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Rupert Grint rompe tutti gli schemi nel film più strano dell’anno

Alla Berlinale 2026 abbiamo visto in anteprima Yon Lapsi (Nightborn) con Rupert Grint ed ecco cosa ne pensiamo.

C’è un neonato che nasconde un mistero e che non sembra essere effettivamente quello che tutti pensano che sia. C’è una famiglia che non vuole accettare questa cosa e preferisce far finta di nulla, vivendo nell’illusione che il bambino non abbia nulla di “strano”. E c’è Rupert Grint. 

Non stiamo parlando però di Servant, la serie tv di Shyamalan che ruotava attorno alle stesse premesse, bensì di Nightborn, secondo lungometraggio della sceneggiatrice e regista finlandese Hanna Bergholm, che già si era fatta notare con il precedente Hatching.

Ci troviamo nelle campagne finlandesi. Desiderosi di formare una famiglia, Saga e Jon si trasferiscono nella casa d’infanzia di lei, circondata da boschi e animali selvatici. Ma dopo la nascita del loro bambino, il sogno della coppia di avere un figlio perfetto si trasforma in un incubo. 

Nightborn, la recensione del film con Rupert Grint

Se in Hatching “il mostro” si faceva allegoria dei mutamenti interiori ed esteriori che arrivavano con l’adolescenza e la maggiore consapevolezza di sé, stavolta la “creatura” è appunto un neonato tutto peli e sound design, che non vediamo praticamente mai in volto (se non alla fine) ma che tutti i personaggi osservano con imbarazzo, se non proprio con orrore.

Scene di fantozziana memoria (il bambino “babbuino”, la bertuccia), dal momento che Bergholm non si prende mai troppo sul serio – almeno inizialmente – e gioca con il grottesco per strappare più di una risata. 

Eppure, man mano che la trama procede, capiamo di trovarci davanti a un film che, esattamente come il precedente della stessa autrice, finisce per esasperare le premesse iniziali e diventare una enorme metafora sull’altare della quale sacrificare tutto il resto.

Bergholm mette in scena la psicosi, la somatizzazione di un trauma, contrapponendo a esse l’indifferenza di chi quella sofferenza non la vive sulla propria pelle, spettatore scocciato di un disagio scambiato per esigenza di attenzioni. 

Sulla scia della A24

È, insomma, la formula commerciale brevettata dalla A24. Film costruiti come specchietti per le allodole che tentano di vendere al pubblico non tanto un’opera riuscita e complessa, quanto una garanzia di intellettualità, di coolness, un lasciapassare per sentirsi colti quando si intavola una conversazione con gli amici.

Il risultato, nel peggiore dei casi, sono film sempre più glaciali, disumanizzati, appesantiti da simbolismi e metafore, appunto, che si compiacciono del proprio disegno teorico e finiscono per “urlare” in faccia allo spettatore le proprie ambizioni autoriali. 

Bergholm cerca deliberatamente di stressare il pubblico, di condurlo sull’orlo di una crisi di nervi, e, ancora più esplicitamente, cerca di stupirlo con trovate sempre più surreali, che alzano di volta in volta l’asticella dell’assurdo.

A risollevare le cose ci pensa per lo meno una sceneggiatura, scritta nuovamente insieme a Ilja Rautsi, che riesce a tenere viva l’attenzione dello spettatore, non escludendo mai fino all’ultimo nessuno dei possibili epiloghi della vicenda.

Fino a un finale sarcasticamente liberatorio, in cui è il maschio ad avere la peggio: l’ultimo ostacolo da rimuovere per poter finalmente accettare l’inevitabile. E poter (ri)cominciare a vivere.

Davide Sette
Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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