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Festa del Cinema di Roma

Festival di Roma: Conferenza stampa de “Il Paese delle Spose Infelici”

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Si è tenuta stamattina la Conferenza Stampa de “Il Paese delle Spose Infelici” uno dei quattro film italiani in concorso alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Il regista, Pippo Mezzapesa, insieme al cast ed ai produttori, Domenico Procacci e Rai Cinema, ha presentato il film e le dinamiche seguite nel corso della lavorazione del suo primo lungometraggio.

Da dove parte questa storia, cosa l’ha ispirata e come è nata l’idea?

Pippo Mezzapesa: Nasce dal romanzo omonimo di Mario Desiati. Posso dire che mi ha colpito l’atmosfera di questo romanzo che ho cercato di raccontare anche nei miei racconti precedenti, Veleno, Zazà ed Annalisa, i personaggi si trovano a vivere un momento, quello dell’adolescenza, di passaggio, tormentati. Rocco Scotellaro definiva la giovinezza il più duro dei nostri tormenti ed in questo film ho cercato di rappresentare questo. È un momento di scelta per i nostri ragazzi ed anche per l’elemento femminile che si trova di fronte ad un dolore apparentemente incolmabile. Momenti comuni ai personaggi che li porta ad un’interazione inevitabile. Il quarto protagonista della storia è il territorio, un territorio, quello della provincia di Taranto, avvelenato che ha una bellezza arcaica ma ferita, sia morfologicamente che dalle ciminiere, da questi fumi che alterano il colore del cielo e l’animo di questi personaggi.

Rivolto all’autore del romanzo: Veleno sei tu? È un romanzo autobiografico?

Marco Desiati: In parte sì, anche Pippo è in parte Veleno. Veniamo dalla stessa terra, abbiamo le stesse passioni. Sono ancora emozionato dalla visione del film. Credo che Veleno, Zaza ed Annalisa siano quelli che ha visto bene Pippo, ed ha raccontato due sentimenti difficile come una solidarietà perfetta, quella tra i ragazzi di provincia e poi quel sentimento che nasce, che non è ancora l’amore, al quale stai dando ancora una definizione.

In questo tuo primo lungometraggio sembrano raccogliersi alcune delle idee più belle che hai messo nei tuoi cortometraggi, è così?

Pippo Mezzapesa : Il campo di calcio, soprattutto quello periferico è il luogo ideale per far nascere un’amicizia, è il luogo in cui vengono meno i contrasti sociali, anzi conviene spogliarsi dalle proprio vesti borghesi per sporcarsi di fango e lasciarsi andare all’istinto, alla foga, sporcarsi di vita, di realtà. È quello che cerca di fare Veleno, fuggire dalla propria vita, dalle proprie mura domestiche, mura asfittiche, per liberarsi e vede in Zaza il personaggio al quale ambisce, che vuole diventare. Cerca in tutti i modi di emularlo.

C’è una forte presenza della Puglia nel film, quanto il territorio ha influito nel lungometraggio?

Pippo Mezzapesa: il contrasto è alla base del racconto, lo vivono tutti quanti i personaggi del film. È un contrasto restituito dal territorio, era l’unico dove si potesse girare questa storia, è un campo e controcampo naturale tra una natura incontaminata ed una violata. In questo territorio si mantiene in equilibrio la vita di Annalisa che per buona parte della storia è tentata di buttarsi nel baratro ma alla fine riesce a resistere in equilibrio.

Per Domenico, “la pugliesità” di questo film? È stata determinante?

Domenico Procacci: Anni fa mi arrivò un copione con scritto su, se vuoi una storia pugliese, eccotene una. Io non voglio una storia pugliese, voglio una storia che mi piaccia. Non è un motivo per fare un film “la pugliesità”. È vero che in questo film c’è la Puglia ed è preponderante, però è una storia che m’è piaciuta fin dall’inizio. La Puglia ha sfornato tantissimi talenti e quelli che sono partiti da lì ed hanno voglia di tornare in Puglia mi sembra una cosa buona.

Una domanda per gli attori, come sono entrati dentro questi personaggi?

