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Festa del Cinema di Roma

Festival di Roma: Conferenza stampa di The Lady

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Si è tenuta questa mattina la conferenza stampa di The Lady, film di apertura della sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Il regista francese Luc Besson, alla presenza dei due attori protagonisti, Michelle Yeoh e David Thewlis e della produttrice del film, Virginie Besson-Sillaha, presentato il suo progetto spiegando le difficoltà e le grandi soddisfazioni che ha avuto insieme alla sua troupe per realizzare un film del genere. Il lungometraggio racconta la travagliata ed allo stesso tempo eroica vita di Aung San Suu Kyi, leader della Birmania da più di vent’anni seguita dalla stampa internazionale, in quanto testimone della sua battaglia per i diritti umani e per la libera democrazia del popolo birmano, da troppo tempo sotto le angherie ed i soprusi dell’esercito.

 

Quali sono state le difficoltà nell’interpretare e portare sullo schermo dei personaggi così importanti che non avete avuto la possibilità di conoscere?

Yeoh: Interpretare questa figura è stato un impegno enorme si tratta di una donna rispettata ed amata da milioni e milioni di persone birmane ma da tutte le persone oppresse nel mondo. Non la dovevo imitare bensì interpretarne il pensiero ed i principi. Ho dovuto imparare il birmano, lingua difficile, parlo il cantonese e l’inglese ed è stato arduo, grazie all’insegnante che ho avuto che è riuscita a trasmettermi anche la giusta pronuncia. Luc mi disse che dovevo dare la giusta camminata, impararne lo stile, ed anche il birmano, è stata dura ma è stato gratificante riuscirci

Per David Thewlis, come ha costruito il personaggio che non ha conosciuto, ha avuto meno materiale a disposizione degli altri?

Thewlis: Avevo meno materiale, sì, e non sapevo nulla su quest’uomo prima di iniziare a lavorare a questo film, devo essere sincero, non sapevo la parte che avrei interpretato. Poi ho letto la sceneggiatura e mi sono reso conto che sarebbe stato arduo documentarsi e capire il personaggio che avevo di fronte e che avrei dovuto affrontare. Poi ho iniziato a vedere tutti i filmati e le dichiarazioni pubbliche fatte da Michael Aris (il suo personaggio, marito di Aung San Suu Kyi) nel tempo e speravo di incontrare il fratello gemello di Aris, per comprendere meglio il personaggio che dovevo interpretare ma a prescindere da questo ho cercato di capire come un uomo sia potuto essere così vicino e d’aiuto ad una donna come lei, rinunciando alla famiglia ed in fondo, anche alla propria vita

Besson: In questa storia, per Michael Aris si può invertire il celebre detto e capire che dietro ad ogni grande donna c’è un grande uomo.

Lei (rivolto al regista) ha fatto molti film divertenti ed avvincenti, in questo, quanto l’affascinava rappresentare l’elemento politico?

Besson: Normalmente sta a voi membri della stampa esplorare gli aspetti politici a me interessava la dimensione umana di questa figura, non si può non interrogarsi su questa persona che ha scelto di abbandonare il proprio marito, il proprio figlio e devo confessare che all’inizio dello studio sul personaggio non riuscivo a capire se mi stesse simpatica o meno, era difficile capire come avesse potuto fare una scelta del genere. Certo, questo impegno politico faceva parte della sua vita, per anni ha combattuto per far affermare le proprie idee ma a me interessava in particolare il lato umano. È successo anche ai nostri nonni di combattere per una causa politica e lasciare la propria famiglia, a me interessava proprio quello, la dimensione personale ed umana della protagonista

Come mai gran parte del film è in inglese anche se ci sono dialoghi tra birmani?

Besson: Sono due gli aspetti da sottolineare, avremmo potuto girare l’intero film in birmano ma per il pubblico sarebbe stato arduo. Come atto di cortesia se una persona parla inglese l’interlocutore risponde in inglese, lo stesso esercito non considera Aung birmana e le parla da straniera, in inglese. Il discorso che la protagonista fa al popolo è in birmano ed anche i dialoghi tra l’esercito, ho cercato di trovare un compromesso tra storia e pubblico.

Ad un certo punto la protagonista dice che non le interessa divenire il centro del culto del personaggio. Non crede di aver rischiato di creare proprio questo, di creare del mito attorno a lei?

