La nostra intervista con la giovane attrice rivelazione Cleo Diára presente alla Berlinale 2026 tra le giovani European Shooting Stars.
L’attrice capoverdiana Cleo Diára è stata selezionata tra i nuovi talenti europei per il programma European Shooting Stars, curato dall’European Film Promotion e presentato alla 76esima edizione della Berlinale.
Diára si era aggiudicata il premio come migliore attrice nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes dello scorso anno, per la sua interpretazione nel film O Riso e a Faca di Pedro Pinho.
Nata a Capo Verde e trasferitasi in Portogallo in giovanissima età, Cleo è stata così la prima attrice a ricevere un premio come miglior attrice in una produzione portoghese, in questa sezione parallela, e più in generale la seconda donna africana nei 78 anni di storia del festival a ricevere un premio per la recitazione, dopo la storica vittoria di Linda Mvusi nel 1988.
Laureata alla Escola Superior de Teatro e Cinema di Lisbona, Diára ha lavorato molto a teatro, specialmente con il suo collettivo sperimentale Aurora Negra. Sul grande schermo ha preso parte a film come Diamantino, O Vento Assobiando nas Gruas ed Entroncamento, in uscita proprio in questi giorni in Portogallo.
L’abbiamo incontrata a Berlino per farci raccontare il suo lavoro tra palco e schermo cinematografico e la sua personale ricerca delle proprie radici.
Questa esperienza da European Shooting Star ti facendo riflettere sulla tua identità di attrice europea?
Sai, sono arrivata in Portogallo che avevo solo dieci anni. Sono cresciuta lì e ho vissuto la mia vita lì. Sono quindi portoghese, ma ovviamente sento sempre vicina la cultura di Capo Verde, che è e sarà sempre casa mia.
È come se non vivessi in un luogo soltanto, ma sempre in un “luogo e mezzo”. Non sono solo di Capo Verde e non sono solo portoghese. Sono il risultato di entrambi questi luoghi. E non ho bisogno di scegliere.
Ho iniziato a recitare in Portogallo. Ma cosa vuol dire essere un’attrice europea? L’Europa è un luogo di per sé così plurale, pieno di differenze. Mi sento un tassello di questo mosaico.
Come nasce il percorso che ti ha condotto a cambiare nome in Cleo Diára e ad affermare questa tua nuova identità?
Diára è entrata nella mia vita quando ho cominciato a collaborare a teatro con Isabél Zuaa e Nádia Yracema, discutendo con loro delle nostre origini. Ho capito che il cognome che avevo era un cognome europeo. Così ho cominciato a cercare alcuni antenati che avessero un nome africano.
Dopo alcune ricerche, ho trovato questo nome: Diára. Che è diventato per me il simbolo di una riappropriazione. La riappropriazione delle mie origine africane. Era fondamentale tanto per la mia vita quanto per il mio lavoro, ribadire questa complessità e far capire al mondo che io sono tutte queste cose insieme.
Lo scorso anno hai ottenuto il premio come migliore attrice nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes per il tuo ruolo in I Only Rest in the Storm di Pedro Pinho. Con la protagonista di quel film condividevi tante cose, a cominciare proprio dal nome. Che libertà hai avuto rispetto alla costruzione del personaggio?
Molta e sicuramente mi piace lavorare con dei registi che danno spazio agli attori e alle attrici per costruire il proprio personaggio. Penso che anche loro possano ottenere un migliore risultato se lasciano spazio ad altre persone per farsi suggerire qualcosa di nuovo, a cui forse non avevano pensato.
È stato bellissimo lavorare a questo film perché non avevo l’ansia di dover fare “un buon lavoro”. Ero concentrata sul capire questo personaggio, questa donna.
È stato un lavoro davvero molto difficile perché ho messo molto di me stessa, ho fatto molte ricerche, ho parlato con i miei amici, ho letto molti autori neri e sono stata così immersa nel personaggio che alla fine mi sono sentita esausta. Non volevo creare un altro personaggio stereotipato.
