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Festa del Cinema di Roma

Incontrando Ivan Cotroneo e l’intero cast de “La Kryptonite nella Borsa”

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Questa mattina all’interno dello Spazio Lancia abbiamo incontrato il regista e l’intero cast de La Kryptonite nella Borsa, primo lungometraggio alla regia di Ivan Cotroneo, presentato in Concorso nella Selezione Ufficiale al Festival Internazionale del Film di Roma. Gli attori, Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Fabrizio Gifuni, Luigi Catani, insieme al cineasta romano hanno avuto modo di parlare liberamente del film entrando negli aspetti più intimi del set e di quei giorni di lavorazione vissuti insieme nella Napoli ricreata ai tempi degli anni ’70. Il film, fortemente voluto dai due produttori  Nicola Giuliano e Francesca Cima della Indigo Film, uscirà il prossimo venerdì 4 novembre e sarà distribuito il 130 copie in tutta italia.

Riguardo allo sguardo sulla donna, Ivan, hai voluto dare molta attenzione a tutto il non detto, a quello che le donne si vergognano di esprimere. Come mai questo concentrarsi sulla femminilità?

Ivan Cotroneo: Ho sempre avuto a cuore questo argomento, nel film Lucia Ragni, Cristiana Capotondi ed ovviamente Valeria Golino, rappresentano tre diverse generazioni di donne, con i loro pregi, i loro difetti ed i loro sogni. Questa attenzione da un lato è scaturita quindi da un mio pallino pregresso, dall’altro, dal fatto che ho scritto la sceneggiatura insieme a Monica Rametta ed a Ludovica Rampolli, due sceneggiatrici che avevano ben chiaro dove volevano far arrivare i tre personaggi, in particolare quelli femminili e questa era una delle nostre mire, volevamo mettere in scena proprio questo aspetto.

E voi attori, come avete lavorato sui vostri personaggi?

Valeria Golino: Io lavoro poco e solo con le persone che stimo ed a cui voglio bene come nel caso di Ivan. Se dovessi dire qualcosa su questo personaggio, dico di essermi sentita molto protetta e ben voluta e questo mi ha dato la possibilità di liberarmi dalle preoccupazioni più estetiche su di esso, i fronzoli. Non ho dovuto pensare a questo perché sapevo sarebbe stato lo sguardo del regista ad abbellirmi. È stato bello lavorare in questo gruppo che mi ha dato molta attenzione. Mi sono sentita veramente a casa, come l’essere in una situazione intima e familiare. Sono stata contenta e dispiaciuta quando lo era il personaggio, mi sono fortemente immedesimato in esso.

Luca Zingaretti: Io vorrei legarmi a quello che diceva Valeria sull’atmosfera che si respirava sul set di questo film perché è stata un’esperienza oltre che professionale anche umana molto bella. È raro trovare una sceneggiatura in cui i personaggi vengono descritti così accuratamente, ognuno di essi ha un suo percorso , una sua presentazione ed una sua chiusura, questo dà il senso di realtà che serve all’attore per impossessarsi al personaggio. Ivan inoltre ha una grande capacità nell’ascolto dell’attore che mette in scena, questa è una cosa molto importante per noi perché ci ha dato l’impressione di essere parte di un progetto. Per quanto riguarda il mio personaggio, la cosa che mi ha divertito è vedere un uomo degli anni ‘70 così ben fotografato. Una società che non era ancora politically correct, vedere come eravamo, e insomma, siamo sopravvissuti ed eccoci qua, forse ora abbiamo qualcosa in più.

Cristiana Capotondi: Devo necessariamente unirmi a Valeria e Luca, il clima sul set è stato talmente familiare e amorevole che io e Picchio (Libero De Rienzo) non abbiamo avuto alcun problema anche nelle scene più difficili. Ogni suo personaggio ha il suo percorso evolutivo, il mio parte da una dimensione di divertimento ma poi si riunisce a quel filo matriarcale che tanto caratterizza le nostre famiglie. Il mio personaggio esce fuori più disinibito rispetto agli altri ma poi quando affronta le cose più serie ha la capacità di entrare in profondità nei problemi. Ha questo modo anche estetico con cui abbiamo giocato anche con costumista e truccatrici, io ho solamente cercato di parlare bene il napoletano.