Besson: Suu è contraria all’idea del culto della personalità però se noi, come voi, non adottiamo questa posizione è chiaro che sul suo paese e su di lei non possono che spegnersi i riflettori, ne abbiamo parlato per 20 anni e forse è per questo che è arrivata ad avere più libertà oggi

La scelta della protagonista è di portare avanti la lotta con la non violenza. È un aspetto sul quale ha puntato molto vero?

Besson: Probabilmente questo è l’aspetto più importante del film. La democrazia oggi è stata il risultato di spargimenti di sangue, ad esempio la primavera araba, la Libia, la Tunisia. In ogni paese la libertà è stata  raggiunta con spargimenti di sangue ma mi pare di poter dire che in Birmania abbiamo l’esempio di una lotta per la democrazia portata avanti con la non violenza e se riuscirà, se si arriverà realmente alla completa democrazia, sarà la prova vivente della possibilità di riuscire  in questa maniera. Se c’è la possibilità di sostenere questa strada lo faremo, ovviamente è molto più lunga ed ardua ma mi auguro che Aung possa diventare  Primo Ministro ed essere presto totalmente libera.

Durante le vostre prime riprese Suu è stata liberata. Avete notizie dalla Birmania? Aung potrà vedere il film?

Besson: è curioso perché  noi abbiamo iniziato questo film per aiutare la liberazione e la liberazione c’è stata durante la lavorazione del film. Una mattina, durante la scena in cui lei saluta il monaco, quello stesso giorno siamo tornati in albergo  ed abbiamo visto in tv lei, vestita allo stesso modo che salutava proprio dei monaci, ed era libera, nella stessa maniera in cui è stata girata la scena. Per alcuni istanti ho pensato mi avessero rubato la scena. Dopo giorni ci siamo resi conto che non è comunque totale libertà, lei non può lasciare il paese o indire una riunione politica, solo parte di lei è stata liberata ed il film quindi conta molto. Ad esempio, il comico, che nel film finisce in galera, esiste realmente ed è finito davvero in galera per le sue battute e per ben 65 anni. È stato rilasciato la settimana scorsa, queste sono le buone notizie che iniziano ad arrivare.

Quando ha deciso che doveva fare questo film? Tra poco ci saranno gli Oscar, mi chiedo se sarà possibile vederlo tra i nominati.

Besson: Sono libero di scegliere i film da fare ed amo questa libertà, sono molto fortunato. Ci sono film che posso produrre  o sceneggiare ma di cui non posso affrontare la regia, ce ne sono altri in cui registi giovani possono dare molto di più di me, sono pazzi, io no, non ho più questo tipo di atteggiamento. Quando Michelle (la produttrice) è venuta da me con questa sceneggiatura, le ho risposto di primo acchitto che non potevo, poi quando l’ho letta sono scoppiato in lacrime ho detto alla mia assistente  di cancellare qualsiasi impegno di qui a 18 mesi ed ho trovato il regista, ME. Non volevo che qualcun altro facesse questo film, rovinandolo. È stata una cosa viscerale, è venuta da dentro. Per l’Oscar, qualunque attenzione possa ricevere Suu è importante. L’Oscar, il Festival di Roma, sono grandi aiuti per la sua persona. Noi abbiamo sempre pensato a lei, ad un’eventuale nomination. Sarebbe sicuramente buona per lei, i riflettori non devono spegnersi.

Quanto è stato difficile realizzare un film così?

Virginie Besson-Silla (produttrice): Non è stato difficile produrre un film così, è stato fatto per amore, quindi tutto sembra più semplice, per non parlare del rapporto meraviglioso che ho con Luc. È stato meraviglioso lavorarci, lo stesso dicasi del cast, è stato semplice e gratificante lavorare insieme a loro. L’unico punto è stato quello in cui in Thailandia abbiamo fatto delle riprese segrete, non volevamo che venissero interrotte e quindi abbiamo dovuto cambiare nome alla produzione e tenere all’oscuro il più possibile la gente del posto.

Besson: Abbiamo avuto molti thailandesi e duecento birmani che hanno collaborato e quindi abbiamo avuto due interpreti che cercavano di barcamenarsi tra le tre lingue, per non parlare dei francesi, parlano solo francese, quindi questo è stato un aspetto complicato ma a tratti divertente

I figli sono stati coinvolti nella scrittura del film? Che ne pensano del risultato?

