La nuova serie di Stefano Sollima sul Mostro di Firenze, disponibile su Netflix, ha riacceso i riflettori su uno dei casi più discussi della storia criminale italiana.
Quando si racconta di casi criminali come quello de Il Mostro di Firenze, ci si concentra spesso sui colpevoli, sui potenziali assassini, e mai sulle vittime, che diventano così nomi senza una storia.
La nuova serie di Stefano Sollima, disponibile su Netflix, tenta invece una strada differente. Non racconta ciò che avvenne come si farebbe in un giallo, in un thriller o in un poliziesco, mettendo al centro un “mistero da risolvere”, ma invece preferisce creare un’atmosfera, restituire uno spaccato di società, per riflettere sul contesto che ha permesso a quella strage di prendere forma.
Le vittime del mostro di Firenze
Sedici vittime, uccise nelle campagne fiorentine tra il 1968 e il 1985. Una scia di sangue tenuta insieme da un’ossessione, quella di dover “punire” chi si appartava per avere rapporti sessuali in macchina, e un’arma: una Beretta calibro 22 che compare per la prima volta nel duplice omicidio di Antonio Lo Bianco e Barbare Locci, avvenuto il 21 agosto 1968.
Antonio Lo Bianco e Barbara Locci
Barbara, donna sposata ma dai numerosi amanti, viene uccisa mentre era appartata in macchina consumando uno di questi “tradimenti”, con suo figlio Natalino che dormiva sul sedile posteriore. Fu proprio il bimbo a far ritrovare i corpi, presentandosi in piena notte alla porta di un’abitazione vicina al luogo in cui era avvenuto il delitto chiedendo di essere riaccompagnato a casa.
Fino al 1982 non vi erano collegamenti fra questo delitto e quelli che dal 1974 verranno attribuiti al Mostro di Firenze. Solo in seguito del ritrovamento in archivio di alcuni bossoli che, dopo le analisi, risultarono identici a quelli trovati sulle altre scene dei crimini, si dedusse che la pistola usata dal mostro era la stessa usata dall’assassino che aveva ucciso Antonio Lo Bianco e Barbara Locci nell’estate del 1968.
Natalino Mele, oggi 64 anni, ha scoperto solo recentemente che il suo padre biologico non è Stefano Mele, l’uomo condannato per quel delitto e che lui ha sempre creduto suo padre, ma Giovanni Vinci, uno dei fratelli del cosiddetto “clan dei sardi”.

Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini
Mugello, Borgo San Lorenzo, frazione Rabatta, località denominata “Le fontanine”. Attorno alle 23.45 del 14 settembre 1974 vengono uccisi Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini, appartati a bordo di una 127 di colore blu targata FI 598299. Pasquale ha 19 anni, abita a Molin del Piano e fa il barista nel bar interno alla sede delle assicurazioni La Fondiaria di Firenze.
Stefania ne ha 18 ed è segretaria d’azienda presso la ditta Magif di Firenze. Quella sera il giovane esce di casa per accompagnare la sorella alla discoteca Teen Club, un locale di Borgo molto in voga in quegli anni, contando di tornare a riprenderla per mezzanotte. Nell’attesa, va a casa della fidanzata, in località Pesciola di Vicchio.
I due fidanzati escono insieme attorno alle 21.20 e decidono di percorrere un breve tratto di strada per raggiungere un luogo appartato in un campo adiacente Via Ponte d’Annibale, a poca distanza dal fiume Sieve. Lì vengono sorpresi da un assassino che si scatena in particolare contro la ragazza, la quale viene raggiunta da tre colpi di pistola alle gambe e all’addome, per poi essere trascinata fuori dalla macchina e massacrata con ben 96 colpi di lama.
Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi
Nella notte del 6 giugno 1981 il Mostro di Firenze torna a colpire dopo sette anni dall’ultimo duplice omicidio: le vittime sono Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, una coppia di ragazzi che si erano appartati in una Fiat Ritmo per un’ora di intimità.
Carmela, lavoratrice in una pelletteria, e Giovanni, dipendente dell’Enel, avevano programmato di sposarsi e proprio quella sera avevano dato la notizia a cena ai genitori di lei.
Un paio di ore dopo, però, sarebbero stati raggiunti dalla violenza del Mostro. Fu la prima volta in cui l’assassino mise in pratica un macabro rituale che si sarebbe poi ripetuto spesso: l’asportazione del pube della ragazza.