Nicholas Orzella: Noi nel film abbiamo rivissuto quella che è la realtà della nostra vita. Io sono realmente un giocatore di calcio, sono stato prelevato dai campi da calcio.

Luca Schipani: Girando il film mi sembrava di rivivere alcune scene della mia vita, questo personaggio mi assomiglia molto.

Sempre per il regista, volevo chiedere cosa rappresenta per lei essere qui ad un Festival prestigioso come quello di Roma e poi Domenico quando uscirà il film e quante copie?

Pippo Mezzapesa: Partecipare a questo festival è un onore. I Festival sono un punto di arrivo da un percorso di genesi e produzione del film ma anche un punto di partenza per la distribuzione e la promozione. Roma per la sua vocazione naturale per il pubblico credo sia la vetrina naturale per questo film che spero possa piacere al pubblico. È una soddisfazione per chi ha lavorato tanto, ci ha messo tutta la grinta, tutta la voglia. Sono veramente contento di vivere e guardare l’emozione di questi ragazzi che si stanno vivendo qui, ecco perché è un punto di arrivo.

Domenico Procacci: il film esce l’11 novembre, contro Immortals! Ora vediamo in quante copie escono loro e poi ci regoliamo, per ora sono 30 copie, di cui 5 a Bitonto (scherza).

Per Aylin Prandi (Annalisa) : Il tuo personaggio, come sei entrata in questo personaggio?

Aylin Prandi: Questo personaggio tra onirismo e realtà e penso si veda anche nel luogo, nella scenografia. Credo che il personaggio di Annalisa sia stato proprio questo, in equilibrio tra voglia di vivere e la scelta di morte, diciamo che la seconda è assimilabile al posto in cui vive, abbastanza duro e selvaggio. È stato bello vedere come Pippo sia riuscito a trovare tutti i buoni ingredienti per far riuscire in maniera impeccabile questo film.

Per Antonella (co-sceneggiatrice del film), riesci a darci un po’ di dietro le quinte?

Antonella Gaeta: Questa idea è nata dal fatto che questo racconto poteva  dare l’idea di cinema di pippo, quello che avete visto nei suoi cortometraggi, nelle sue sceneggiature. Ci siamo confrontati molto sulla scrittura, sull’idea fisica dei luoghi e dei personaggi. È stato veramente un lavoro impeccabile ed un gruppo forte, coeso.

Perché questa idea degli adulti, sempre periferica rispetto alla centralità dell’adolescenza?

Pippo Mezzapesa: Gli adulti, come il paesaggio circostante, rappresentano un’idea, il destino ineluttabile al quale i ragazzi non vorrebbero mai arrivare. Il fratello di Zazà è quello in cui si trasformerebbe se non riuscisse ad assecondare la propria passione del calcio e riappropriarsi di quella dolcezza che gli è stata rubata durante la giovinezza. Il mondo adulto è da evitare, per mantenere intatta la propria giovinezza.

Come hai trovato i ragazzi? Il casting?

Pippo Mezzapesa: È stato un lavoro molto lungo, molto laborioso. Devo ringraziare remo infante e sabina mostri viti. Abbiamo setacciato la puglia, le associazioni calcistiche nei quartieri più periferici delle città dove si sviluppa quella realtà esasperata, più interessante. Abbiamo cercato quei ragazzi che con i propri volti riuscissero a restituire il giusto realismo al film ma che riuscissero anche a sostenere le difficoltà e l’impegno delle riprese. Sono molto soddisfatto del lavoro svolto, ho cercato di avvicinare molto i personaggi scritti sulla pagina a loro, cercando di immischiarmi tra di loro, confondermi con loro, infarcendo i personaggi stessi con le impressioni raccolte vivendo con loro. Credo siano essi stessi degli sceneggiatori aggiunti, senza nulla togliere ad Alessandro ed Antonella.

La sua esperienza precedente, tra documentario e cortometraggi le è stata utile?

Pippo Mezzapesa: Il documentario mi ha aiutato a riuscire ad osservare la realtà, ho cercato di portare questo sguardo verso la realtà del romanzo, cercando di sfruttare sia la mia esperienza da documentarista, sia l’esperienza maturata in anni di cortometraggi che sono stati una vera e propria palestra e mi hanno aiutato a costruire questi personaggi, simili a quelli dei miei cortometraggi. È come se ci fosse un fil rouge tra il mio passato e questo film.

