche qualcosa di inconscio che accade. Ero convinto che il film dovesse andare dal buio alla luce. La presenza di Jane avrebbe illuminato quel posto oscuro in cui il protagonista si trova all’inizio del film. Ogni volta che loro due si incontrano, entra sempre più luce nell’immagine.
Abbiamo lavorato molto con il direttore della fotografia affinché l’oscurità fosse davvero tale. Non siamo più abituati a osservare il buio della notte al cinema. Probabilmente perché con il digitale è più difficile ottenere quel tipo di buio che invece trovi in un film come Four Nights of a Dreamer di Robert Bresson, dove le notti sono riprese magnificamente.
Sono contento che Tara-Jay Bangalter, il dop, fosse così giovane e così disposto a rischiare. Probabilmente qualcuno con più esperienza sulle spalle avrebbe insistito per cambiare questo aspetto.
È infatti un film difficilissimo da guardare su schermi piccoli del cellulare o del tablet…
De Givry: È così (ride, ndr). L’ho notato guardando degli estratti sul cellulare… non si vede niente! Ma va bene così. Il buio, nel film, svolge un ruolo fondamentale. Protegge i protagonisti.
Oggi è ancora un problema trovare finanziamenti per un film che ha come protagonista un personaggio non necessariamente conciliante e rassicurante?
De Givry: È stato difficile perché abbiamo ricevuto tantissimi no. C’era una diffidenza rispetto al fatto che le persone potessero relazionarsi con questa storia, con questo personaggio che abbandona la mamma e inganna tutti.
Non è sempre facile empatizzare con lui. È così che funzionano le cose a livello produttivo, ma è stupido. Uno vede Taxi Driver e può relazionarsi con la disperazione e la tristezza del protagonista pur non essendo un pazzo omicida…
Beever: Io credo che gli spettatori possano scoprire qualcosa di loro stessi guardando questo film. Perché lo spazio al di fuori della società, al di fuori della realtà, che i protagonisti creano per loro, accoglie anche lo spettatore.
Noi lo invitiamo in questo spazio a riflettere anche su se stesso. Io ho capito molte cose di me girando questo film. Ad esempio che tendo a nascondere le mie fragilità. Che è una cosa che fa anche il mio personaggio nel film.
Attore, produttore e adesso regista. Continuerai su questa strada?
De Givry: Sicuramente proverò a realizzare altri film da regista. Anche se non mi dispiace l’idea di essere uno di quegli autori che realizzano solo un film e poi scompaiono. Pensiamo a Charles Laughton con The Night of the Hunter. Un solo film, ma un classico.


