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Festa del Cinema di Roma

Incontrando Ivan Cotroneo e l’intero cast de “La Kryptonite nella Borsa”

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Questa mattina all’interno dello Spazio Lancia abbiamo incontrato il regista e l’intero cast de La Kryptonite nella Borsa, primo lungometraggio alla regia di Ivan Cotroneo, presentato in Concorso nella Selezione Ufficiale al Festival Internazionale del Film di Roma. Gli attori, Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Fabrizio Gifuni, Luigi Catani, insieme al cineasta romano hanno avuto modo di parlare liberamente del film entrando negli aspetti più intimi del set e di quei giorni di lavorazione vissuti insieme nella Napoli ricreata ai tempi degli anni ’70. Il film, fortemente voluto dai due produttori  Nicola Giuliano e Francesca Cima della Indigo Film, uscirà il prossimo venerdì 4 novembre e sarà distribuito il 130 copie in tutta italia.

Riguardo allo sguardo sulla donna, Ivan, hai voluto dare molta attenzione a tutto il non detto, a quello che le donne si vergognano di esprimere. Come mai questo concentrarsi sulla femminilità?

Ivan Cotroneo: Ho sempre avuto a cuore questo argomento, nel film Lucia Ragni, Cristiana Capotondi ed ovviamente Valeria Golino, rappresentano tre diverse generazioni di donne, con i loro pregi, i loro difetti ed i loro sogni. Questa attenzione da un lato è scaturita quindi da un mio pallino pregresso, dall’altro, dal fatto che ho scritto la sceneggiatura insieme a Monica Rametta ed a Ludovica Rampolli, due sceneggiatrici che avevano ben chiaro dove volevano far arrivare i tre personaggi, in particolare quelli femminili e questa era una delle nostre mire, volevamo mettere in scena proprio questo aspetto.

E voi attori, come avete lavorato sui vostri personaggi?

Valeria Golino: Io lavoro poco e solo con le persone che stimo ed a cui voglio bene come nel caso di Ivan. Se dovessi dire qualcosa su questo personaggio, dico di essermi sentita molto protetta e ben voluta e questo mi ha dato la possibilità di liberarmi dalle preoccupazioni più estetiche su di esso, i fronzoli. Non ho dovuto pensare a questo perché sapevo sarebbe stato lo sguardo del regista ad abbellirmi. È stato bello lavorare in questo gruppo che mi ha dato molta attenzione. Mi sono sentita veramente a casa, come l’essere in una situazione intima e familiare. Sono stata contenta e dispiaciuta quando lo era il personaggio, mi sono fortemente immedesimato in esso.

Luca Zingaretti: Io vorrei legarmi a quello che diceva Valeria sull’atmosfera che si respirava sul set di questo film perché è stata un’esperienza oltre che professionale anche umana molto bella. È raro trovare una sceneggiatura in cui i personaggi vengono descritti così accuratamente, ognuno di essi ha un suo percorso , una sua presentazione ed una sua chiusura, questo dà il senso di realtà che serve all’attore per impossessarsi al personaggio. Ivan inoltre ha una grande capacità nell’ascolto dell’attore che mette in scena, questa è una cosa molto importante per noi perché ci ha dato l’impressione di essere parte di un progetto. Per quanto riguarda il mio personaggio, la cosa che mi ha divertito è vedere un uomo degli anni ‘70 così ben fotografato. Una società che non era ancora politically correct, vedere come eravamo, e insomma, siamo sopravvissuti ed eccoci qua, forse ora abbiamo qualcosa in più.

Cristiana Capotondi: Devo necessariamente unirmi a Valeria e Luca, il clima sul set è stato talmente familiare e amorevole che io e Picchio (Libero De Rienzo) non abbiamo avuto alcun problema anche nelle scene più difficili. Ogni suo personaggio ha il suo percorso evolutivo, il mio parte da una dimensione di divertimento ma poi si riunisce a quel filo matriarcale che tanto caratterizza le nostre famiglie. Il mio personaggio esce fuori più disinibito rispetto agli altri ma poi quando affronta le cose più serie ha la capacità di entrare in profondità nei problemi. Ha questo modo anche estetico con cui abbiamo giocato anche con costumista e truccatrici, io ho solamente cercato di parlare bene il napoletano.