È stato importante l’uso delle musiche in questo film?

Pippo Mezzapesa: Gran parte della musica è stata pensata già in fase di sceneggiatura, ci sono intere sequenze che sono state ispirate dalla musica. Sopratttuto la sequenza calcistica è stata ispirata da questo. La musica mi ha aiutato a capire e decidere come trattare argomenti insidiosi come il calcio, ho cercato di rendere questa etica del calcio, tra muscoli tesi ed agonismo, astraendolo dalla realtà del racconto e questo grazie alla musica. L’ideale per accompagnare questa sequenza erano gli archi di Balanesku, crea profondo contrasto, come la scena finale, in cui veleno trova il coraggio di farsi uomo, tornare indietro e salvare una vita ed Annalisa non ha più paura di non farsi salvare. Per le musiche, come quelle di non è la rai, diciamo hanno la funzione di raccontare un decennio di storia italiana.

La puglia che si vuole rappresentare è quella che era o quella che è? È una regione dalla quale si deve scappare?

Pippo Mezzapesa: La Puglia è un pretesto, come diceva procacci non è una storia pugliese. È una storia universale, ho voluto ritrarre quello che è stato e quello che, come dicevo, un decennio amorfo, un populismo dilagante, un’imperante violenza del linguaggio, anche politico e questo grazie proprio alla televisione che entra nelle case e cerca di nascondere il degrado circostante. I personaggi non lasciano certo la Puglia, anzi. Non si va più via perché si hanno le possibilità, è una terra che è stata afflitta da una dispersione, una perdita di cervelli di cui ora si sta riappropriando. Devo dire, c’è un fortissimo ritorno anche per portare in Puglia quello che si è appreso fuori.

 

 

 

 

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Maledetta Primavera | Tramonto di un’estate anni Ottanta

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Inserito nella sezione Riflessi della 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Maledetta primavera narra le vicende di Nina (la bravissima e convincente Emma Fasano) e della sua famiglia, durante una fase di ricerca di nuovi equilibri, a ridosso di un’estate sul finire.

Maledetta primavera | Elisa Amoruso parla di amore, famiglia, estate

Prendendo in prestito la celebre canzone di Loretta Goggi, Elisa Amoruso confeziona un’opera semplice, delicata, incantevole. E la dedica alla sua famiglia, spunto principale per dare vita ai suoi personaggi.

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Micaela Ramazzotti in una scena del film.

Dopo il discusso documentario Ferragni, Unposted, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, la regista originaria di Roma, classe 1981, porta sullo schermo un trio di giovanissimi, composta da un fratello (Federico Ielapi), una sorella maggiore e la sua amica. Viene così a innescarsi un doppio binario su cui la pellicola scivola via, mentre sullo sfondo si consumano le vicende degli adulti.

Leggi anche: Una Famiglia, la recensione del film di Sebastiano Riso

Al centro di Maledetta primavera c’è soprattutto Nina. Da una parte il rapporto con il fratello minore, che tenta di proteggere e crescere a modo suo, con le sue possibilità (essendo comunque una ragazzina); dall’altra il legame con Sirley (Manon Bresch), nato con un iniziale litigio e poi sbocciato in qualcosa di più di una semplice amicizia.

Lo sguardo adolescenziale accompagna lo spettatore

Attraverso lo sguardo della giovane protagonista veniamo in contatto con la sua realtà, che non ha nulla di particolare o speciale, se non che è la sua. L’esistenza è uno snodo cruciale soprattutto all’età in cui si trovano Nina e Sirley, in piena fase adolescenziale e alle prese con situazioni familiari non proprio stabili.

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Emma Fasano e Manon Bresch in una scena del film.

Maledetta primavera si sviluppa nell’arco di qualche giorno di settembre, tra l’inizio della scuola e le ultime puntate al mare. Il mood è quello classico degli anni Ottanta. E ciò appare evidente non solo dai dettagli che compongono la cornice, quanto dal respiro che possiede la storia. Sembra di tornare indietro nel tempo ed è un piacere per gli occhi, la mente, il cuore.

