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Festa del Cinema di Roma

Festival di Roma: Conferenza stampa de “Il Mio Domani”

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Si è tenuta questa mattina la conferenza stampa di “Il mio domani” ultimo film della regista Marina Spada, in concorso alla sesta edizione del Roma Film Festival. Un film che ha colpito molto durante  le sue varie proiezioni ha dato modo, alla presenza  del cast artistico, di far nascere domande incentrate sul personaggio della protagonista, una inedita Claudia Gerini, presente in sala. Oltre alla protagonista, sono intervenuti anche Raffaele Pisu, Claudia Coli, Lino Guanciale ed Enrico Bosco, oltre che ovviamente la regista. Il film che verrà proiettato per il pubblico all’interno del Festival questa sera, alle 22.00 in Sala Sinopoli, uscirà nei cinema italiani il prossimo 4 novembre.

Come avete costruito questo personaggio? Claudia è in una veste inedita, come si è sviluppato il personaggio di Monica?

Marina Spada: Questo film è stato scritto per la Gerini quindi in qualche modo era già su di lei. Claudia è un’attrice a tutto tondo quindi può far parti comiche come drammatiche. Io in lei ho trovato una compagna di strada, che ha letto il film, ha analizzato il personaggio, è venuta a Milano ed io spesso a Roma, questa relazione è cresciuta insieme al rapporto con il personaggio. Lei ha dato un grande contributo per la scrittura di Monica. Gerini è ciò che io mi aspetto sia un attore, come tutti gli altri personaggi hanno avuto suggerimenti ma hanno anche dato il loro contributo.

Claudia Gerini: Io ho trovato in Marina una maestra, ho fatto un piccolo Bignami di un Centro Sperimentale in queste settimane in cui abbiamo lavorato insieme! Ho avuto il piacere di far parte di tutte le scelte della regista, eravamo un team, lavoravamo insieme. Lei ha i suoi famosi quaderni che riempie, per ogni scena fa una vera e propria ricerca visiva, scrive qual è il momento del personaggio, cosa prova in quel dato istante e come. È una scrittura veramente approfondita. Abbiamo imparato a conoscerci, abbiamo letto insieme la sceneggiatura, poi ci siamo distaccate per un lungo periodo, scrivendoci mail, poi sul set è stato tutto realmente naturale. In questo film ho imparato tantissimo e la ringrazio di avermi dato la possibilità di fare un personaggio così a tutto tondo. Monica è manager, figlia, madre, ci sono tante sfumature e sono stata messa in grado di poter raccontare tutto questo. Segna probabilmente un mio momento di svolta, di cambiamento.

Che regista è stata Marina Spada per voi?

Claudia Coli: A me è piaciuto, in particolare, lavorare molto con i piani sequenza, senza interruzioni, e questo ha dato la possibilità di fare più volte le scene cambiando il punto di vista emotivo di esse. Per quanto mi riguarda mi sono trovata benissimo, abbiamo lavorato molto sulle scene e molto su questo tipo di rapporto conflittuale, ma dietro ogni rapporto conflittuale c’è sempre una grande richiesta, un grande amore.

Raffaele Pisu: Ho lavorato con quattro grandi registi, Monicelli, De Santis, Sorrentino e Marina Spada. Non lo dico per ottenere nuovi contratti, lo penso seriamente. Marina mi ha ricordato tantissimo i grandi, nel modo di prepararsi, di girare  e di interloquire con gli attori. Aveva alla mano un grande caratterista. Io mi son trovato bene, la parte me l’ha cucita addosso, la sentivo molto mia. Il film è molto bello, ha grandi regie e grandi interpreti e non lo dico tanto per dire o per promuoverlo.

Enrico Bosco: Io premetto che questo è proprio il primo lavoro che faccio nel cinema ed è stata veramente una bella esperienza. Marina sa quello che vuole fare, mi hanno colpito molto, come diceva Claudia, questi quaderni nei quali si appuntava ogni passaggio psicologico degli attori. La grande lezione che mi ha dato è che l’attore cinematografico è un attore che non recita ma che è.

Lino Guanciale: A me ha impressionato moltissimo, al di là della costruzione del personaggio che ha rivelato il suo carattere pedagogico. La cosa che mi ha impressionato era il fatto che la troupe non soltanto fosse giovane ma il fatto che tanti dei ragazzi di altissima professionalità che lavoravano nel film sono passati nelle grinfie di marina regista ed insegnante e che quindi non per prassi nepotistica ma perché ragazzi in grado, perfettamente in grado nonostante la loro giovane età hanno avuto l’opportunità di esprimersi a fondo nella loro esperienza, di questo sono gene razionalmente grato

(Rivolta a Claudia Gerini) Volevo chiederti, come ti sei ritrovata a recitare per sottrazione, un personaggio che non è estroverso come molti altri da te interpretati? Secondo te esiste una sensibilità registica femminile?

Claudia Gerini: Ho avuto un momento di fermo quando ho avuto la mia seconda bambina, quindi lo desideravo tantissimo un film come questo, una donna contemporanea, di oggi, coraggiosa che va verso il suo destino e fa delle scelte forti, va verso il suo destino che finalmente costruisce con le proprie mani. Quando il ruolo mi è stato offerto, senza dover sostenere provini, mi sono ritenuta veramente fortunata, è stato un bel momento. Sicuramente c’è un’intesa diversa tra la regista e l’attrice, abbiamo un feeling che con un uomo non si potrebbe avere mai, poi ci siamo divertite molto.