Libero De Rienzo: Normalmente la paura mi ha sempre aiutato a lavorare bene, in questo caso non ce n’era, tranne che nel momento della danza, lì sì, ho avuto tanta paura.

Fabrizio Gifuni: Tante  cose già sono state dette. Oltre ad unirmi a tutto quello che hanno detto i miei colleghi, io in realtà sono stato sul set in una bolla sospesa per tre giorni in un unico ambiente ed anche io sono stato veramente molto sorpreso dalla tranquillità di ivan e questo è moltissimo perché riesce a trasmettere a tutte le componenti del set una tranquillità insolita. Oramai questi appuntamenti periodici che ho con Valeria sono abituali, ora sono diventato lo psicanalista, mancava, dopo tutti i nostri lavori insieme  è stata forse una liberazione fare la parte dell’analista.

Luigi Catani: Io me lo sono sentito dentro il personaggio (Peppino). In verità è stato Ivan a raccontarmi Peppino e ad aiutarmi. Mi è stato vicino quando sono andato a fare il primo provino, fin da qual momento ho sentito mio il personaggio.

Ivan, perché hai voluto affrontare proprio  gli anni ‘70?

Ivan Cotroneo : Lo sguardo del bambino è una cosa che mi affascina da sempre, per scrivere io mi sono rifatto al mio sguardo da bambino che avevo negli anni ‘70, mi sembravano interessanti per altro, la prima metà degli anni ‘70 nel napoletano, sono degli anni abbastanza modesti, non c’era ricchezza nei negozi o nelle case e c’era però allo stesso tempo una grande allegria e nessuna particolare barriera sociale, non c’erano degli status che segnavano delle differenze. Volevo riportare in vita quegli anni lì ma non in maniera nostalgica, non è presentato come un ricordo di qualcuno. Volevo rappresentare un film negli anni 70 come se la realtà fosse quella, quindi la difficoltà per me era cercare di fare una realtà negli anni 70 non pop, non nostalgica e quegli anni per la donna, per la costituzione della famiglia mi sembravano importanti. Il personaggio di Luca è un padre normalmente presente in quegli anni, anche affettuoso ma non ha gli strumenti che abbiamo noi oggi. Gli stessi zii che portano in giro Peppino a fare esperienze possibilmente dannose, comunque gli vogliono bene, su questo mi sono focalizzato.

Luca Zingaretti: Non c’è dubbio che noi stiamo vivendo in maniera migliore rispetto a quegli anni là ma mi è venuta da rimpiangere due cose, la prima è il borsello, pensate la comodità, non si poteva vedere, una bruttezza ma se si esclude il lato estetico era di una comodità.. ma l’altra cosa è la dimensione della lotta per i propri desideri. Ora come ora non facciamo neanche in tempo a lottare per un sogno che già lo otteniamo. Nel film i personaggi lottano per raggiungere il proprio futuro, con l’intento di renderlo migliore. Oggi effettivamente questa nostra capacità dura un po’ meno. Ecco se devo essere nostalgico lo sono verso questo aspetto.

Valeria Golino: Eravamo giovani, piccoli. Abbiamo più o meno la stessa età, Ivan ed io e abbiamo quindi lo stesso tipo di ricordi. Parte degli anni ‘70, avevo 6-7 anni ero in Grecia, erano veramente su un altro pianeta, in pochissimi anni sono successe tante cose, quello di cui parlava Luca quella specie di allegria, quell’aspetto non pedagogico, c’è secondo me va al di là della casta sociale, nel senso che non è che la piccola o la media borghesia avevano diversi modi, secondo me anche i più colti potevano avere la mancanza di strumenti per essere dei padri che ha il nostro papà nel film. In quel periodo c’era proprio un modo di vivere l0infnazia che era molto diversa. Quando vedo i genitori di oggi sono da una parte sbigottiti, dall’altro mi fanno capire che oggi c’è molta più attenzione verso l’essere bambino, io invece mi ricordo di grandi momenti di solitudine e di noia ma non vuol dire che non mi sono sentita amata dai miei genitori ma era proprio un modo diverso di trattare i bambini ma quello ti dava l’opportunità di annoiarti e fare cose che oggi neanche immagineresti avere il tempo di fare. Credo che sia quasi un privilegio di essere nata negli anni 70, come quello di essere nata al sud.

