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Festa del Cinema di Roma

Festival di Roma: Conferenza stampa di The Lady

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Si è tenuta questa mattina la conferenza stampa di The Lady, film di apertura della sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Il regista francese Luc Besson, alla presenza dei due attori protagonisti, Michelle Yeoh e David Thewlis e della produttrice del film, Virginie Besson-Sillaha, presentato il suo progetto spiegando le difficoltà e le grandi soddisfazioni che ha avuto insieme alla sua troupe per realizzare un film del genere. Il lungometraggio racconta la travagliata ed allo stesso tempo eroica vita di Aung San Suu Kyi, leader della Birmania da più di vent’anni seguita dalla stampa internazionale, in quanto testimone della sua battaglia per i diritti umani e per la libera democrazia del popolo birmano, da troppo tempo sotto le angherie ed i soprusi dell’esercito.

 

Quali sono state le difficoltà nell’interpretare e portare sullo schermo dei personaggi così importanti che non avete avuto la possibilità di conoscere?

Yeoh: Interpretare questa figura è stato un impegno enorme si tratta di una donna rispettata ed amata da milioni e milioni di persone birmane ma da tutte le persone oppresse nel mondo. Non la dovevo imitare bensì interpretarne il pensiero ed i principi. Ho dovuto imparare il birmano, lingua difficile, parlo il cantonese e l’inglese ed è stato arduo, grazie all’insegnante che ho avuto che è riuscita a trasmettermi anche la giusta pronuncia. Luc mi disse che dovevo dare la giusta camminata, impararne lo stile, ed anche il birmano, è stata dura ma è stato gratificante riuscirci

Per David Thewlis, come ha costruito il personaggio che non ha conosciuto, ha avuto meno materiale a disposizione degli altri?

Thewlis: Avevo meno materiale, sì, e non sapevo nulla su quest’uomo prima di iniziare a lavorare a questo film, devo essere sincero, non sapevo la parte che avrei interpretato. Poi ho letto la sceneggiatura e mi sono reso conto che sarebbe stato arduo documentarsi e capire il personaggio che avevo di fronte e che avrei dovuto affrontare. Poi ho iniziato a vedere tutti i filmati e le dichiarazioni pubbliche fatte da Michael Aris (il suo personaggio, marito di Aung San Suu Kyi) nel tempo e speravo di incontrare il fratello gemello di Aris, per comprendere meglio il personaggio che dovevo interpretare ma a prescindere da questo ho cercato di capire come un uomo sia potuto essere così vicino e d’aiuto ad una donna come lei, rinunciando alla famiglia ed in fondo, anche alla propria vita

Besson: In questa storia, per Michael Aris si può invertire il celebre detto e capire che dietro ad ogni grande donna c’è un grande uomo.

Lei (rivolto al regista) ha fatto molti film divertenti ed avvincenti, in questo, quanto l’affascinava rappresentare l’elemento politico?

Besson: Normalmente sta a voi membri della stampa esplorare gli aspetti politici a me interessava la dimensione umana di questa figura, non si può non interrogarsi su questa persona che ha scelto di abbandonare il proprio marito, il proprio figlio e devo confessare che all’inizio dello studio sul personaggio non riuscivo a capire se mi stesse simpatica o meno, era difficile capire come avesse potuto fare una scelta del genere. Certo, questo impegno politico faceva parte della sua vita, per anni ha combattuto per far affermare le proprie idee ma a me interessava in particolare il lato umano. È successo anche ai nostri nonni di combattere per una causa politica e lasciare la propria famiglia, a me interessava proprio quello, la dimensione personale ed umana della protagonista

Come mai gran parte del film è in inglese anche se ci sono dialoghi tra birmani?

Besson: Sono due gli aspetti da sottolineare, avremmo potuto girare l’intero film in birmano ma per il pubblico sarebbe stato arduo. Come atto di cortesia se una persona parla inglese l’interlocutore risponde in inglese, lo stesso esercito non considera Aung birmana e le parla da straniera, in inglese. Il discorso che la protagonista fa al popolo è in birmano ed anche i dialoghi tra l’esercito, ho cercato di trovare un compromesso tra storia e pubblico.

Ad un certo punto la protagonista dice che non le interessa divenire il centro del culto del personaggio. Non crede di aver rischiato di creare proprio questo, di creare del mito attorno a lei?

