Connettiti a NewsCinema!

Festa del Cinema di Roma

Festival di Roma: La Giuria e due nuovi film Fuori Concorso

Pubblicato

:

Festival-di-Roma-2012-Jeff-Nichols-presiederà-la-giuria-Aspettando-il-mare-film-dapertura

Il direttore artistico del Festival Internazionale del Film di Roma, Marco Müller, ha annunciato i componenti della giuria che assegnerà i premi ai film in concorso nella settima edizione (9 – 17 novembre, Auditorium Parco della Musica): accanto al presidente Jeff Nichols (Stati Uniti), il regista e sceneggiatore di Shotgun Stories, Take Shelter e Mud, troviamo il regista e produttore russo di origine kazaka Timur Bekmambetov, l’attrice italiana Valentina Cervi, il critico cinematografico e direttore di festival statunitense Chris Fujiwara, l’attrice iraniana Leila Hatami, il regista australiano P.J. Hogan e lo scrittore e regista argentino Edgardo Cozarinsky. La giuria attribuirà il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film, il Premio per la migliore regia, il Premio Speciale della giuria, il Premio per la migliore interpretazione maschile, il Premio per la migliore interpretazione femminile, il Premio a un giovane attore o attrice emergente, il Premio per il migliore contributo tecnico, il Premio per la migliore sceneggiatura.

Al programma del Festival si aggiungono due nuovi titoli Fuori Concorso, un vero e proprio “pomeriggio per famiglie” pensato per l’ultimo giorno del Festival, sabato 17 novembre: i due film sono Black Star di Francesco Castellani e Tom le Cancre di Manuel Pradal. Il primo, ambientato a Roma, è la storia emozionante della squadra di calcio di rifugiati “Liberi Nantes Football Club”, mentre Tom le Cancre è una sorta di Peter Pan moderno, uno spaccato poetico e visionario del momento in cui un gruppo di ragazzi varca la soglia che separa l’infanzia dall’adolescenza.

I COMPONENTI DELLA GIURIA

Il Presidente della giuria
Jeff Nichols
Regista e sceneggiatore, Jeff Nichols nasce nel 1978 e cresce a Little Rock, in Arkansas. È considerato uno dei più promettenti autori statunitensi della nuova generazione. Il suo debutto cinematografico, Shotgun Stories, presentato al Festival di Berlino nel 2007, vince il Premio della giuria FIPRESCI alla Viennale 2007 e il Gran Premio della giuria al Festival di Austin. Il suo secondo lungometraggio, Take Shelter, è stato presentato nella sezione Dramatic Competition del Sundance Film Festival 2011 e ha vinto il Grand Prix e il Premio FIPRESCI alla Semaine de la Critique al Festival di Cannes 2011. Mud, il suo ultimo film, ha debuttato lo scorso maggio in concorso al Festival di Cannes. Ad oggi Nichols è il più giovane regista nella storia del Festival di Cannes a concorrere per la Palma d’Oro.

Timur Bekmambetov
Timur Bekmambetov nasce nel 1961 a Guryev, nella Repubblica Socialista Sovietica del Kazakistan. Si diploma in scenografia teatrale e cinematografica. Inizia la sua carriera di regista e produttore in Russia con pluripremiati spot pubblicitari e videoclip. Il 1994 vede il suo debutto cinematografico alla regia con il film Peshavar Waltz (Escape from Afghanistan), remake per Roger Corman della sua produzione di culto The Arena. Da allora, dirige e produce più di quindici film in Russia e negli Stati Uniti, tra cui I guardiani della notte e I guardiani del giorno, che contribuiscono al suo debutto hollywoodiano alla regia di Wanted – Scegli il tuo destino e del più recente La leggenda del cacciatore di vampiri. Nel 2012 ottiene il riconoscimento “Filmmaker of the Year” dalla National Association of Theatre Owners (nota organizzazione commerciale con sede negli Stati Uniti i cui membri sono proprietari di sale cinematografiche).

Valentina Cervi
Debutta nel 1988, dodicenne, con una piccola parte in Mignon è partita di Francesca Archibugi. Nel 1996 recita con Nicole Kidman e John Malkovich in Ritratto di signora di Jane Campion. Nel 1997 ha il primo ruolo da protagonista nel film Artemisia. Passione estrema di Agnès Merlet. Dal 1999 divide la sua carriera tra Francia, Inghilterra e Italia lavorando con registi del calibro di Mike Figgis (Hotel), Peter Greenaway (la trilogia Le valigie di Tulse Luper), Pupi Avati (La via degli angeli), Sergio Rubini (L’anima gemella), Spike Lee (Miracolo a Sant’Anna), Cary Fukunaga (Jane Eyre). Nel 2012 è Salomè Agrippa nella serie tv vampiresca True Blood. Ha appena finito di girare il nuovo film di Rubini Mi rifaccio vivo ed è attualmente impegnata nella serie Borgia nel ruolo di Caterina Sforza.