Libero De Rienzo: Io c’ero, anzi la vicenda mi appartiene anche particolarmente. La cosa più forte di tutte sono state una serie di memorie olfattive nel senso che la città profuma puzza ancora come quando c’ero io nella mia infanzia. È stata fatta una ricostruzione molto attenta di scenografia e costumi e questo ci ha dato modo di essere il più naturali possibili.

Cristiana Capotondi: Io non c’ero e sono stata una bambina anni 80 purtroppo, con fiocco tra i capelli e vestito abbinato e questo lo recrimino ancora a mia madre. Negli anni 70 erano lasciati al gioco improvvisato, era una cosa positiva, anche negli anni 80 lo spazio era lasciato alla creatività, ora purtroppo non è più così, con videogiochi ed apparecchi che ti privano di qualsiasi stimolo creativo.

Fabrizio Gifuni: Questo ha di buono il cinema o il teatro, cioè quello di tentare con pazienzax di ricostruire il nostro passato. Io sono convinto sempre di più che niente di tutto quello che accade oggi sia comprensibile senza uno sguardo costante sul nostro passato anche perché uno degli obbiettivi degli ultimi decenni è stato proprio quello di cancellare la memoria del nostro paese per avere la possibilità senza di essa di fare tutto ed il contrario di tutto, per questo il cinema ed il teatro danno molto spesso fastidio al potere, perché ci ricordano il passato e ci fanno rendere conto di come sia stato possibile sprofondare in questo presente. Una cosa che per me è molto forte è la differenza siderale che c’è nel rapporto con i corpi, i corpi che adesso abitano il nostro paese, sono lontani anni luce da quelli lì, sempre corpi nuovi, rifatti che allontanano l’idea di morte e vecchiaia. Ricordarci quanto quei corpi non si curavano di rimuovere l’idea della morte, della vecchiaia e non inseguivano l’idea di perfezione imposta dalla società dei consumi che già negli anni 70 era presente ma che sicuramente oggi controlla con molta più ingerenza le nostre abitudini. Non voglio farsi ricordare più come eravamo, per questo mi sembra importante che gli anni 70 siano protagonisti di questo film.

Ivan, il discorso finale sulla diversità che viene fatto sul tetto di quell’edificio, l’hai messo lì, alla fine, è quasi vagamente inatteso ma ne capiamo l’importanza. È una scelta tua precisa di accompagnare lo spettatore attraverso il clima goliardico fino alla fine per poi farlo riflettere?

Ivan Cotroneo: Per me era molto importante che il film finisse con quel discorso, quando l’abbiamo messo insieme con le sceneggiatrici ci spaventava molto. Superman, quando parla della diversità e dell’importanza mista alla fatica di esserlo, lo dice cercando di rispettare il tono del film, dando fastidio al bambino che a quell’età vorrebbe solo essere normale, però era importante per me in quel mo,mento perché era una conclusione che si andava ad inserire nel computo di altre conclusioni nel film, questo per me è un film sulla ricerca della felicità ed attraverso delle esperienze dolorose, sogni infranti, i personaggi continuano ad inseguire la propria felicità, la felicità è possibile ma non è una passeggiata, è faticosa ed alla fine quando il protagonista dichiara di essere pronto, lo dichiara consapevole della fatica che dovrà affrontare.

Gennaro, Superman ha paura soltanto della Kryptonite. Voi, di cosa avete paura?

Ivan Cotroneo: Ho paura di far male alle persone alle quali voglio bene, questa è la mia più grande paura.

Valeria Golino: Io ho paura che le persone alle quali voglio bene mi facciano male

Luca Zingaretti: Io veramente non saprei scegliere tra tutte le paure.. ho due paure sostanziali, una è quella di dimenticare le cose belle che mi sono successe nel passato e che spesso mi capita purtroppo. L’altra è quella di sprecare del tempo, penso che la vita sia meravigliosa e spesso e volentieri capita a tutti di sprecarla in svariate occasioni, io dalla mattina cerco di godermi la giornata che ho davanti.

Cristiana Capotondi: La mia paura più grande è sempre quella di non aver capito il senso della vita, il perché siamo qua, al di là di ogni morale o religione. Mi piacerebbe riuscire ad essere quella che sarei stata al di là dell’essere nata in una famiglia cattolica e con questi valore, la mia persona a prescindere da tutto.

Libero De Rienzo: io sono terrorizzato dalle conferenza stampa e da queste domande!