Besson: Suu è contraria all’idea del culto della personalità però se noi, come voi, non adottiamo questa posizione è chiaro che sul suo paese e su di lei non possono che spegnersi i riflettori, ne abbiamo parlato per 20 anni e forse è per questo che è arrivata ad avere più libertà oggi

La scelta della protagonista è di portare avanti la lotta con la non violenza. È un aspetto sul quale ha puntato molto vero?

Besson: Probabilmente questo è l’aspetto più importante del film. La democrazia oggi è stata il risultato di spargimenti di sangue, ad esempio la primavera araba, la Libia, la Tunisia. In ogni paese la libertà è stata  raggiunta con spargimenti di sangue ma mi pare di poter dire che in Birmania abbiamo l’esempio di una lotta per la democrazia portata avanti con la non violenza e se riuscirà, se si arriverà realmente alla completa democrazia, sarà la prova vivente della possibilità di riuscire  in questa maniera. Se c’è la possibilità di sostenere questa strada lo faremo, ovviamente è molto più lunga ed ardua ma mi auguro che Aung possa diventare  Primo Ministro ed essere presto totalmente libera.

Durante le vostre prime riprese Suu è stata liberata. Avete notizie dalla Birmania? Aung potrà vedere il film?

Besson: è curioso perché  noi abbiamo iniziato questo film per aiutare la liberazione e la liberazione c’è stata durante la lavorazione del film. Una mattina, durante la scena in cui lei saluta il monaco, quello stesso giorno siamo tornati in albergo  ed abbiamo visto in tv lei, vestita allo stesso modo che salutava proprio dei monaci, ed era libera, nella stessa maniera in cui è stata girata la scena. Per alcuni istanti ho pensato mi avessero rubato la scena. Dopo giorni ci siamo resi conto che non è comunque totale libertà, lei non può lasciare il paese o indire una riunione politica, solo parte di lei è stata liberata ed il film quindi conta molto. Ad esempio, il comico, che nel film finisce in galera, esiste realmente ed è finito davvero in galera per le sue battute e per ben 65 anni. È stato rilasciato la settimana scorsa, queste sono le buone notizie che iniziano ad arrivare.

Quando ha deciso che doveva fare questo film? Tra poco ci saranno gli Oscar, mi chiedo se sarà possibile vederlo tra i nominati.

Besson: Sono libero di scegliere i film da fare ed amo questa libertà, sono molto fortunato. Ci sono film che posso produrre  o sceneggiare ma di cui non posso affrontare la regia, ce ne sono altri in cui registi giovani possono dare molto di più di me, sono pazzi, io no, non ho più questo tipo di atteggiamento. Quando Michelle (la produttrice) è venuta da me con questa sceneggiatura, le ho risposto di primo acchitto che non potevo, poi quando l’ho letta sono scoppiato in lacrime ho detto alla mia assistente  di cancellare qualsiasi impegno di qui a 18 mesi ed ho trovato il regista, ME. Non volevo che qualcun altro facesse questo film, rovinandolo. È stata una cosa viscerale, è venuta da dentro. Per l’Oscar, qualunque attenzione possa ricevere Suu è importante. L’Oscar, il Festival di Roma, sono grandi aiuti per la sua persona. Noi abbiamo sempre pensato a lei, ad un’eventuale nomination. Sarebbe sicuramente buona per lei, i riflettori non devono spegnersi.

Quanto è stato difficile realizzare un film così?

Virginie Besson-Silla (produttrice): Non è stato difficile produrre un film così, è stato fatto per amore, quindi tutto sembra più semplice, per non parlare del rapporto meraviglioso che ho con Luc. È stato meraviglioso lavorarci, lo stesso dicasi del cast, è stato semplice e gratificante lavorare insieme a loro. L’unico punto è stato quello in cui in Thailandia abbiamo fatto delle riprese segrete, non volevamo che venissero interrotte e quindi abbiamo dovuto cambiare nome alla produzione e tenere all’oscuro il più possibile la gente del posto.

Besson: Abbiamo avuto molti thailandesi e duecento birmani che hanno collaborato e quindi abbiamo avuto due interpreti che cercavano di barcamenarsi tra le tre lingue, per non parlare dei francesi, parlano solo francese, quindi questo è stato un aspetto complicato ma a tratti divertente

I figli sono stati coinvolti nella scrittura del film? Che ne pensano del risultato?