Besson: Abbiamo incontrato un figlio che è diventato nostro amico. Sì il film l’ha visto due giorni fa e la reazione ovviamente  è stata diversa da quella di chiunque altro. Ha visto The Lady ed ha detto “bello”, però non ha aggiunto altro ed è comprensibile perché molte delle scene per lui devono essere state difficili. Alla fine è stato soddisfatto del risultato, siamo ancora amici. Abbiamo cercato di stabilire contatti con lei, da parte della famiglia è stata data l’approvazione però non hanno contribuito in alcun modo, non volevano rischiare di non poter tornare in Birmania per incontrare i famigliari.

Lei ha parlato dell’aspetto umano ed ovviamente i figli sono stati sacrificati da Aung per il suo popolo. Può essere un esempio per i ragazzi di oggi?

Besson: Dovrebbero, i ragazzi, essere consapevoli di quello che avviene, non credo sia stato un sacrificio per la madre e sicuramente i figli hanno patito nella loro infanzia ma da sempre hanno avuto l’amore della madre. Noi l’abbiamo incontrata e sicuramente è una madre che ama i figli e vale anche il discorso inverso, il figlio l’adora. Secondo me la figura del marito è veramente incredibile, il marito ideale. Io e David abbiamo fatto di meglio dopo questo film per  cercare di essere mariti migliori.

Yeoh, cosa le ha lasciato questo personaggio, come si è preparata ad affrontarlo e cosa ha in comune con lei?

Yeoh: Allora, per quanto riguarda la preparazione devo ringraziare i miei produttori e i responsabili delle ricerche perché hanno raccolto materiale d’archivio, i libri che l’hanno ispirata ad esempio, ho dovuto fare questo inizialmente, stabilire le cose essenziali, come imparare il birmano. Fatto questo, molto di quello che sappiamo di lei lo vediamo attraverso il suo sguardo ed è molto difficile capire, esaminare il materiale d’archivio. A volte vedevo una reazione nel suo volto che poi dovevo mettere insieme agli altri pezzi del mosaico, non era stato possibile parlare con lei al telefono e le persone che la conoscevano, non le parlavano da trent’anni. Ci siamo basati sulle impressioni, sulla nostra interpretazione ma una cosa l’ho imparata, un senso di sacrificio e tenacia, riconoscere ed accettare che ci sono delle cose più importanti e lei e Michael lo sapevano bene, sapevano che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa di tragico ma come si può scegliere tra il proprio paese e le famiglia? Quello che ho imparato rimarrà in me, saremo persone migliori dopo questo film. Ho lavorato con molti giovani per questo film e mi hanno detto che non conoscevano questa donna che lotta per la democrazia ma nessuno la conosceva, ora però mi han detto di voler riflettere, informarsi, fare qualcosa, questa è già una vittoria.

 

 

 

 

 

 

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Cinema

Passing: la recensione del debutto alla regia di Rebecca Hall

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Passing
3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Presentato durante la 16esima edizione della Festa del Cinema di Roma, dopo essere sbarcato in anteprima al Sundance Film Festival il 30 gennaio 2021, godrà di una distribuzione targata Netflix arrivando il 10 novembre sulla piattaforma.

Passing è il titolo (probabilmente ‘Due donne’ diventerà nella versione italiana) e si tratta del debutto alla regia di Rebecca Hall che, oltre a dirigerlo, ne firma la sceneggiatura, adattandolo dall’omonimo romanzo del 1929 di Nella Larsen.

Della durata di 98” è stato prodotto in società da diversi investitori, ma poi assorbito dal leader dello streaming che ha acquisito i diritti distributivi per 15,75 milioni di dollari. 

Passing: la sinossi del film

New York, fine anni Venti, due donne all’apparenza simili ma completamente agli opposti come ruolo e posizione all’interno della comunità, si uniranno e scontreranno tra desideri e crudeltà. Irene da una parte, Clare dall’altra, nostalgia del passato, vecchi ricordi, nuovi dissapori e intrecci che porteranno a dinamiche sempre più contorte.

Rapporti familiari ed amorosi messi a dura prova, giungeranno a spiacevoli conseguenze all’interno di una società razzista, sconvolgendo gli apparenti sani e idilliaci equilibri.

PASSING – (Pictured) RUTH NEGGA as CLARE. Cr: Netflix © 2021

Passing: la recensione del film

Rebecca Hall come tanti attori prima di lei, sceglie il 2021 come anno di debutto per il suo primo lungometraggio da regista, sviluppando immediatamente un occhio intrigante nei confronti delle tematiche sociali e del design fotografico.