Il ritorno agli anni Ottanta

Nel momento in cui partono le note della canzone da cui il titolo del film – durante una delle scene più belle e toccanti – viene automatico mettersi a cantare insieme ai protagonisti. Una serie di sensazioni ci attraversano, dalla gioia alla malinconia, dal rimpianto al ricordo. E così si innesca anche un legame con le figure dentro lo schermo, in maniera naturale e crescente.

Bravissimi e concreti, gli attori della pellicola rappresentano il valore aggiunto. La Amoruso sa come valorizzare loro e ciò che hanno a disposizione. Non a caso Micaela Ramazzotti esibisce una delle sue migliori performance. Lo sguardo della macchina da presa rende la poesia contenuta nei piccoli gesti, lo sbocciare della bellezza in un periodo di scoperte quale è l’adolescenza.

Leggi anche: Ammonite | Alla Festa del Cinema di Roma l’atteso titolo che non convince

Sebbene non riservi grosse sorprese e anzi appaia abbastanza lineare, il progetto affronta questioni importanti e sfaccettate, con una sensibilità e un’onestà di fondo più che apprezzabili.

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Ammonite | Alla Festa del Cinema di Roma l’atteso titolo che non convince

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Ammonite è la storia di Mary Anning (Kate Winslet), paleontologa britannica molto rinomata ma poco considerata nel mondo scientifico, popolato e governato da soli uomini. Da quando poi si dedica alla madre, ormai anziana, non ha più molti stimoli. Quando irrompono nel suo negozio i coniugi Murchinson (James McArdle e Saoirse Ronan), la sua routine cambierà irrevocabilmente.

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La pellicola diretta da Francis Lee è stata presentata alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, oltre che al Toronto Film Festival, ed è vagamente ispirata alla reale figura della Anning, vissuta tra la fine del Settecento e metà Ottocento.

Ammonite | Storie di solitudini che si incontrano e si incrociano nella prima metà dell’Ottocento

Mary e Charlotte sono donne estremamente sole. Nessuna delle due per propria scelta, ma perché i casi della vita a volte sanno essere molto duri. La prima soffre ancora a causa di un rifiuto risalente a un periodo passato; la seconda vorrebbe tornare a provare una qualche emozione, ma il lutto che l’ha colpita e l’uomo alla quale è sposata non glielo permettono.

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Kate Winslet e Saoirse Ronan in una scena del film.

Ecco allora che dall’incontro cambia qualcosa per entrambe, un meccanismo a lungo inceppato si sblocca, scatta una strana e inaspettata scintilla. Il tutto avviene in maniera sin troppo lento e graduale, tanto che per buona parte della pellicola si avverte la sensazione di essere in una sorta di limbo. Se non che, nel momento clou, i sensi esplodono e nulla sarà più come prima.

Tra attrazione e sofferenze, i sentimenti travolgono come un fume in piena

Il sentimento travolge le protagoniste come un fiume in piena, eppure, ad eccezione di alcune scene alquanto spinte, non arriva a toccare lo spettatore. Si resta estranei a quanto accade sullo schermo, poco partecipi delle vicende che ivi prendono forma. Probabilmente si deve anche alla costruzione di queste due figure non proprio coinvolgenti.

Mary è chiusa nel suo dolore e nella sua routine, di cui sembra essersi fatta lei stessa schiava; Charlotte all’opposto appare talvolta incomprensibilmente “su di giri”. Manca quindi un appiglio forte e solido per far sì che scatti una qualche forma di attrazione o interesse alla storia.

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Saoirse Ronan e Kate Winslet in una scena del film.

Eppure le basi per una buona riuscita il progetto le dimostrava tutte. Ammonite risulta invece un melodramma in costume dei più banali, monotoni, pesanti. La lunghezza della pellicola (118 minuti) non aiuta la fruizione, sebbene sia forse necessaria al tipo di sviluppo prescelto per la narrazione.

Nonostante le premesse, Ammonite non convince

La Winslet e la Ronan hanno senza dubbio dato prove migliori nel corso della loro carriera, ma il problema sta nella sceneggiatura e non nelle loro interpretazioni. Entrambe svolgono il compito a loro assegnato come sanno fare, ma non è sufficiente.