Besson: Abbiamo incontrato un figlio che è diventato nostro amico. Sì il film l’ha visto due giorni fa e la reazione ovviamente  è stata diversa da quella di chiunque altro. Ha visto The Lady ed ha detto “bello”, però non ha aggiunto altro ed è comprensibile perché molte delle scene per lui devono essere state difficili. Alla fine è stato soddisfatto del risultato, siamo ancora amici. Abbiamo cercato di stabilire contatti con lei, da parte della famiglia è stata data l’approvazione però non hanno contribuito in alcun modo, non volevano rischiare di non poter tornare in Birmania per incontrare i famigliari.

Lei ha parlato dell’aspetto umano ed ovviamente i figli sono stati sacrificati da Aung per il suo popolo. Può essere un esempio per i ragazzi di oggi?

Besson: Dovrebbero, i ragazzi, essere consapevoli di quello che avviene, non credo sia stato un sacrificio per la madre e sicuramente i figli hanno patito nella loro infanzia ma da sempre hanno avuto l’amore della madre. Noi l’abbiamo incontrata e sicuramente è una madre che ama i figli e vale anche il discorso inverso, il figlio l’adora. Secondo me la figura del marito è veramente incredibile, il marito ideale. Io e David abbiamo fatto di meglio dopo questo film per  cercare di essere mariti migliori.

Yeoh, cosa le ha lasciato questo personaggio, come si è preparata ad affrontarlo e cosa ha in comune con lei?

Yeoh: Allora, per quanto riguarda la preparazione devo ringraziare i miei produttori e i responsabili delle ricerche perché hanno raccolto materiale d’archivio, i libri che l’hanno ispirata ad esempio, ho dovuto fare questo inizialmente, stabilire le cose essenziali, come imparare il birmano. Fatto questo, molto di quello che sappiamo di lei lo vediamo attraverso il suo sguardo ed è molto difficile capire, esaminare il materiale d’archivio. A volte vedevo una reazione nel suo volto che poi dovevo mettere insieme agli altri pezzi del mosaico, non era stato possibile parlare con lei al telefono e le persone che la conoscevano, non le parlavano da trent’anni. Ci siamo basati sulle impressioni, sulla nostra interpretazione ma una cosa l’ho imparata, un senso di sacrificio e tenacia, riconoscere ed accettare che ci sono delle cose più importanti e lei e Michael lo sapevano bene, sapevano che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa di tragico ma come si può scegliere tra il proprio paese e le famiglia? Quello che ho imparato rimarrà in me, saremo persone migliori dopo questo film. Ho lavorato con molti giovani per questo film e mi hanno detto che non conoscevano questa donna che lotta per la democrazia ma nessuno la conosceva, ora però mi han detto di voler riflettere, informarsi, fare qualcosa, questa è già una vittoria.

 

 

 

 

 

 

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Maledetta Primavera | Tramonto di un’estate anni Ottanta

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Inserito nella sezione Riflessi della 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Maledetta primavera narra le vicende di Nina (la bravissima e convincente Emma Fasano) e della sua famiglia, durante una fase di ricerca di nuovi equilibri, a ridosso di un’estate sul finire.

Maledetta primavera | Elisa Amoruso parla di amore, famiglia, estate

Prendendo in prestito la celebre canzone di Loretta Goggi, Elisa Amoruso confeziona un’opera semplice, delicata, incantevole. E la dedica alla sua famiglia, spunto principale per dare vita ai suoi personaggi.

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Micaela Ramazzotti in una scena del film.

Dopo il discusso documentario Ferragni, Unposted, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, la regista originaria di Roma, classe 1981, porta sullo schermo un trio di giovanissimi, composta da un fratello (Federico Ielapi), una sorella maggiore e la sua amica. Viene così a innescarsi un doppio binario su cui la pellicola scivola via, mentre sullo sfondo si consumano le vicende degli adulti.

Leggi anche: Una Famiglia, la recensione del film di Sebastiano Riso

Al centro di Maledetta primavera c’è soprattutto Nina. Da una parte il rapporto con il fratello minore, che tenta di proteggere e crescere a modo suo, con le sue possibilità (essendo comunque una ragazzina); dall’altra il legame con Sirley (Manon Bresch), nato con un iniziale litigio e poi sbocciato in qualcosa di più di una semplice amicizia.