Fabrizio Gifuni: Dalla morte al senso della vita. Le abbiamo dette tutte, che altro ci sta? L’indifferenza forse, voto per questa come cosa che mi terrorizza.

Ivan Cotroneo: Luigi non ha avuto paura sul set, è la prima volta che veniva su un set, è la sua prima conferenza stampa.. è veramente un bambino coraggioso. Sul set non ha avuto paura di nulla, s’è lanciato e non ha avuto esitazioni. In tutto questo siccome gli sono stato molto vicino, pensavo dicesse voglio essere un regista ma in realtà ha risposto che vuole diventare direttore della fotografia, evidentemente luca bigazzi ha avuto il suo effetto. Io volevo ringraziare anche i due produttori, questo film nasce da una loro idea che hanno letto il libro e mi hanno proposto la trasposizione. Gli ho fatto una testa così su quello che avrebbe dovuto e non dovuto fare questo ipotetico regista ed allora loro hanno proposto a me di fare la regia. È partito, è stato messo in piedi per cui ho avuto una lunga preparazione per affrontare tutto.

Progetti futuri?

Ivan Cotroneo: non ho un progetto futuro, questo dice molto della situazione di questo paese e del cinema

Luigi Catani: studiare.

Valeria Golino: Io sto in teoria preparando questo film da regista, questo lungometraggio ma credo che prima farò il film di Maria Sole Tognazzi (“Il Viaggio Sola”, commedia romantica sofisticata) scritto da Cotroneo e Francesca Mocciano che invece ha scritto il mio film (che ancora non ha titolo), quindi ce la cantiamo e ce la suoniamo, siamo sempre noi e questo mi mette allegria. C’è come un senso di appartenenza tra le persone che hanno un certo senso del cinema, siamo diventati senza accorgersene un gruppo. 

Luca Zingaretti: Non c’ho tanta voglia di parlare dei miei programmi futuri perché oramai è sempre tutto altalenante, non posso sbilanciarmi, diciamo che ho delle cose in ballo, speriamo si concretizzino, sono molto belle, quindi speriamo vadano avanti. Siccome sono tre anni che porto avanti la lettura di Tomasi da Lampedusa, m’è tornata la voglia di tornare a fare teatro, ho comprato i diritti per trasporli e se riusciamo ad andare in porto l’hanno prossimo proverò a fare questa regia teatrale

Cristiana Capotondi: Adesso abbiamo un tour che ci aspetta, portare La Kryptonite in giro per l’Italia, questo è il primo progetto ora.

Libero De Rienzo: Di sicuro finalmente sembra che ho trovato una famiglia cinematografica nella quale sto bene, qui in sala ci sono delle persone con le quali vorrei continuare a lavorare in futuro.

 

 

 

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Maledetta Primavera | Tramonto di un’estate anni Ottanta

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Inserito nella sezione Riflessi della 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Maledetta primavera narra le vicende di Nina (la bravissima e convincente Emma Fasano) e della sua famiglia, durante una fase di ricerca di nuovi equilibri, a ridosso di un’estate sul finire.

Maledetta primavera | Elisa Amoruso parla di amore, famiglia, estate

Prendendo in prestito la celebre canzone di Loretta Goggi, Elisa Amoruso confeziona un’opera semplice, delicata, incantevole. E la dedica alla sua famiglia, spunto principale per dare vita ai suoi personaggi.

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Micaela Ramazzotti in una scena del film.

Dopo il discusso documentario Ferragni, Unposted, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, la regista originaria di Roma, classe 1981, porta sullo schermo un trio di giovanissimi, composta da un fratello (Federico Ielapi), una sorella maggiore e la sua amica. Viene così a innescarsi un doppio binario su cui la pellicola scivola via, mentre sullo sfondo si consumano le vicende degli adulti.

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Al centro di Maledetta primavera c’è soprattutto Nina. Da una parte il rapporto con il fratello minore, che tenta di proteggere e crescere a modo suo, con le sue possibilità (essendo comunque una ragazzina); dall’altra il legame con Sirley (Manon Bresch), nato con un iniziale litigio e poi sbocciato in qualcosa di più di una semplice amicizia.

Lo sguardo adolescenziale accompagna lo spettatore

Attraverso lo sguardo della giovane protagonista veniamo in contatto con la sua realtà, che non ha nulla di particolare o speciale, se non che è la sua. L’esistenza è uno snodo cruciale soprattutto all’età in cui si trovano Nina e Sirley, in piena fase adolescenziale e alle prese con situazioni familiari non proprio stabili.