Libero De Rienzo: Normalmente la paura mi ha sempre aiutato a lavorare bene, in questo caso non ce n’era, tranne che nel momento della danza, lì sì, ho avuto tanta paura.

Fabrizio Gifuni: Tante  cose già sono state dette. Oltre ad unirmi a tutto quello che hanno detto i miei colleghi, io in realtà sono stato sul set in una bolla sospesa per tre giorni in un unico ambiente ed anche io sono stato veramente molto sorpreso dalla tranquillità di ivan e questo è moltissimo perché riesce a trasmettere a tutte le componenti del set una tranquillità insolita. Oramai questi appuntamenti periodici che ho con Valeria sono abituali, ora sono diventato lo psicanalista, mancava, dopo tutti i nostri lavori insieme  è stata forse una liberazione fare la parte dell’analista.

Luigi Catani: Io me lo sono sentito dentro il personaggio (Peppino). In verità è stato Ivan a raccontarmi Peppino e ad aiutarmi. Mi è stato vicino quando sono andato a fare il primo provino, fin da qual momento ho sentito mio il personaggio.

Ivan, perché hai voluto affrontare proprio  gli anni ‘70?

Ivan Cotroneo : Lo sguardo del bambino è una cosa che mi affascina da sempre, per scrivere io mi sono rifatto al mio sguardo da bambino che avevo negli anni ‘70, mi sembravano interessanti per altro, la prima metà degli anni ‘70 nel napoletano, sono degli anni abbastanza modesti, non c’era ricchezza nei negozi o nelle case e c’era però allo stesso tempo una grande allegria e nessuna particolare barriera sociale, non c’erano degli status che segnavano delle differenze. Volevo riportare in vita quegli anni lì ma non in maniera nostalgica, non è presentato come un ricordo di qualcuno. Volevo rappresentare un film negli anni 70 come se la realtà fosse quella, quindi la difficoltà per me era cercare di fare una realtà negli anni 70 non pop, non nostalgica e quegli anni per la donna, per la costituzione della famiglia mi sembravano importanti. Il personaggio di Luca è un padre normalmente presente in quegli anni, anche affettuoso ma non ha gli strumenti che abbiamo noi oggi. Gli stessi zii che portano in giro Peppino a fare esperienze possibilmente dannose, comunque gli vogliono bene, su questo mi sono focalizzato.

Luca Zingaretti: Non c’è dubbio che noi stiamo vivendo in maniera migliore rispetto a quegli anni là ma mi è venuta da rimpiangere due cose, la prima è il borsello, pensate la comodità, non si poteva vedere, una bruttezza ma se si esclude il lato estetico era di una comodità.. ma l’altra cosa è la dimensione della lotta per i propri desideri. Ora come ora non facciamo neanche in tempo a lottare per un sogno che già lo otteniamo. Nel film i personaggi lottano per raggiungere il proprio futuro, con l’intento di renderlo migliore. Oggi effettivamente questa nostra capacità dura un po’ meno. Ecco se devo essere nostalgico lo sono verso questo aspetto.

Valeria Golino: Eravamo giovani, piccoli. Abbiamo più o meno la stessa età, Ivan ed io e abbiamo quindi lo stesso tipo di ricordi. Parte degli anni ‘70, avevo 6-7 anni ero in Grecia, erano veramente su un altro pianeta, in pochissimi anni sono successe tante cose, quello di cui parlava Luca quella specie di allegria, quell’aspetto non pedagogico, c’è secondo me va al di là della casta sociale, nel senso che non è che la piccola o la media borghesia avevano diversi modi, secondo me anche i più colti potevano avere la mancanza di strumenti per essere dei padri che ha il nostro papà nel film. In quel periodo c’era proprio un modo di vivere l0infnazia che era molto diversa. Quando vedo i genitori di oggi sono da una parte sbigottiti, dall’altro mi fanno capire che oggi c’è molta più attenzione verso l’essere bambino, io invece mi ricordo di grandi momenti di solitudine e di noia ma non vuol dire che non mi sono sentita amata dai miei genitori ma era proprio un modo diverso di trattare i bambini ma quello ti dava l’opportunità di annoiarti e fare cose che oggi neanche immagineresti avere il tempo di fare. Credo che sia quasi un privilegio di essere nata negli anni 70, come quello di essere nata al sud.