Con questo bianco e nero avvolgente e d’atmosfera, ma non così funzionale nel caso di Passing, la Hall trova una strada di certo sofisticata per raccontare una delicata storia al femminile, mettendo in scena escamotage furbamente ben posizionati. La mancanza di colori della pellicola va a distogliere l’attenzione dal poco realismo nello scegliere una protagonista come Tessa Thompson, che non riuscirebbe facilmente a passare inosservata in una società così razzista, quando prova a passare per donna caucasica.

La probabile esigenza di casting a favore di una star in ascesa, non è appunto corrispondente a quanto la trama racconta, al contrario Ruth Negga è molto più calzante nel ruolo, oltre che a livello estetico anche di gran lunga migliore sotto la sfera interpretativa.

La pellicola si propone quasi come un doppelganger, ogni situazione è doppia, con una parte contrapposta all’altra. Due amiche, due scelte di vita differenti, due modi per essere falsamente felici ed infine due luoghi vicini ma opposti, Harlem da un lato e la New York più benestante dall’altro.

La storia che la regista (e il romanzo prima di lei) vuole raccontarci, si focalizza sulle vite di queste due ragazze nere, calate in una società razzista e retrograda, vittime di abituali discriminazioni tramite anche “soltanto” una dialettica dispregiativa, che passa senza troppi problemi per essere giustificata e perfettamente incorniciata in quel deprimente contesto. 

Pragmatiche conversazione su persone di colore, caricate di un disprezzo tale da sembrare una specie animale vista in un documentario, pazzesche risate rabbiose inquietano lo spettatore, mentre cerca di divincolarsi tra l’odio razziale ed i pregiudizi di personaggi privi di dignità morale.

Ci si illude di intraprendere la strada più giusta, ma come insito nell’animo umano, alla fine ci si ritrova ad essere invidiosi o desideranti della scelta altrui. Clare si prende quello che vuole, prima una vita da bianca poi quella dell’amica, senza scrupoli né troppi complimenti, arrivando ad un finale inatteso ma anche debole sulla chiusura.

Purtroppo gli appena 98 minuti risultano spesso piatti, si salvano quasi solamente in resa visiva, grazie a giochi di focus e di sguardi, a tonalità che spaziano tra scale di grigi ma soprattutto esponendo molto il contrasto luce/buio. Il film si avvale di questo bianco e nero per disegnare sagome scure, immerse in oceaniche luci cristalline, sugellando il tutto con suggestivi silenzi, pause, respiri, attimi sospesi. 

Una pellicola di certo non priva di morali interessanti, quali una sorta di rassegnazione che diviene quasi inconsapevole realtà e questa ostinata volontà nel voler “passare per bianca”, come fosse l’obiettivo per trovare un’accettazione ed un equilibrio, sperando in un miraggio di libertà o in un’utopistica parità, al fine d’inserirsi nella comunità dell’epoca, calandosi in un’idea che di idilliaco ha ben poco. 

Non ci resta che procrastinare ad una seconda opera il giudizio nei confronti della Hall in veste di direttrice, in quanto questo primo tuffo nel mondo registico non è di certo da buttar via, ma decisamente da migliorare.

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Cinema

Caro Evan Hansen: la recensione del musical che non ci fa sentire soli

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Caro Evan Hansen
4.1 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, Caro Evan Hansen uscirà il 2 dicembre nelle nostre sale. Il musical diretto da Stephen Chbosky, sceneggiato da Steven Levenson e della durata di 2h 17min, si propone ai nostri occhi come un adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale di Broadway, da cui la Universal Pictures ha acquisito i diritti nel 2018, per poter realizzare un film.

Caro Evan Hansen: la sinossi

Evan Hansen è un adolescente emarginato, molto solo, senza amicizie. Un giorno viene coinvolto in dinamiche inaspettate e si ritrova catapultato in qualcosa di più grande di lui, che lo porterà a fare scelte istintive, via via più intricate. Preda di un vortice di eventi, il ragazzo si renderà involontariamente popolare agli occhi di tutti, ma allo stesso tempo schiavo di un indomabile senso di colpa.

Julianne Moore in Caro Evan Hansen

Caro Evan Hansen: la recensione del film

Per cominciare credo sia doveroso seppur scontato chiarire che essendo un musical, è essenziale tenersi pronti a più di due ore di canzoni e personaggi che prendono a cantare senza un motivo apparente. E’ il genere che lo richiede e questo deve essere messo in conto fin da subito.