Leggi anche: The Courier | Dal Sundance alla Festa del Cinema di Roma il nuovo film con Benedict Cumberbatch

Sia però chiaro che il progetto ha delle potenzialità intrinseche, e chiunque riuscisse a trovare un aggancio di qualsivoglia tipo potrebbe anche ricavarne del piacere. A livello stilistico, visivo, per esempio, il film è più che notevole. Ciò in cui è carente è purtroppo il contenuto. Ed è una grave mancanza.

L’unica scena davvero di impatto è forse quella di chiusura, dentro la quale tutti gli elementi convergono a trasmettere un’emozione.

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The Courier | Dal Sundance alla Festa del Cinema di Roma il nuovo film con Benedict Cumberbatch

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Presentato nella Selezione Ufficiale della 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Courier è il nuovo film con Benedict Cumberbatch. L’attore celebre per aver interpretato Sherlock Holmes nella serie targata BBC, veste qui i panni di Greville Wynne, un uomo d’affari britannico, che venne reclutato durante il periodo della Guerra Fredda per fare da tramite con una preziosa fonte dell’Unione Sovietica, Oleg Penkovsky (Merab Ninidze).

Dietro la macchina da presa il londinese Dominc Cooke, che ritrova Cumberbatch sul set dopo averlo diretto nella miniserie The Hollow Crown.

The Courier | Dai grandi classici del passato un’opera debitrice al mood di un’epoca e al coraggio di uomini straordinari

The Courier esibisce e sfrutta il suo impianto classico per far emergere al massimo la portata della storia. Ed è una scelta che ripaga. La pellicola riporta alla mente alcuni grandi classici degli anni Settanta – vedi per esempio La conversazione di Francis Frod Coppola – e si nutre di quell’aplomb, permettendo allo spettatore di goderne una volta ancora.

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Va altresì riconosciuta l’oculatezza nel non tradire lo spirito del racconto e dei sui protagonisti. Sono infatti loro a guidare e canalizzare i nostri sguardi, le nostre reazioni emotive e le riflessioni che al termine della visione prenderanno forma.

In tal senso la bravura degli interpreti – Cumberbatch e Ninidze – si rivela imprescindibile. Incarnando alla perfezione i rispettivi ruoli e svestendosi completamente di qualsiasi presunzione, i due attori portano sullo schermo una realtà potente e tangibile. Che si tratti di un preciso momento storico piuttosto che di un altro, poco conta, perché alla base di tutto sembra esserci un’altra volontà: raccontare il lato umano.

Uomini cruciali alla scoperta di nuovi importanti legami sullo sfondo della Guerra Fredda

Al di là della loro importanza a livello politico e della loro determinazione nel cambiare le sorti dell’umanità, gli uomini e le donne al centro delle vicende hanno avuto delle vite, dei legami, delle ambizioni, dei desideri. La forza, e probabilmente anche l’originalità, di The Courier vanno rintracciate proprio da questo punto di vista. Assistiamo alla nascita e allo sviluppo di un’amicizia incredibile, rara, profonda.

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Merab Ninidze e Benedict Cumberbatch in una scena del film.

Il sacrificio e l’abnegazione fanno parte di simili figure, così come il bisogno di coltivare degli affetti, di avere uno scopo e di non tradire se stessi. Greville compie un percorso che lo porta a scoprire e scoprirsi una persona nuova, inaspettata, ammirevole. Sono ovviamente fondamentali in tal senso gli incontri e i viaggi, ai quali si deve anche un’osservazione più ampia sullo scenario storico, politico, sociale e culturale dell’epoca.

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The Courier prende ispirazione da vicende realmente accadute ed è stato presentato al Sundance Film Festival. Nel cast figurano anche l’apprezzatissima protagonista de La fantastica signora Maisel, Rachel Brosnahan, nel ruolo di un’agente della CIA, Emily Donovan, e la bravissima (seppur meno nota) Jessie Buckley di Fargo e Chernobyl, in quello della moglie di Wynne.

Un’ultima annotazione positiva agli ottimi contributi della colonna sonora (a cura di Abel Korzeniowski) e della fotografia di Sean Bobbitt.

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