Libero De Rienzo: Io c’ero, anzi la vicenda mi appartiene anche particolarmente. La cosa più forte di tutte sono state una serie di memorie olfattive nel senso che la città profuma puzza ancora come quando c’ero io nella mia infanzia. È stata fatta una ricostruzione molto attenta di scenografia e costumi e questo ci ha dato modo di essere il più naturali possibili.

Cristiana Capotondi: Io non c’ero e sono stata una bambina anni 80 purtroppo, con fiocco tra i capelli e vestito abbinato e questo lo recrimino ancora a mia madre. Negli anni 70 erano lasciati al gioco improvvisato, era una cosa positiva, anche negli anni 80 lo spazio era lasciato alla creatività, ora purtroppo non è più così, con videogiochi ed apparecchi che ti privano di qualsiasi stimolo creativo.

Fabrizio Gifuni: Questo ha di buono il cinema o il teatro, cioè quello di tentare con pazienzax di ricostruire il nostro passato. Io sono convinto sempre di più che niente di tutto quello che accade oggi sia comprensibile senza uno sguardo costante sul nostro passato anche perché uno degli obbiettivi degli ultimi decenni è stato proprio quello di cancellare la memoria del nostro paese per avere la possibilità senza di essa di fare tutto ed il contrario di tutto, per questo il cinema ed il teatro danno molto spesso fastidio al potere, perché ci ricordano il passato e ci fanno rendere conto di come sia stato possibile sprofondare in questo presente. Una cosa che per me è molto forte è la differenza siderale che c’è nel rapporto con i corpi, i corpi che adesso abitano il nostro paese, sono lontani anni luce da quelli lì, sempre corpi nuovi, rifatti che allontanano l’idea di morte e vecchiaia. Ricordarci quanto quei corpi non si curavano di rimuovere l’idea della morte, della vecchiaia e non inseguivano l’idea di perfezione imposta dalla società dei consumi che già negli anni 70 era presente ma che sicuramente oggi controlla con molta più ingerenza le nostre abitudini. Non voglio farsi ricordare più come eravamo, per questo mi sembra importante che gli anni 70 siano protagonisti di questo film.

Ivan, il discorso finale sulla diversità che viene fatto sul tetto di quell’edificio, l’hai messo lì, alla fine, è quasi vagamente inatteso ma ne capiamo l’importanza. È una scelta tua precisa di accompagnare lo spettatore attraverso il clima goliardico fino alla fine per poi farlo riflettere?

Ivan Cotroneo: Per me era molto importante che il film finisse con quel discorso, quando l’abbiamo messo insieme con le sceneggiatrici ci spaventava molto. Superman, quando parla della diversità e dell’importanza mista alla fatica di esserlo, lo dice cercando di rispettare il tono del film, dando fastidio al bambino che a quell’età vorrebbe solo essere normale, però era importante per me in quel mo,mento perché era una conclusione che si andava ad inserire nel computo di altre conclusioni nel film, questo per me è un film sulla ricerca della felicità ed attraverso delle esperienze dolorose, sogni infranti, i personaggi continuano ad inseguire la propria felicità, la felicità è possibile ma non è una passeggiata, è faticosa ed alla fine quando il protagonista dichiara di essere pronto, lo dichiara consapevole della fatica che dovrà affrontare.

Gennaro, Superman ha paura soltanto della Kryptonite. Voi, di cosa avete paura?