Lo sguardo adolescenziale accompagna lo spettatore

Attraverso lo sguardo della giovane protagonista veniamo in contatto con la sua realtà, che non ha nulla di particolare o speciale, se non che è la sua. L’esistenza è uno snodo cruciale soprattutto all’età in cui si trovano Nina e Sirley, in piena fase adolescenziale e alle prese con situazioni familiari non proprio stabili.

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Emma Fasano e Manon Bresch in una scena del film.

Maledetta primavera si sviluppa nell’arco di qualche giorno di settembre, tra l’inizio della scuola e le ultime puntate al mare. Il mood è quello classico degli anni Ottanta. E ciò appare evidente non solo dai dettagli che compongono la cornice, quanto dal respiro che possiede la storia. Sembra di tornare indietro nel tempo ed è un piacere per gli occhi, la mente, il cuore.

Il ritorno agli anni Ottanta

Nel momento in cui partono le note della canzone da cui il titolo del film – durante una delle scene più belle e toccanti – viene automatico mettersi a cantare insieme ai protagonisti. Una serie di sensazioni ci attraversano, dalla gioia alla malinconia, dal rimpianto al ricordo. E così si innesca anche un legame con le figure dentro lo schermo, in maniera naturale e crescente.

Bravissimi e concreti, gli attori della pellicola rappresentano il valore aggiunto. La Amoruso sa come valorizzare loro e ciò che hanno a disposizione. Non a caso Micaela Ramazzotti esibisce una delle sue migliori performance. Lo sguardo della macchina da presa rende la poesia contenuta nei piccoli gesti, lo sbocciare della bellezza in un periodo di scoperte quale è l’adolescenza.

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Sebbene non riservi grosse sorprese e anzi appaia abbastanza lineare, il progetto affronta questioni importanti e sfaccettate, con una sensibilità e un’onestà di fondo più che apprezzabili.

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Ammonite | Alla Festa del Cinema di Roma l’atteso titolo che non convince

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Ammonite è la storia di Mary Anning (Kate Winslet), paleontologa britannica molto rinomata ma poco considerata nel mondo scientifico, popolato e governato da soli uomini. Da quando poi si dedica alla madre, ormai anziana, non ha più molti stimoli. Quando irrompono nel suo negozio i coniugi Murchinson (James McArdle e Saoirse Ronan), la sua routine cambierà irrevocabilmente.

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La pellicola diretta da Francis Lee è stata presentata alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, oltre che al Toronto Film Festival, ed è vagamente ispirata alla reale figura della Anning, vissuta tra la fine del Settecento e metà Ottocento.

Ammonite | Storie di solitudini che si incontrano e si incrociano nella prima metà dell’Ottocento

Mary e Charlotte sono donne estremamente sole. Nessuna delle due per propria scelta, ma perché i casi della vita a volte sanno essere molto duri. La prima soffre ancora a causa di un rifiuto risalente a un periodo passato; la seconda vorrebbe tornare a provare una qualche emozione, ma il lutto che l’ha colpita e l’uomo alla quale è sposata non glielo permettono.

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Kate Winslet e Saoirse Ronan in una scena del film.

Ecco allora che dall’incontro cambia qualcosa per entrambe, un meccanismo a lungo inceppato si sblocca, scatta una strana e inaspettata scintilla. Il tutto avviene in maniera sin troppo lento e graduale, tanto che per buona parte della pellicola si avverte la sensazione di essere in una sorta di limbo. Se non che, nel momento clou, i sensi esplodono e nulla sarà più come prima.

Tra attrazione e sofferenze, i sentimenti travolgono come un fume in piena

Il sentimento travolge le protagoniste come un fiume in piena, eppure, ad eccezione di alcune scene alquanto spinte, non arriva a toccare lo spettatore. Si resta estranei a quanto accade sullo schermo, poco partecipi delle vicende che ivi prendono forma. Probabilmente si deve anche alla costruzione di queste due figure non proprio coinvolgenti.

Mary è chiusa nel suo dolore e nella sua routine, di cui sembra essersi fatta lei stessa schiava; Charlotte all’opposto appare talvolta incomprensibilmente “su di giri”. Manca quindi un appiglio forte e solido per far sì che scatti una qualche forma di attrazione o interesse alla storia.

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Saoirse Ronan e Kate Winslet in una scena del film.

Eppure le basi per una buona riuscita il progetto le dimostrava tutte. Ammonite risulta invece un melodramma in costume dei più banali, monotoni, pesanti. La lunghezza della pellicola (118 minuti) non aiuta la fruizione, sebbene sia forse necessaria al tipo di sviluppo prescelto per la narrazione.

