Diretto da Daniel Vidal Toche, che ne firma anche la sceneggiatura con Ignacio Vuelta, La anatomia de los caballos è un’opera d’esordio in concorso al 43esimo Torino Film Festival.In concorso alla 43esima edizione del Torino Film Festival, La anatomia de los caballos è un’opera d’esordio notevole, ma non per tutti i palati. La lentezza della narrazione e i salti temporali costringono lo spettatore a un livello di concentrazione non indifferente, ma lo immergono anche in questa atmosfera rarefatta e fascinosa.
La anatomia de los caballos: una storia di sconfitti al Torino Film Festival
La scena d’apertura, con una furiosa lotta al ralenti, tra polvere e sangue, fornisce subito un indizio del tipo di racconto. La natura incontaminata e sconfinata fa da sfondo alle vicende di un’umanità che soffre, combatte, perde. La anatomia de los caballos appare una storia di sconfitti, che si interrogano sul senso della rivoluzione e sul costo dei sacrifici che sono stati richiesti nel tentativo di raggiungere lo scopo. Se le rivoluzioni cominciano tutte per gli stessi motivi, bisogna essere sempre preparati all’idea di dover ricominciare da capo.

I protagonisti hanno perso dei cari nel tragitto e, con loro, la speranza e la fiducia in ciò che li attende. Il dolore della scomparsa li unisce, consentendogli di condividere, almeno per un momento, sentimenti importanti e indelebili.
La pellicola affronta così tematiche che ancora oggi hanno un valore da tener ben presente, consapevoli di quanto anche la Settima Arte possa fare la sua parte. Non a caso, lo stesso regista, Daniel Vidal Toche, ci tiene a spiegare cosa lo ha mosso e condotto verso la realizzazione di un’opera simile. “Ho cercato di esprimere ciò che provo per il mio Paese, nel quale il desiderio di cambiamento sembra sempre destinato a fallire”
In un limbo tra simboli, sogni e realtà
L’America latina rimane intrappolata in un circolo vizioso – e l’intreccio delle storie, ambientate in due archi temporali distinti (nel XVIII e nel XX secolo), lo dimostra alla perfezione – dal quale uscire è particolarmente difficile. Utilizzando un tipo di racconto intimo, visionario, personale, viene fuori un’opera capace di portare sotto la luce dei riflettori uno spaccato sociale complesso e sfaccettato, di cui pochi sono a conoscenza. Al termine della visione, starà al pubblico decidere se la speranza nei confronti di un futuro diverso, di un cambiamento – talvolta necessario – sia possibile, oppure no. La anatomia de los caballos vive di simboli e di personificazioni, ma non giudica e non offre prospettive consolatorie. Semplicemente perché, sino a ora, non ce ne sono.

Dal punto di vista cinematografico, apprezzabile anche come la musica gioca quasi in contrasto con le immagini sullo schermo, incuriosendo e catturando l’attenzione. L’inizio sulle note thriller ne è un esempio lampante, poi pian piano la colonna sonora diviene un commento a margine, che esalta stati d’animo ed emozioni.
Mentre il confine tra sogno e realtà si assottiglia sempre più, si rafforzano le sensazioni e il bisogno di ottenere, se non proprio giustizia, quantomeno la possibilità di vivere in pace.