Volevo umanizzarlo. Alla fine, quando ho visto il risultato su schermo, ho pensato che fosse buono. Ma la conferma è arrivata quando una giornalista nera mi ha detto che vedendo Diara, si era riconosciuta in lei. Aveva ritrovato in lei la sua libertà, la sua complessità, la sua sessualità. E mi sono sentita così emozionata in quel momento.
Il caso del film di Pedro Pinho è però forse una lodevole eccezione in un panorama cinematografico in cui spesso e volentieri ci troviamo davanti a personaggi stereotipati. Come scegli i tuoi progetti e, soprattutto, credi che una giovane attrice possa essere libera di dire di no a questo tipo di ruoli, quando vengono proposti, o è un privilegio che in pochi possono permettersi?
Questa è davvero un’ottima domanda. Sì, penso che sia un privilegio. Soprattutto se sei una ragazza nera e non hai così tante opportunità tra cui scegliere. Ma devi capire cosa vuoi fare. Devi sapere che tipo di carriera vuoi costruire.
È molto difficile per una ragazza giovane dire no alle sue prime offerte di lavoro. Non posso giudicare nessuno per questo. Penso che la preoccupazione per la propria carriera sia inevitabile.
Deve essere il sistema pronto a offrire alle attrici delle buone occasioni, dei personaggi che non siano stereotipati. Quindi il peso di questo non deve ricadere sulle attrici, ma sui registi, sugli sceneggiatori, suii produttori. Quindi sì, credo sia un privilegio poter dire di no.
Nel teatro c’è più liberta?
Credo di sì. Soprattutto nel teatro è più comune stabilire delle collaborazioni che durano nel tempo, come ad esempio la mia con Mário Coelho, a cui devo tantissimo. È con lui che ho imparato a essere un’attrice.
Quindi creare questa relazione con lui mi ha dato uno spazio in cui lavorare per capire come migliorare. Perché è quando lavori che ti capisci come un attrice. Capisci qual è la tua energia, qual è il tuo modo di raggiungere le cose.
Mi sento fortunata a lavorare con persone fantastiche e in uno spazio sicuro, a teatro. Nel cinema questo accade meno spesso. Ho lavorato due volte con Pedro Cabeleira ed è sicuramente una cosa che aiuta.
Perché già ci si conosce e si sa come relazionarsi sul set. Con lui ho girato Entroncamento, che è in uscita proprio in questi giorni in Portogallo e spero proprio che, come sembra, possa diventare un grande successo. Siamo tutti molto contenti.
Un’esperienza come quella del collettivo teatrale Aurora Negra, che hai fondato insieme a Zuaa e Yracema, pensi possa essere replicabile anche al cinema?
Penso di sì, che sia possibile. Ho lavorato a una sceneggiatura per una serie di tv e l’ho fatto proprio perché volevo far conoscere al mondo le mie amiche, che sono fantastiche. Anche Isabél sta sviluppando una serie.
Quando le persone non ti danno un’opportunità arriva il momento in cui questa opportunità bisogna crearsela da sole. E anche perché amo dirigere. Amo essere un’attrice ma amo anche essere una regista.
Voglio dire una cosa che credo sia importante: è possibile trovare persone che ti aiutino nel costruire questo spazio. Che ti aiutino a costruire i tuoi sogni. Il mio consiglio è: non lasciare che le persone ti dicano cosa puoi fare e segui i tuoi sogni. Non sarà facile. A volte ti verrà voglia di mollare.
Ma ogni decisione deve essere presa solamente da te stessa. Dobbiamo concederci tutto il tempo e lo spazio necessari per capirci e per sentire il nostro cuore. Perché il mondo può metterti tanta paura addosso, ma l’importante è ascoltare la propria voce ed essere padroni della propria vita.