Per la regista. Nelle note stampa si accennava al fatto che questo film si voleva inserire sulla strada tracciata a suo tempo da Antonioni, è vero? Il film ha un tono raggelato verso l’espressione dei sentimenti, come mai questo punto di vista?

Marina Spada: Io credo di avere uno sguardo affettivo rispetto alle persone che osservo. Prima di mostrare del grande entusiasmo ce ne metto un po’, però sicuramente la cosa su cui posso rispondere è che sono io che guardo quello che viene inquadrato o è la protagonista? Bhè, sicuramente credo che abbia importanza l’occhio sulla città che concorre a dare questa impressione. La città è Milano ma potrebbe essere qualsiasi città dell’occidente, diventa thopos. Non credo ci sia uno sguardo gelido. Per quello che riguarda Antonioni, lo dicono gli altri ma sicuramente Antonioni è uno dei miei grandi riferimenti, l’ho imparato ad apprezzare dai 18 anni in poi, con l’età inizi a guardare con occhio diverso, Antonioni è un cinema per adulti, a me spesso capita di notte da sola di vedere un film di quel regista e spesso mi serve davvero come astrazione. C’è un riferimento preciso ad Antonioni, claudia quando va dall’avvocato per la proprietà che lascia al nipote, quello è il palazzo dove Antonioni ha ambientato la casa di Lucia Bosè.

 

 

 

 

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Cinema

RomaFF14: Bellissime, Elisa Amoruso indaga il complesso rapporto che si ha con la propria immagine

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Nonostante le vere protagoniste di Bellissime, il nuovo documentario di Elisa Amoruso, siano tre giovani sorelle che vogliono farsi strada nel mondo della moda, è chiaro come in realtà il film sia innamorato della loro madre, donna dal corpo granitico che sembra contenere in sé tutte le contraddizioni che l’indagine filmica vuole mettere in evidenza (e che sono elemento costituivo imprescindibile del rapporto che si ha con la propria immagine e con la propria bellezza, fin da piccolissimi). Così Bellissime, in realtà filmato e completato prima che iniziasse la lavorazione del documentario su Chiara Ferragni, sembra raccontare la stessa storia di Unposted, come se questi due film fossero in realtà episodi di una stessa serie televisiva. Addirittura la Amoruso sceglie gli stessi strumenti (i filmini di famiglia, ad esempio, qui utilizzati in maniera molto più intelligente ed efficace) e pone le stesse domande per raggiungere però un risultato completamente diverso. Ed è proprio attraverso il personaggio di Mamma Cristina che questo documentario raggiunge un obiettivo che invece quello sulla Ferragni sfiorava a malapena. 

Se le immagini sono impietose e ci mostrano una donna che lotta contro la propria età per mantenere un corpo attraente, del tutto corrispondente a quel modello di bellezza che viene richiesto per poter competere nei concorsi, ciò che ci viene raccontato su quella sfida contro se stessi ha invece un valore di segno completamente opposto (quindi positivo). Cristina non rinuncia alla sua passione per la pole dance, non si sottrae a nessuno dei photoshoot che le vengono proposti. Tutte cose a cui ha dovuto rinunciare per colpa (lo apprendiamo dalle sue parole) degli obblighi coniugali prima e genitoriali poi. La donna passa tutto il tempo a spiegare allo spettatore in che modo è riuscita a liberarsi dalla gabbia dello sguardo maschile, domandolo e stuzzicandolo. E in che maniera ha utilizzato la proprio avvenenza per imporre la propria femminilità e non per ridurla a strumento nelle mani degli uomini che le chiedevano di esibirla. Eppure tutto questo, che viene esposto così fieramente dalla madre e con un po’ più di timidezza dalle sue figlie, che in alcuni casi sembrano vittime delle sue stesse aspirazioni, viene costantemente messo in discussione da ciò che vediamo su schermo.

Tutto ciò che a parole sembra così giusto e liberatorio (e sicuramente in parte lo è davvero), si deve confrontare con ciò che poi effettivamente vediamo, che non sempre riesce a risultare così attraente come invece il racconto delle intervistate suggerirebbe. Elisa Amoruso non vuole affermare una propria certezza, bensì utilizza il mezzo a propria disposizione per mettere in scena una complessità che emerge proprio tra le contraddizioni delle protagoniste.

In una scelta di montaggio molto intelligente, il film alterna le immagini di un casting andato male, in cui una delle ragazze viene rimproverata di fingere le proprie emozioni e di piangere sotto sforzo, a quelle dell’intervista organizzata per il film a sua madre, che si commuove davanti alla telecamera ricordando la sua infanzia e i suoi genitori. Pare una cosa banale e invece in un semplice stacco di montaggio si nasconde la domanda che Bellissime pone ai suoi spettatori. Quanto di quello che ci viene raccontato corrisponde alla realtà e quanto invece fa parte di una narrazione che le intervistate si sono costruite per loro? E fin dove la “verità” imposta dalle immagini è più credibile rispetto a quella raccontata da Mamma Cristina?

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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honey boy recensione

Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

honey boy

Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

honey boy lucas hedges

Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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