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Emma Fasano e Manon Bresch in una scena del film.

Maledetta primavera si sviluppa nell’arco di qualche giorno di settembre, tra l’inizio della scuola e le ultime puntate al mare. Il mood è quello classico degli anni Ottanta. E ciò appare evidente non solo dai dettagli che compongono la cornice, quanto dal respiro che possiede la storia. Sembra di tornare indietro nel tempo ed è un piacere per gli occhi, la mente, il cuore.

Il ritorno agli anni Ottanta

Nel momento in cui partono le note della canzone da cui il titolo del film – durante una delle scene più belle e toccanti – viene automatico mettersi a cantare insieme ai protagonisti. Una serie di sensazioni ci attraversano, dalla gioia alla malinconia, dal rimpianto al ricordo. E così si innesca anche un legame con le figure dentro lo schermo, in maniera naturale e crescente.

Bravissimi e concreti, gli attori della pellicola rappresentano il valore aggiunto. La Amoruso sa come valorizzare loro e ciò che hanno a disposizione. Non a caso Micaela Ramazzotti esibisce una delle sue migliori performance. Lo sguardo della macchina da presa rende la poesia contenuta nei piccoli gesti, lo sbocciare della bellezza in un periodo di scoperte quale è l’adolescenza.

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Sebbene non riservi grosse sorprese e anzi appaia abbastanza lineare, il progetto affronta questioni importanti e sfaccettate, con una sensibilità e un’onestà di fondo più che apprezzabili.

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Ammonite | Alla Festa del Cinema di Roma l’atteso titolo che non convince

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Ammonite è la storia di Mary Anning (Kate Winslet), paleontologa britannica molto rinomata ma poco considerata nel mondo scientifico, popolato e governato da soli uomini. Da quando poi si dedica alla madre, ormai anziana, non ha più molti stimoli. Quando irrompono nel suo negozio i coniugi Murchinson (James McArdle e Saoirse Ronan), la sua routine cambierà irrevocabilmente.

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La pellicola diretta da Francis Lee è stata presentata alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, oltre che al Toronto Film Festival, ed è vagamente ispirata alla reale figura della Anning, vissuta tra la fine del Settecento e metà Ottocento.

Ammonite | Storie di solitudini che si incontrano e si incrociano nella prima metà dell’Ottocento

Mary e Charlotte sono donne estremamente sole. Nessuna delle due per propria scelta, ma perché i casi della vita a volte sanno essere molto duri. La prima soffre ancora a causa di un rifiuto risalente a un periodo passato; la seconda vorrebbe tornare a provare una qualche emozione, ma il lutto che l’ha colpita e l’uomo alla quale è sposata non glielo permettono.

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Kate Winslet e Saoirse Ronan in una scena del film.

Ecco allora che dall’incontro cambia qualcosa per entrambe, un meccanismo a lungo inceppato si sblocca, scatta una strana e inaspettata scintilla. Il tutto avviene in maniera sin troppo lento e graduale, tanto che per buona parte della pellicola si avverte la sensazione di essere in una sorta di limbo. Se non che, nel momento clou, i sensi esplodono e nulla sarà più come prima.

Tra attrazione e sofferenze, i sentimenti travolgono come un fume in piena

Il sentimento travolge le protagoniste come un fiume in piena, eppure, ad eccezione di alcune scene alquanto spinte, non arriva a toccare lo spettatore. Si resta estranei a quanto accade sullo schermo, poco partecipi delle vicende che ivi prendono forma. Probabilmente si deve anche alla costruzione di queste due figure non proprio coinvolgenti.

Mary è chiusa nel suo dolore e nella sua routine, di cui sembra essersi fatta lei stessa schiava; Charlotte all’opposto appare talvolta incomprensibilmente “su di giri”. Manca quindi un appiglio forte e solido per far sì che scatti una qualche forma di attrazione o interesse alla storia.

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Saoirse Ronan e Kate Winslet in una scena del film.

Eppure le basi per una buona riuscita il progetto le dimostrava tutte. Ammonite risulta invece un melodramma in costume dei più banali, monotoni, pesanti. La lunghezza della pellicola (118 minuti) non aiuta la fruizione, sebbene sia forse necessaria al tipo di sviluppo prescelto per la narrazione.