Se si è preparati a questo, allora di certo ci si calerà nella storia, ci si farà coinvolgere, divertire, commuovere e perchè no anche rapire nei giorni seguenti dalle musiche furbamente orecchiabili. Lo stile è quello classico per questo genere, ma le tinte attuali e la drammaticità che influenzano il contenuto donano frizzantezza e spontaneità, determinando un buon risultato finale.

Tutto è decisamente ben orchestrato per arrivare alla lacrimuccia (o agli Oscar che dir si voglia), ma questo non pesa nè tantomeno viene avvertito come volontario. Al contrario i messaggi sociali come bullismo, emarginazione e accettazione personale, sono esposti con delicatezza, finendo per emozionare senza calcare la mano.

Purtroppo qualche nota sgradevole non manca, a cominciare dal potenzialmente interessante carattere di Evan. La sua fobia sociale pare fortissima all’inizio, ci viene presentato come un ragazzo estremamente problematico, da non riuscire neanche a ordinare la cena per paura di parlare con l’impiegato, ma poi tutto svanisce già poche scene più tardi, facendoci intendere sia “soltanto” molto asociale ma non così estremo.

Ben Platt in Caro Evan Hansen

Ben Platt (figlio del produttore del film) interpreta il protagonista Evan Hansen e, oltre ad essere un magistrale cantante, stupisce anche a livello attoriale, finendo per rubare completamente la scena in più di un’occasione. Grazie al suo carisma conquista sia l’obiettivo della macchina da presa, sia noi spettatori, empatizzando a tal punto da diventare quasi nostro amico.

Tramite la propria voce restituisce l’emozione che il personaggio prova e rende in maniera esaustiva e funzionale i complessi da cui è attanagliato ed il suo disagio interiore. Julianne Moore e gli altri satelliti attorno a Platt, possono soltanto fare del proprio meglio per esaltarlo ancora di più, tramite dialoghi canori o parlati ma sempre coesi a favore del protagonista.

Il feeling del cast risulta ottimo dando l’impressione che il tutto sia omogeneo e che proceda come per inerzia. Molteplici sono le tematiche che lancia la pellicola, morali costruttive ed essenziali affrontate come non accade spesso. Dalla depressione giovanile all’istinto suicida, fino a prediligere una chiave di lettura realista nell’evitare di elogiare persone defunte come fossero Santi, quando invece erano tutt’altro.

Inoltre viene ottimamente rappresentata anche la modernità, i social, gli smarthphone che possono rivelarsi un’arma a doppio taglio, da un lato condividendo emozioni e messaggi positivi, dall’altro divenendo fonte offensiva con lo scopo di deridere e schernire esseri umani. 

Caratterizzato da un ritmo dinamico, ben cadenzato e brioso non ti lascia un’istante avvolgendoti nel suo tessuto narrativo. Spesso molto emozionante si focalizza su precise sequenze in maniera polarizzante, come quando Evan parte a raccontare di un’amicizia che noi spettatori sappiamo essere inventata, ma che tramite le sue parole lui stesso inizia a sognare, credendoci talmente tanto da convincersi sia reale.

La speranza è di certo una ed essenziale, che del film non venga doppiato il cantato, sia per la qualità canora di Platt sia perchè ne perderebbe in musicalità e scorrevolezza uditiva, arrivando sino ad un ipotetico ed involontario malcontento.

Tirando le fila, si puó giungere alla conclusione che questo non è di certo un film che puó abbracciare il favore di tutti, ma al contrario gode peró di tanto cuore e di sti tempi un’iniezione di positività credo faccia bene a chiunque.

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Festa del Cinema di Roma

Eternals | conferenza stampa con il cast stellare del nuovo film della Marvel

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Per chiudere in bellezza questa edizione della Festa del Cinema di Roma, che ha simboleggiato la rinascita del mondo del cinema dopo la pandemia, è stato presentato in anteprima il film Eternals.
Il 25° capolavoro della Marvel, in uscita il 3 novembre, ha goduto della presenza di molte stelle di Hollywood, a partire dalla regista Chloé Zhao e gli interpreti Angelina Jolie, Richard Madden, Gemma Chan e Kit Harington.

Vivere per sempre? No, grazie

Prendendo spunto dal titolo, Gli Eterni, che rapporto hanno con l’eternità i protagonisti della nuova squadra di supereroi della Marvel?