Edgardo Cozarinsky
È uno scrittore e regista argentino di origine ucraina. Nasce a Buenos Aires nel 1939. Studia letteratura e frequenta rinomati autori come Borges, Bioy Casares e Silvina Ocampo. Inizia la carriera da giornalista e scrive su riviste cinematografiche spagnole e argentine. All’inizio degli anni ’70 gira il suo primo film, … o Puntos suspensivos, che lo fa conoscere come autore nei festival europei e nordamericani. In seguito si trasferisce a Parigi dove si occupa di film di finzione e cinema saggistico mescolando il materiale documentario alle sue riflessioni personali (La Guerre d’un seul homme). Negli stessi anni continua a dedicarsi alla scrittura: il suo saggio Borges y el cine (1974) viene tradotto in molte lingue e nel 1985 scrive Vudù urbano che mescola narrativa e saggistica. Dirige i lungometraggi Guerreros y cautivas (1989), western “sudista” girato in Patagonia, Le Violon de Rothschild (1996) e Fantômes de Tanger (1997). Nel 2001 pubblica La novia de Odessa che lo consacra definitivamente come scrittore internazionale. Negli ultimi anni esplora nuovi territori, scrive il progetto teatrale Squash (2005), la mini-opera Raptos e il libretto per opera da camera Ultramarina (2008) oltre ai film Tango-Désir (2002), Crepuscolo rojo (2003), Apuntes para una biografia immaginaria (2010) e Nocturnos (2011).

P.J. Hogan
P.J. Hogan si è diplomato all’Australian Film, Television and Radio School, dove ha scritto, diretto e montato il cortometraggio Getting Wet, vincitore di due premi AFI, tra cui quello per il miglior cortometraggio. Nel 1994 esordisce con un lungometraggio, Le nozze di Muriel (Muriel’s Wedding), di cui è anche sceneggiatore. Il film, proiettato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, è stato accolto con una standing ovation e ha vinto quattro premi AFI, tra cui quello per il miglior film e per la migliore attrice protagonista. Nel 1996 ha consacrato il suo successo con My Best Friend’s Wedding (Il matrimonio del mio migliore amico), interpretato da Julia Roberts e Rupert Everett, che all’epoca ha segnato il record di incassi per una commedia. In seguito ha diretto Unconditional Love (Insieme per caso, 2002), una versione live action di Peter Pan (2003) e Confessions of a Shopaholic (I Love Shopping, 2009).

Chris Fujiwara
È stato chiamato alla direzione artistica del Festival del Cinema di Edimburgo (Edinburgh International Film Festival) a partire dal gennaio 2012. Chris Fujiwara è anche un apprezzatissimo scrittore, critico cinematografico, giornalista, curatore, autore di opere monografiche su Jerry Lewis, Otto Preminger, Jacques Tourneur; tra le sue più recenti pubblicazioni, l’antologia “Cinema. I 1000 momenti fondamentali”. Ha scritto saggi e articoli di cinema per diversi quotidiani, riviste e web-magazine, ha collaborato a numerose antologie e ha tenuto lezioni di Estetica cinematografica e Storia del cinema all’Università di Tokyo, alla Yale University e alla Rhode Island School of Design.

Leila Hatami
Leila Hatami, figlia del leggendario regista iraniano Ali Hatami, è nata a Tehran, dove è tornata dopo gli studi in Svizzera. Anche se è apparsa sul grande schermo in piccoli ruoli nei film del padre durante l’infanzia e in un ruolo nel 1992 in Delshodegan (The Love Stricken), ha fatto il vero ingresso da protagonista nel cinema con Leila di Dariush Mehrjui nel 1996, per il quale ha ricevuto il favore della critica. Ha vinto il premio come migliore attrice al Montreal Film Festival 2002 per il suo ruolo in Istgah-Matrouk (The Deserted Station) di Alireza Raeisian e l’Orso d’argento del 61° Festival di Berlino come miglior attrice per Jodaeiye Nader az Simin (Una separazione, 2011) di Asghar Farhadi. Ha recitato in Mix di Dariush Mehrjui (2000), Ertefae Past (Low Altitude, 2002) di Ebrahim Hatamikia, Sima-ye zani dar doordast (Portrait of a Lady Far Away, 2005) di Ali Mosaffa, Shirin di Abbas Kiarostami (2008), Aseman-e mahboob (What a wonderful life or Lovely Sky, 2009) di Dariush Mehrjui.

