Se c’è davvero qualcosa di interessante in questo nuovo film di Asghar Farhadi, concettualmente ispirato al sesto capitolo del decalogo di Kieslowski, non è tanto lo stanchissimo – e qui complicato fino al parossismo – gioco sul voyeurismo, sul chi spia chi, quanto una strana voglia di affermare qualcosa che va in controtendenza con lo stesso spirito “kieslowskiano” originale.
Ovvero che l’immaginazione, la fantasia dell’autore, quindi del regista, non è sempre preferibile alla realtà. Specialmente se chi scrive, come nel caso del personaggio di Isabelle Huppert, lo fa da un’autoimposta reclusione.
Da un “osservatorio” da cui è impossibile davvero capire il mondo e le persone che lo abitano, ma soltanto stancamente reiterare stereotipi e meccanismi narrativi che esistono, appunto, solo nei romanzi di seconda e terza categoria e in nessun modo nella vita reale delle persone.
Le Histoires parallèles di Asghar Farhadi
Farhadi indugia molto su questo, sul luogo insalubre nel quale Huppert lavora al suo manoscritto, per mettere in scena un melodramma fatto di tradimenti e omicidi che volutamente viene liquidato con una battuta – e uno splendido cameo di Catherine Deneuve – a metà del film, dicendoci che tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento non aveva nessun interesse e nessun valore.
Cassel, Niney ed Efira – il trio al centro delle ossessioni e delle fantasie altrui – non a caso lavorano per come foley artists riproducendo in studio i rumori e gli effetti sonori di film e documentari sugli animali. L’oceano diventa così una tinozza piena d’acqua e il battito d’ali di una farfalla qualcosa da simulare con delle coste di sedano. Da un lato poesia del reale, dall’altro il suo deludente riscontro nel momento in cui deve essere “riprodotta” attraverso il mezzo audiovisivo, al cinema come in televisione.
Il problema di Histoires parallèles, forse, è che il film non esce vivo dalla spirale ininterrotta del suo voyeurismo. E anche nel momento in cui cambia il “deus ex machina” di tutta l’operazione, il narratore che guida i giochi (passando da Huppert ad Adam Bessa), l’idea di Farhadi resta comunque confusa, priva della forza necessaria ad affermare che sì, in fin dei conti, anche la fantasia può essere deludente – per ribaltare un celebre assunto sorrentiniano – se non ha più nulla a che fare con la società, con la contemporaneità, con i veri problemi della gente.
Quanto poco di interessante c’è in un racconto che segue dei codici vetusti, dei trucchi scadenti impiegati al solo scopo di risultare accattivanti, pruriginosi, scioccanti. Anzi, nel momento in cui questi codici vengono emulati nella realtà, quest’ultima diventa odiosa, violenta, respingente. L’unica storia che vale la pena leggere (così come vedere su schermo) è quella che nasce da un’esigenza di condivisione, da uno slancio di generosità dell’autore verso gli altri.
Con questo suo nuovo film, Farhadi sembra volerci dire qualcosa di estremamente interessante sul ruolo dell’autore, salvo poi tradire il suo stesso “insegnamento”.

La relazione con Kieslowski in Histoires parallèles
Anche Farhadi, come i suoi protagonisti, spia Kieslowski da lontano, lo osserva senza poterlo capire davvero, riempiendo le lacune nella comprensione di quel testo con la propria immaginazione. Esattamente come i suoi voyeurs fanno con le storie che si ritrovano a “rubare” con gli occhi, ma delle quali hanno sempre e comunque una conoscenza parziale, viziata dai loro pregiudizi, influenzata da tutti quei cliché narrativi che alimentano il loro lavoro.
Semmai, la comunanza tra Farhadi e Kieslowski sta proprio nell’approdo finale, nella conversione «all’immaterialità dell’amore come condivisione della vita, come solidarietà e non solo come mezzo di difesa dalla solitudine attraverso il godimento reciproco» (come scriveva Serafino Murri a proposito del capitolo 6 del Decalogo). Entrambi i film, in conclusione, ci permettono di arrivare a una comprensione dell’altro, per avvicinarlo e renderlo simile a noi.
E questo passaggio fondamentale può avvenire solo nel momento in cui si è completamente trasparenti e si abbandonano tutte le finzioni narrative che invece “l’altro” lo allontanano, lo rendono alieno, inaccessibile e sconosciuto.


