Cinque storie di donne raccontate dallo sguardo di registe: ecco 5 film da vedere per celebrare la Festa della Donna tra cinema, identità e protagoniste indimenticabili.
Come ogni anno, l’8 marzo si celebra la Giornata internazionale dei diritti della donna. Per l’occasione, abbiamo deciso di proporvi cinque film di recente uscita che non solo declinano in maniera differente (e, secondo noi, appassionante e audace) il tema della femminilità, ma sono anche diretti da registe.
È così, quindi, con questi cinque consigli cinematografici, che vogliamo celebrare questa ricorrenza, dandole un senso compiuto e promuovendo il lavoro di cinque autrici che amiamo e stimiamo.
Tutti i film menzionati sono disponibili in streaming (al termine di ogni paragrafo vi abbiamo scritto su quale piattaforma).
Vermiglio
Come l’hogar del precedente Maternal, una casa famiglia per ragazze madri gestita da suore, anche la nuova ambientazione del secondo lungometraggio di finzione di Maura Delpero (il paesino di Vermiglio, che dà il titolo al film) è un luogo tanto isolato quanto pieno di vita.
Un luogo in continua trasformazione, sempre pronto ad accogliere nuovi figli, al punto da non riuscire a capire, almeno inizialmente, se si tratti di un rifugio o di una prigione, specialmente per le donne che ci vivono dentro.
Uno spazio problematico, ricco di divieti così come di possibili fonti di realizzazione. Anche in questo caso, le confuse aspirazioni e i desideri delle giovani ragazze, trasformate troppo presto in madri o chiamate repentinamente a prendere decisioni irreversibili sul loro futuro, finiscono per scontrarsi con la rigidità delle regole che l’ambiente in cui vivono impone loro.
Sia Maternal che Vermiglio sono due film sulle donne che assumono come punto di vista privilegiato quello dei bambini, tracciando un solco tra la giovinezza e l’età adulta, tra la tradizione e la speranza di un cambiamento in arrivo.
Collocandosi in questa situazione di transizione, anche storica, il film riesce a raccontare di donne che sono indubitabilmente figlie del loro tempo ma che allo stesso modo già fremono di un desiderio di autodeterminazione, anche segreto, nascosto, sussurrato, che ribolle dentro di loro e anticipa scenari differenti.
Il cinema di Maura Delpero continua così, ostinatamente, a raccontare di sorellanza, di maternità imperfetta, dello scompiglio dell’adolescenza bruscamente interrotta. E lo continua a fare attraverso storie che si svolgono in luoghi che assomigliano sempre più a enormi pance in cui la vita fiorisce incessantemente, scalpita e scalcia, impaziente di uscire fuori da un ventre eccessivamente protettivo.
Vermiglio è disponibile su Sky / Now TV

Bottoms
Perdere la verginità prima di entrare al college: questo pitch perfettamente canonico (Porky’s, American Pie, Supergrave, Booksmart, fino al sorprendente Super-bourrés, uscito qualche anno fa in Francia), viene esposto in un prologo semi-improvvisato tanto bizzarro quanto esilarante e prende rapidamente una piega inaspettata in questo Bottoms, quando si comincia a capire la strategia pensata dalle due giovani protagoniste per raggiungere i propri scopi: mettere in piedi un fight club.
Il fatto che PJ e Josie non abbiano la minima abilità nel combattimento non impedisce loro, da brave “amanti ignoranti”, di buttarsi a capofitto in sanguinose sessioni di pugilato che le renderanno le “lesbiche brutte e senza talento” – come le chiamerà il preside della scuola – ma finalmente popolari. Bottoms orchestra l’incontro esplosivo tra Monique Wittig e Jacques Rancière in un trionfo di comicità che evoca Cry Waters di John Waters.
Già Shiva Baby aveva consacrato il talento di Emma Seligman: girato con un budget misero e ambientato durante un rituale funebre ebraico, quell’adattamento del suo cortometraggio di laurea (alla NYU) era stata l’occasione per regolare alcuni conti famigliari.
L’attrice Rachel Sennott, eccezionale controfigura della regista nella finzione cinematografica era già lì. Ma è Ayo Edebiri (rivelata dalla serie The Bear) che qui impressiona e splende nel ruolo di Josie.
Bottoms è disponibile su Prime Video (canale MGM+)
Anatomia di una caduta
Un uomo muore, una donna gli sopravvive e viene subito accusata del suo possibile omicidio, essendo l’unica adulta in casa in quel momento. È una donna emancipata e decisamente poco “calorosa”, lontanissima dall’idea tradizionale di madre, che ha spesso demandato al marito le incombenze domestiche e la cura del figlioletto per occuparsi della sua carriera.
Scelta di emancipazione per cui il compagno – frustrato da alcuni problemi personali – dimostrava insofferenza. Era depresso (sottinteso nella misoginia ordinaria che guida le accuse: la moglie era la causa della sua depressione)? Si è ucciso o è stato ucciso, cambia davvero qualcosa? O meglio, cambia davvero ai fini della distribuzione della colpa, già assegnata ancora prima di entrare in tribunale?
Il processo che lo deve stabilire è alla base di quello che non è solo un thriller giudiziario, ma piuttosto l’analisi di un’idea di donna, delle aspettative che più o meno consciamente riponiamo nella figura femminile nel nucleo famigliare.
Justine Triet domina il dramma processuale (nuovo genere d’elezione del cinema d’autore francese) non tanto per giocare con la suspense, quanto per mettere a fuoco il suo stile, che non è mai sembrato così vicino a una forma di perfezione, in cui il caos che è stato il segno distintivo dei suoi precedenti film viene qui contenuto nella precisione del dispositivo.
Non riusciamo spesso ad ascoltare le frasi lasciate a metà, tagliate in volo, a cui si impedisce di atterrare nell’inquadratura successiva, rubate alle nostre orecchie e a quelle dei personaggi, che si parlano senza mai capirsi o ascoltarsi.
A dire il vero, le parole non possono fare molto. Solo i sensi sembrano in grado di contemplare una verità indicibile: il tocco di un ragazzino ipovedente (il formidabile Milo Machado Graner), l’istinto di un cane, l’ascolto della musica che viene fuori dalle note di una partitura pianistica non del tutto decifrata.
Anatomia di una caduta è disponibile su Mubi