Ivan Cotroneo: Ho paura di far male alle persone alle quali voglio bene, questa è la mia più grande paura.

Valeria Golino: Io ho paura che le persone alle quali voglio bene mi facciano male

Luca Zingaretti: Io veramente non saprei scegliere tra tutte le paure.. ho due paure sostanziali, una è quella di dimenticare le cose belle che mi sono successe nel passato e che spesso mi capita purtroppo. L’altra è quella di sprecare del tempo, penso che la vita sia meravigliosa e spesso e volentieri capita a tutti di sprecarla in svariate occasioni, io dalla mattina cerco di godermi la giornata che ho davanti.

Cristiana Capotondi: La mia paura più grande è sempre quella di non aver capito il senso della vita, il perché siamo qua, al di là di ogni morale o religione. Mi piacerebbe riuscire ad essere quella che sarei stata al di là dell’essere nata in una famiglia cattolica e con questi valore, la mia persona a prescindere da tutto.

Libero De Rienzo: io sono terrorizzato dalle conferenza stampa e da queste domande!

Fabrizio Gifuni: Dalla morte al senso della vita. Le abbiamo dette tutte, che altro ci sta? L’indifferenza forse, voto per questa come cosa che mi terrorizza.

Ivan Cotroneo: Luigi non ha avuto paura sul set, è la prima volta che veniva su un set, è la sua prima conferenza stampa.. è veramente un bambino coraggioso. Sul set non ha avuto paura di nulla, s’è lanciato e non ha avuto esitazioni. In tutto questo siccome gli sono stato molto vicino, pensavo dicesse voglio essere un regista ma in realtà ha risposto che vuole diventare direttore della fotografia, evidentemente luca bigazzi ha avuto il suo effetto. Io volevo ringraziare anche i due produttori, questo film nasce da una loro idea che hanno letto il libro e mi hanno proposto la trasposizione. Gli ho fatto una testa così su quello che avrebbe dovuto e non dovuto fare questo ipotetico regista ed allora loro hanno proposto a me di fare la regia. È partito, è stato messo in piedi per cui ho avuto una lunga preparazione per affrontare tutto.

Progetti futuri?

Ivan Cotroneo: non ho un progetto futuro, questo dice molto della situazione di questo paese e del cinema

Luigi Catani: studiare.

Valeria Golino: Io sto in teoria preparando questo film da regista, questo lungometraggio ma credo che prima farò il film di Maria Sole Tognazzi (“Il Viaggio Sola”, commedia romantica sofisticata) scritto da Cotroneo e Francesca Mocciano che invece ha scritto il mio film (che ancora non ha titolo), quindi ce la cantiamo e ce la suoniamo, siamo sempre noi e questo mi mette allegria. C’è come un senso di appartenenza tra le persone che hanno un certo senso del cinema, siamo diventati senza accorgersene un gruppo. 

Luca Zingaretti: Non c’ho tanta voglia di parlare dei miei programmi futuri perché oramai è sempre tutto altalenante, non posso sbilanciarmi, diciamo che ho delle cose in ballo, speriamo si concretizzino, sono molto belle, quindi speriamo vadano avanti. Siccome sono tre anni che porto avanti la lettura di Tomasi da Lampedusa, m’è tornata la voglia di tornare a fare teatro, ho comprato i diritti per trasporli e se riusciamo ad andare in porto l’hanno prossimo proverò a fare questa regia teatrale

Cristiana Capotondi: Adesso abbiamo un tour che ci aspetta, portare La Kryptonite in giro per l’Italia, questo è il primo progetto ora.

Libero De Rienzo: Di sicuro finalmente sembra che ho trovato una famiglia cinematografica nella quale sto bene, qui in sala ci sono delle persone con le quali vorrei continuare a lavorare in futuro.