Nonostante le premesse, Ammonite non convince

La Winslet e la Ronan hanno senza dubbio dato prove migliori nel corso della loro carriera, ma il problema sta nella sceneggiatura e non nelle loro interpretazioni. Entrambe svolgono il compito a loro assegnato come sanno fare, ma non è sufficiente.

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Sia però chiaro che il progetto ha delle potenzialità intrinseche, e chiunque riuscisse a trovare un aggancio di qualsivoglia tipo potrebbe anche ricavarne del piacere. A livello stilistico, visivo, per esempio, il film è più che notevole. Ciò in cui è carente è purtroppo il contenuto. Ed è una grave mancanza.

L’unica scena davvero di impatto è forse quella di chiusura, dentro la quale tutti gli elementi convergono a trasmettere un’emozione.

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The Courier | Dal Sundance alla Festa del Cinema di Roma il nuovo film con Benedict Cumberbatch

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Presentato nella Selezione Ufficiale della 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Courier è il nuovo film con Benedict Cumberbatch. L’attore celebre per aver interpretato Sherlock Holmes nella serie targata BBC, veste qui i panni di Greville Wynne, un uomo d’affari britannico, che venne reclutato durante il periodo della Guerra Fredda per fare da tramite con una preziosa fonte dell’Unione Sovietica, Oleg Penkovsky (Merab Ninidze).

Dietro la macchina da presa il londinese Dominc Cooke, che ritrova Cumberbatch sul set dopo averlo diretto nella miniserie The Hollow Crown.

The Courier | Dai grandi classici del passato un’opera debitrice al mood di un’epoca e al coraggio di uomini straordinari

The Courier esibisce e sfrutta il suo impianto classico per far emergere al massimo la portata della storia. Ed è una scelta che ripaga. La pellicola riporta alla mente alcuni grandi classici degli anni Settanta – vedi per esempio La conversazione di Francis Frod Coppola – e si nutre di quell’aplomb, permettendo allo spettatore di goderne una volta ancora.

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Va altresì riconosciuta l’oculatezza nel non tradire lo spirito del racconto e dei sui protagonisti. Sono infatti loro a guidare e canalizzare i nostri sguardi, le nostre reazioni emotive e le riflessioni che al termine della visione prenderanno forma.

In tal senso la bravura degli interpreti – Cumberbatch e Ninidze – si rivela imprescindibile. Incarnando alla perfezione i rispettivi ruoli e svestendosi completamente di qualsiasi presunzione, i due attori portano sullo schermo una realtà potente e tangibile. Che si tratti di un preciso momento storico piuttosto che di un altro, poco conta, perché alla base di tutto sembra esserci un’altra volontà: raccontare il lato umano.

Uomini cruciali alla scoperta di nuovi importanti legami sullo sfondo della Guerra Fredda

Al di là della loro importanza a livello politico e della loro determinazione nel cambiare le sorti dell’umanità, gli uomini e le donne al centro delle vicende hanno avuto delle vite, dei legami, delle ambizioni, dei desideri. La forza, e probabilmente anche l’originalità, di The Courier vanno rintracciate proprio da questo punto di vista. Assistiamo alla nascita e allo sviluppo di un’amicizia incredibile, rara, profonda.

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Merab Ninidze e Benedict Cumberbatch in una scena del film.

Il sacrificio e l’abnegazione fanno parte di simili figure, così come il bisogno di coltivare degli affetti, di avere uno scopo e di non tradire se stessi. Greville compie un percorso che lo porta a scoprire e scoprirsi una persona nuova, inaspettata, ammirevole. Sono ovviamente fondamentali in tal senso gli incontri e i viaggi, ai quali si deve anche un’osservazione più ampia sullo scenario storico, politico, sociale e culturale dell’epoca.

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The Courier prende ispirazione da vicende realmente accadute ed è stato presentato al Sundance Film Festival. Nel cast figurano anche l’apprezzatissima protagonista de La fantastica signora Maisel, Rachel Brosnahan, nel ruolo di un’agente della CIA, Emily Donovan, e la bravissima (seppur meno nota) Jessie Buckley di Fargo e Chernobyl, in quello della moglie di Wynne.

Un’ultima annotazione positiva agli ottimi contributi della colonna sonora (a cura di Abel Korzeniowski) e della fotografia di Sean Bobbitt.

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