Stefano Baldi e Susanna Cambi
Per una strana coincidenza, anche le vittime del successivo omicidio, datato 22 ottobre 1981, stavano per sposarsi. Stefano Baldi aveva 26 anni, un impiego presso un lanificio e da poco possedeva un’auto: una Golf nera diesel. Lei, Susanna Cambi, era più giovane di lui di un paio d’anni: una ragazza bruna e allegra che da tempo sognava quel giorno di gennaio in cui sarebbero convolati a nozze.
Quella sera avevano cenato a casa di Stefano, a Calenzano, poi erano usciti dicendo ai genitori che sarebbero andati al cinema a Firenze. Una piccola bugia: volevano invece star soli come altre volte, nella intimità della loro auto parcheggiata in un viottolo deserto fra campi di ulivi e di viti.
Paolo Mainardi e Antonella Migliorini
Li chiamavano Vinavil, perché non si staccavano mai l’uno dall’altra. Lui, Paolo Mainardi, 22 anni, faceva il meccanico. Lei, Antonella Migliorini, 19, era cucitrice in una ditta di confezioni.
Intorno alle 22.30 del 19 giugno 1982 l’auto di Paolo, una Seat 147, si ferma in uno slargo a Baccaiano di Montespertoli. Non lontano, a Cerbaia, c’è la festa del santo patrono. E un costante viavai di macchine. Quello che accade poco più tardi per alcuni è ancora avvolto nel mistero.
Di certo l’auto sarà trovata con le ruote posteriori in un fosso adiacente alla provinciale, il finestrino anteriore sinistro e i fari rotti, la luce dell’abitacolo accesa, il parabrezza bucato. Le chiavi della Seat lontano dall’auto.
Dentro, i corpi dei due ragazzi: Antonella è sul sedile posteriore, morta. Paolo respira ancora, morirà in ospedale la mattina successiva. Fu questo il delitto che portò gli inquirenti a collegare a un unico assassino anche quelli del 1974, 1981, 1982 e del 1968.

Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch
Quello del 9 settembre 1983, a Giogoli, è sicuramente uno degli episodi più assurdi di questa tragica storia. Vennero assassinati con sette colpi di pistola due ragazzi tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di 24 anni, studenti presso l’Università di Münster, mentre stazionavano a bordo di un furgone Volkswagen.
I due furono scambiati per una coppia di amanti, probabilmente a causa della capigliatura di uno dei due.
Pia Rontini e Claudio Stefanacci
Le vittime del penultimo delitto (29 luglio 1984) furono Pia Gilda Rontini, ragazza di 18 anni da poco tempo impiegata in un bar di Vicchio, e Claudio Stefanacci, studente universitario di 21 anni.
I due ragazzi erano in una Fiat Panda parcheggiata in fondo a una strada sterrata trasversale della via provinciale nei pressi di Vicchio quando vennero aggrediti a colpi di pistola dal Mostro di Firenze.
Il padre della ragazza uccisa, Renzo Rontini, decise, dopo il delitto, di lasciare il lavoro per dedicarsi ogni giorno – fino a morirne d’infarto – alla ricerca della verità sul duplice omicidio che gli aveva portato via la figlia.
Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot
Nadine Mauriot (36 anni), madre di due figli recentemente divorziata, e il suo fidanzato, Jean-Michel Kraveichvili (25 anni), musicista di origini georgiane, piantano una piccola tenda blu vicino alla loro auto in una zona boschiva di Scopeti, frazione di San Casciano Val di Pesa.
Entrambi provenienti da Audincourt, Francia, stanno insieme dall’inizio del 1985, dopo la separazione di Nadine dal marito. Sono arrivati in Italia il 4 settembre e sono in un mini tour del Nord Italia, godendosi il cibo locale e aspettando con ansia una fiera delle calzature a Bologna, per la quale Nadine, proprietaria di un negozio di scarpe, è particolarmente entusiasta.
Il luogo che scelgono per fermarsi per la notte è una nota “strada degli amanti”, frequentata da voyeur e pervertiti locali. Ma Nadine e Jean-Michel non conoscono e non si curano del Mostro di Firenze: vogliono solo godersi la loro vacanza prima di tornare in Francia.