Nonostante le premesse, Ammonite non convince

La Winslet e la Ronan hanno senza dubbio dato prove migliori nel corso della loro carriera, ma il problema sta nella sceneggiatura e non nelle loro interpretazioni. Entrambe svolgono il compito a loro assegnato come sanno fare, ma non è sufficiente.

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Sia però chiaro che il progetto ha delle potenzialità intrinseche, e chiunque riuscisse a trovare un aggancio di qualsivoglia tipo potrebbe anche ricavarne del piacere. A livello stilistico, visivo, per esempio, il film è più che notevole. Ciò in cui è carente è purtroppo il contenuto. Ed è una grave mancanza.

L’unica scena davvero di impatto è forse quella di chiusura, dentro la quale tutti gli elementi convergono a trasmettere un’emozione.

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The Courier | Dal Sundance alla Festa del Cinema di Roma il nuovo film con Benedict Cumberbatch

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Presentato nella Selezione Ufficiale della 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Courier è il nuovo film con Benedict Cumberbatch. L’attore celebre per aver interpretato Sherlock Holmes nella serie targata BBC, veste qui i panni di Greville Wynne, un uomo d’affari britannico, che venne reclutato durante il periodo della Guerra Fredda per fare da tramite con una preziosa fonte dell’Unione Sovietica, Oleg Penkovsky (Merab Ninidze).

Dietro la macchina da presa il londinese Dominc Cooke, che ritrova Cumberbatch sul set dopo averlo diretto nella miniserie The Hollow Crown.

The Courier | Dai grandi classici del passato un’opera debitrice al mood di un’epoca e al coraggio di uomini straordinari

The Courier esibisce e sfrutta il suo impianto classico per far emergere al massimo la portata della storia. Ed è una scelta che ripaga. La pellicola riporta alla mente alcuni grandi classici degli anni Settanta – vedi per esempio La conversazione di Francis Frod Coppola – e si nutre di quell’aplomb, permettendo allo spettatore di goderne una volta ancora.

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Va altresì riconosciuta l’oculatezza nel non tradire lo spirito del racconto e dei sui protagonisti. Sono infatti loro a guidare e canalizzare i nostri sguardi, le nostre reazioni emotive e le riflessioni che al termine della visione prenderanno forma.

In tal senso la bravura degli interpreti – Cumberbatch e Ninidze – si rivela imprescindibile. Incarnando alla perfezione i rispettivi ruoli e svestendosi completamente di qualsiasi presunzione, i due attori portano sullo schermo una realtà potente e tangibile. Che si tratti di un preciso momento storico piuttosto che di un altro, poco conta, perché alla base di tutto sembra esserci un’altra volontà: raccontare il lato umano.

Uomini cruciali alla scoperta di nuovi importanti legami sullo sfondo della Guerra Fredda

Al di là della loro importanza a livello politico e della loro determinazione nel cambiare le sorti dell’umanità, gli uomini e le donne al centro delle vicende hanno avuto delle vite, dei legami, delle ambizioni, dei desideri. La forza, e probabilmente anche l’originalità, di The Courier vanno rintracciate proprio da questo punto di vista. Assistiamo alla nascita e allo sviluppo di un’amicizia incredibile, rara, profonda.

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Merab Ninidze e Benedict Cumberbatch in una scena del film.

Il sacrificio e l’abnegazione fanno parte di simili figure, così come il bisogno di coltivare degli affetti, di avere uno scopo e di non tradire se stessi. Greville compie un percorso che lo porta a scoprire e scoprirsi una persona nuova, inaspettata, ammirevole. Sono ovviamente fondamentali in tal senso gli incontri e i viaggi, ai quali si deve anche un’osservazione più ampia sullo scenario storico, politico, sociale e culturale dell’epoca.

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The Courier prende ispirazione da vicende realmente accadute ed è stato presentato al Sundance Film Festival. Nel cast figurano anche l’apprezzatissima protagonista de La fantastica signora Maisel, Rachel Brosnahan, nel ruolo di un’agente della CIA, Emily Donovan, e la bravissima (seppur meno nota) Jessie Buckley di Fargo e Chernobyl, in quello della moglie di Wynne.

Un’ultima annotazione positiva agli ottimi contributi della colonna sonora (a cura di Abel Korzeniowski) e della fotografia di Sean Bobbitt.

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