Un bel mattino
Nel cinema di Mia Hansen-Løve il tema è quasi sempre quello dell’esistenza che prosegue dopo l’esperienza del lutto e come questa venga cambiata e scossa dal trauma della scomparsa di una persona cara.
Che si tratti di una storia d’amore (Tout est pardonné, 2007, Un amour de jeunesse, 2011, Bergman Island, 2021) o di una vita spezzata (Le Père de mes enfants, 2009, Eden, 2014, L’Avenir, 2016), spesso a venire meno è una figura di autorità maschile (un amante più anziano, un padre o un grande regista), il cui vuoto crea la possibilità, per chi resta, di un’emancipazione e dell’emergere di una propria personalità.
Il suo ultimo film estende questa ossessione adattandola alla storia di Sandra (Léa Seydoux, mai con così tanto spazio a disposizione per emergere). Interprete, madre di una bambina rassegnata dalla prospettiva di non poter più vivere un sentimento folgorante, si trova a vivere un’improvvisa e travolgente storia d’amore con un amico perso di vista e ora sposato (Melvil Poupaud nei panni di uno stanco playboy), proprio nelle settimane in cui si trova ad accudire suo padre (Pascal Greggory), affetto da una terribile malattia degenerativa, negli ultimi giorni della vecchiaia.
Pur non essendo nettamente diviso in due sistemi di rappresentazione come lo era Bergman Island, anche Un Bel Mattino si trova tra due tensioni opposte: lo sconvolgimento della passione che torna inaspettatamente si contrappone al lutto di un padre. Un uomo arriva e un altro se ne va. Una cosa muore mentre un’altra (ri)nasce.
Un bel mattino è disponibile su Prime Video

Piccolo Corpo
Il film di Laura Samani si inserisce in quel filone femminista dei period drama cominciato con il seminale Lezioni di Piano di Jane Campion e deflagrato poi, attirando anche una nuova generazioni di spettatori, con Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma nel 2019: opere che mettono al centro narrazioni femminili trascurate per lungo tempo dall’immaginario raccontato da romanzi e film.
L’implacabilità con cui Agata (Celeste Cescutti) intraprende il viaggio che deve condurla in montagna, in un luogo soprannaturale che potrebbe, in un ultimo battito di tempo, ridare vita al piccolo cadavere di suo figlio, appare come una simbolica messa in scena del lutto, via crucis vissuta nella carne che diventa storia di emancipazione.
La scelta di filmare questa traversata, questo faticoso avanzare in una natura insieme inebriante e ostile, conferisce tutta la sua forza discreta a questa opera folgorante, a questa riedizione del mito sempre uguale di Cappuccetto Rosso e del lupo, della preda e del cacciatore, in cui però non compare l’atteso predatore, ma un altro volto: quello della Lince (Ondina Quadri), pelle bruna e penetranti occhi azzurri, lui o lei, alleato, amica, e forse in segreto amante.
Non più agnello e bestia dai denti aguzzi, ma la possibilità di vivere sullo stesso piano, di riappacificarsi rinunciando al ruolo di vittime e carnefici. La protagonista intraprende un viaggio fino ai confini dell’ignoto, abbandonando le sue radici e mettendo a rischio la sua stessa incolumità.
Il suo desiderio cosciente è quello di battezzare sua figlia, darle finalmente un nome per poterla lasciare andare, ma quello inconscio riguarda invece la possibilità di prolungare lo stato di simbiosi che ha vissuto per mesi con quel corpo, di continuare la gravidanza in un’altra forma. Il bambino non più nella pancia, ma dietro la schiena, come un peso di cui farsi carico.
Piccolo Corpo è disponibile su Sky / Now TV