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

Cinema

RomaFF14: Bellissime, Elisa Amoruso indaga il complesso rapporto che si ha con la propria immagine

Pubblicato

:

Nonostante le vere protagoniste di Bellissime, il nuovo documentario di Elisa Amoruso, siano tre giovani sorelle che vogliono farsi strada nel mondo della moda, è chiaro come in realtà il film sia innamorato della loro madre, donna dal corpo granitico che sembra contenere in sé tutte le contraddizioni che l’indagine filmica vuole mettere in evidenza (e che sono elemento costituivo imprescindibile del rapporto che si ha con la propria immagine e con la propria bellezza, fin da piccolissimi). Così Bellissime, in realtà filmato e completato prima che iniziasse la lavorazione del documentario su Chiara Ferragni, sembra raccontare la stessa storia di Unposted, come se questi due film fossero in realtà episodi di una stessa serie televisiva. Addirittura la Amoruso sceglie gli stessi strumenti (i filmini di famiglia, ad esempio, qui utilizzati in maniera molto più intelligente ed efficace) e pone le stesse domande per raggiungere però un risultato completamente diverso. Ed è proprio attraverso il personaggio di Mamma Cristina che questo documentario raggiunge un obiettivo che invece quello sulla Ferragni sfiorava a malapena. 

Se le immagini sono impietose e ci mostrano una donna che lotta contro la propria età per mantenere un corpo attraente, del tutto corrispondente a quel modello di bellezza che viene richiesto per poter competere nei concorsi, ciò che ci viene raccontato su quella sfida contro se stessi ha invece un valore di segno completamente opposto (quindi positivo). Cristina non rinuncia alla sua passione per la pole dance, non si sottrae a nessuno dei photoshoot che le vengono proposti. Tutte cose a cui ha dovuto rinunciare per colpa (lo apprendiamo dalle sue parole) degli obblighi coniugali prima e genitoriali poi. La donna passa tutto il tempo a spiegare allo spettatore in che modo è riuscita a liberarsi dalla gabbia dello sguardo maschile, domandolo e stuzzicandolo. E in che maniera ha utilizzato la proprio avvenenza per imporre la propria femminilità e non per ridurla a strumento nelle mani degli uomini che le chiedevano di esibirla. Eppure tutto questo, che viene esposto così fieramente dalla madre e con un po’ più di timidezza dalle sue figlie, che in alcuni casi sembrano vittime delle sue stesse aspirazioni, viene costantemente messo in discussione da ciò che vediamo su schermo.

Tutto ciò che a parole sembra così giusto e liberatorio (e sicuramente in parte lo è davvero), si deve confrontare con ciò che poi effettivamente vediamo, che non sempre riesce a risultare così attraente come invece il racconto delle intervistate suggerirebbe. Elisa Amoruso non vuole affermare una propria certezza, bensì utilizza il mezzo a propria disposizione per mettere in scena una complessità che emerge proprio tra le contraddizioni delle protagoniste.

In una scelta di montaggio molto intelligente, il film alterna le immagini di un casting andato male, in cui una delle ragazze viene rimproverata di fingere le proprie emozioni e di piangere sotto sforzo, a quelle dell’intervista organizzata per il film a sua madre, che si commuove davanti alla telecamera ricordando la sua infanzia e i suoi genitori. Pare una cosa banale e invece in un semplice stacco di montaggio si nasconde la domanda che Bellissime pone ai suoi spettatori. Quanto di quello che ci viene raccontato corrisponde alla realtà e quanto invece fa parte di una narrazione che le intervistate si sono costruite per loro? E fin dove la “verità” imposta dalle immagini è più credibile rispetto a quella raccontata da Mamma Cristina?

Continua a leggere

Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

Pubblicato

:

judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

Continua a leggere

Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

Pubblicato

:

honey boy recensione

Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

honey boy

Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

honey boy lucas hedges

Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

Continua a leggere

Iscriviti al nostro canale!

filmhorror 300x250

Recensioni

Pubblicità

Facebook

Film in uscita

Maggio, 2020

Nessun Film

Film in uscita Mese Prossimo

Giugno

Nessun Film

Nuvola dei Tag

Pubblicità

Popolari

X