Abbiamo aspettato vent’anni per vedere Il Diavolo Veste Prada 2 al cinema e scrivere questa recensione. Era il 2006 quando abbiamo conosciuto per la prima volta la cinica Miranda Pristley e l’impacciata Andy Sachs, scontrarsi e spalleggiarsi, nella redazione della rivista di moda Runway.
Abbiamo imparato una tonalità di azzurro chiamata ceruleo, abbiamo scoperto quanto sia difficile scegliere una cintura piuttosto che un’altra, ma soprattutto, abbiamo visto quanto sia complesso il mondo della moda, visto nel dietro le quinte.
Il secondo capitolo di questo film, uscito il 29 aprile al cinema e sta registrando incassi record in tutto il mondo, non è solo un’operazione nostalgia. È una fotografia dei nostri tempi, che sottolinea quanto la comunicazione sia cambiata in questo lasso di tempo.
L’avvento dei social, come mostrato per tutta la durata del film, è diventato l’ago della bilancia, tra ciò che merita attenzione e ciò che non lo è. Alla luce di questa considerazione, sorge spontaneo porsi una domanda: ci siamo davvero ridotti in questo modo?

La crisi del giornalismo e l’avvento dei social
Venti anni dopo il lancio del cellulare nella fontana di Place de La Concorde a Parigi, ritroviamo Andy Sachs (Anne Hathaway), ex assistente di Miranda Pristley e salvatrice di Runway, più matura, più curata negli outfit e con un bagaglio professionale ancora più ricco.
A partire dai primi minuti del film, ci viene mostrata una grande verità, che oggigiorno, non sta facendo sconti a nessuno: la crisi del giornalismo e l’assenza di empatia nel mondo del lavoro. Senza quasi rendercene conto, ci siamo trovati a convivere, e lavorare, con un giornalismo che non meriterebbe neanche di essere chiamato tale.
Come lo si può definire se un post acchiappa like sui social ha più importanza di un’inchiesta con interviste sul campo? O come sia possibile definire un ambiente sano e rispettoso di lavoro, se il vostro capo vi comunica di essere licenziati attraverso un messaggio di gruppo su WhatsApp? Ed è qui, che Il Diavolo Veste Prada 2 vince, mettendo in risalto una realtà non fatta solo di paillettes e frange, ma anche di delusioni e momenti di grande difficoltà.
Un altro cambiamento importante è l’utilizzo dello smartphone, che in questo film, ci sbatte una grande verità: la vita privata e professionale per essere considerata ‘giusta’, deve passare sotto il giudizio dei follower, per lo più estranei, attraverso i social network.
E questo discorso vale per tutti, compresa la cinica Miranda Pristley (Meryl Streep) che si trova a dover fare i conti con quella che i giovani chiamano “shitstorm”. Letteralmente una “tempesta di m***a” mediatica, che non solo le sta rovinando la reputazione, ma sta mettendo anche in serio pericolo, la sua amata rivista Runway, a causa di un drastico calo di vendite pubblicitarie.

La recensione Il Diavolo Veste Prada 2: nemiche amiche in nome di Runway
Senza fare spoiler, possiamo dire che ci troviamo sicuramente di fronte a un atteso secondo capitolo che non tradisce l’originale. Sicuramente ne è uscito più cambiato, ma il cuore pulsante e la spina dorsale, sono rimasti intatti. Il cambiamento nel look di Andy è direttamente proporzionato al cambiamento caratteriale di Miranda, che in varie occasioni, sembra mostrarsi più mansueta, umana e comprensiva.
Tra inquadrature più dinamiche e ravvicinate, compresi diversi primi piani, il regista David Frankel ci ha regalato anche un’inedita scena del cappotto di Miranda, che solo chi avrà visto il film potrà capire.
Se c’è chi critica il cambiamento del personaggio di Miranda, io mi sento di schierarmi a fare di questa scelta, che trovo coerente con il resto della storia, nella quale viene mostrato come tutti siano rimasti provati dall’avvento di queste nuove tecnologie. Menzione speciale, per gli outfit mostrati nel film, frutto di collaborazioni con le principali maison di moda, come Versace, Valentino, Dior e Armani.
Oltre ad essere un piacere per gli occhi dello spettatore, a rendere ancora più coinvolgente le sfilate di moda, compresa quella a Milano, ci pensano brani storici come Vogue di Madonna e la hit Runway di Lady Gaga creata appositamente per il film.

Il vero fiore all’occhiello di Runway
In una scena dominata da attrici come Emily Charlton (Emily Blunt), Andy Sachs e Miranda Pristley, dotate di caratteri forti e abiti costosissimi, c’è un uomo che merita un’attenzione speciale: Nigel Kipling interpretato da Stanley Tucci.
Trovo che non si parli mai abbastanza di questo ruolo, che ricopre un ruolo fondamentale nel primo come nel secondo film. I look super curati e la grande esperienze nel campo della moda, sono solo una parte della sua grandezza. Più volte tradito da Miranda, Nigel è sempre rimasto al suo posto, facendo magari un passo indietro e mai in avanti, in attesa che arrivasse il suo momento.
Ad ogni crisi, a ogni successo e a ogni cambiamento che Runway ha subìto in questi venti anni, lui c’era. Quando altri hanno preferito prendere altre strade, lui ha sempre stretto i denti e messo la sua professionalità al servizio di questo magazine.
Per Miranda così come per Andy, Nigel non è solo un collega ma un amico fidato. E a dire il vero, tutti vorremmo avere un amico come lui nella vita – non solo per gli abiti firmati – ma perché riesce a mantenere saldo, un rapporto basato su critiche, a fin di bene, apprezzamenti sinceri e dimostrazioni di affetto, soprattutto nei momenti di difficoltà.