R. Madden: “Onestamente non mi piacerebbe essere eterno. Sarei felice di arrivare a 80 anni, non mi piace pensare all’infinito”.
A. Jolie: “Anche io la penso come lui. Dobbiamo sempre guardare quello che abbiamo e quello abbiamo perso.”
K. Harington: “La vita eterna è bella, ma in fondo nessuno vuole vivere per sempre. Questi personaggi infatti soffrono proprio questo aspetto. “
G. Chan: “Tutte le cose belle devono finire prima o poi”.
C. Zhao: “Io invece vorrei vivere per sempre”.

Leggi anche: Eternals | il primo teaser trailer ufficiale dell’atteso film Marvel Studios

Eternals e la grande famiglia della Marvel

Per alcuni di loro è stata la prima esperienza nella famiglia Marvel, mentre per Gemma Chan ha simboleggiato un gradito ritorno dopo il film Captain Marvel. Ecco cosa hanno dichiarato a riguardo.

G.Chan: Sono fortunatissima di aver preso parte a un altro film della Marvel”.
K. Harington: “Per me è stata la prima volta. In passato ho preso parte a una serie tv, ma partecipare a un film dell’Universo Marvel è qualcosa di straordinario.”
A. Jolie: “Chi non vorrebbe farne parte. Mi sento una privilegiata in questo. Amo molto questa storia, fatta di diversità, di inclusioni e di questo gruppo che è una grande famiglia. Spero che queste diversità diventino normali e spero che il pubblico possa riconoscersi nelle loro storie.
R. Madden: “Io sono un fan della Marvel. Per me è stato straordinario anche citare delle battute su Thor”.

Rispetto ai soliti film della Marvel, in Eternals ci sono dei supereroi poco conosciuti alla maggior parte del pubblico, come avete vissuto questo aspetto?

A. Jolie: ” Io sono una fan della Marvel. Solitamente i personaggi partono singolarmente, c’è in loro un’evoluzione e poi diventano una squadra. Qui invece siamo già un gruppo, siamo come una grande famiglia, ed è una delle cose particolari di questo film che mi piacciono di più.”

K. Harington: “Per quanto mi riguarda, io non sono un supereroe in questo film, diciamo che rappresento l’umanità. Ma non dovrebbe mai essere sottovalutata la troppa bontà. Se c’è una cosa che mi affascina dei supereroi è il processo che si crea tra il conflitto e il suo superamento attraverso i poteri”.

Il peso dei ricordi e la forza a non arrendersi mai

Tra gli argomenti cardine del film Eternals, il tema del danno, della sofferenza è presente in vari personaggi. La stessa Angelina Jolie ha dichiarato: “Fare ruoli diversi è bello. Tutti abbiamo dei segni dovuti a dei danni, dei traumi. Anche io li ho. Il mio personaggio soffre molto, ma Chloé è riuscita a fare un lavoro molto preciso, riuscendo a parlare del danno causato dal trauma, per dimostrare che chi ha problematiche mentali può comunque essere forte e speciale. Mi auguro che molti giovani lo vedano.”

Un’altra domanda molto interessante sempre rivolta all’attrice, che nel film interpreta il ruolo di Thena, con un look molto sofisticato ed elegante nonostante le scene di azione, ha parlato del suo rapporto con i ricordi. “I ricordi possono essere un peso, ma sono questi che ci formano umanamente. Non credo nei rimpianti, perché tutte le esperienze, le memorie ti formano e questo deve farci sempre riflettere.”

Leggi anche: RomaFF16 | Eternals chiuderà l’edizione della Festa del cinema e di Alice nella città

L’amore è ‘Eternals’ finché dura

A completare la conferenza stampa, non poteva mancare la domanda sulla storia d’amore tra Ikaris (Richard Madden) e Sersei (Gemma Chan).

G. Chan: “Sicuramente aiuta molto il fatto che ci conosciamo da più di 10 anni, perciò so come farlo ridere e come farlo arrabbiare. Una storia d’amore lunga 7000 anni ti fa riflettere e chiedere su cosa ti porta ad amarlo così tanto.”

R. Madden: “Abbiamo cercato di avere dei momenti di tranquillità, di fiducia. Questo atteggiamento lo abbiamo usato soprattutto per la fase iniziale. Tutti i personaggi sono diversi da Ikaris, perché lui vede il mondo con gli occhi di Sersei.”

C. Zhao: “Posso dire che entrambi hanno portato in scena la loro amicizia, così da rendere più bella una storia d’amore molto complessa. L’amore tra i due definisce il destino dell’umanità.”

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