 

 

 

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Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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Crazy For Football | la recensione del toccante film con Sergio Castellitto

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Questa mattina è stato presentato durante la Festa del Cinema di Roma 2021, il film Crazy For Football Matti per il calcio diretto da Volfango De Biasi e con protagonista Sergio Castellitto insieme a Antonia Truppo, Lele Vannoli, Angela Fontana, Massimo Ghini e Cecilia Dazzi. Basato su una storia vera, questo lungometraggio è stato un modo per dimostrare quanto le diversità riescano a unire e a cambiare la vita delle persone. Il film prodotto da Rai Fiction e Mad Entertainment sarà trasmesso su Rai Uno il 1° novembre in prima serata.

La trama del film Crazy For Football – Matti per il calcio

Lo psichiatra Saverio Lulli si occupa da anni di decine di pazienti con gravi malattie mentali in un ospedale di Roma. Dopo averli sedati e tranquillizzati, il suo compito è di riabilitarli socialmente e di aiutarli a superare le difficoltà, le fobie e i disturbi ossessivo compulsivi. Affezionato e premuroso con tutti, come fosse il loro papà a prescindere dall’età, Saverio è determinato a realizzare un grande progetto sportivo. Il torneo internazionale di calcio a 5 diventa la sua unica priorità.

Nonostante le porte in faccia ricevute da chi avrebbe dovuto ma soprattutto potuto aiutarlo economicamente, Saverio riesce a trovare un mister per i suoi ragazzi: l’ex campione di calcio Zaccardi, rimasto solo con il suo carlino e fissato con il gioco d’azzardo. Titubante inizialmente, alla fine decide di accettare la proposta dello psichiatra. Dopo aver selezionato i migliori, la Nazionale italiana composta da ragazzi e uomini con problemi mentali e comportamentali è formata.

Saverio però non è solo un dottore, ma anche un uomo separato e alle prese con una figlia adolescente in cerca di attenzioni. Così come accade nelle migliori storie, anche dalle esperienze negative si può ricavare qualcosa di buono, e così lei diventa la social manager della squadra.
Grazie al passaparola, alla disponibilità anche della FGCI, il sogno di realizzare questo Mondiale diventa sempre più reale, fin quando però non accadranno degli eventi che metteranno tutto in discussione.

Leggi anche: Quentin Tarantino a Roma: il futuro del cinema e Kill Bill 3

Leggi anche: Fortunata, la recensione del dramma popolare di Sergio Castellitto

La recensione del film con Sergio Castellitto

Uniti si vince, non solo sul campo ma anche nella vita. Una frase che calza a pennello con la storia raccontata dal regista De Biasi e tratta da una storia vera. Amicizia, sport, problematiche mentali e spirito di sacrificio sono alcuni degli argomenti del film Crazy For Football – Matti per il calcio. Quello che traspare è un profondo senso di naturalezza tra Sergio Castellitto e gli attori che hanno interpretato i ragazzi con disagi mentali per esigenze sceniche. Guardando il suo modo di approcciarsi con loro, dalle piccole cose alle grandi, riesce a far entrare in empatia il pubblico con le storie di tutti i protagonisti.

C’è posto per tutte le emozioni. La commozione nel vedere la fragilità di uomini alti due metri e terrorizzati dalla loro ombra; il dispiacere e la rabbia nel vedere quanto un solo uomo sia stato in grado di smuovere una montagna, dopo essere stato lasciato da solo e ostacolato dal collega De Metris (Massimo Ghini).


E poi, fondamentale per la riuscita del film, il lato divertente della storia affidato all’attore comico Max Tortora, nel ruolo dell’allenatore Zaccardi. Il suo approccio determinato, i discorsi motivazionali e la comprensione nell’andare incontro alle difficoltà di ogni giocatore, lo hanno reso un grande uomo.
La sceneggiatura è molto equilibrata, permettendo al pubblico di emozionarsi ma allo stesso tempo di divertirsi grazie alla battute in romanesco di Tortora.

Il calcio e le attenzioni dello psichiatra e dell’infermiera rimasta sempre al suo fianco per aiutarlo, hanno dimostrato quanto sia fondamentale il lavoro di squadra. Quanto sia importante fargli vivere situazioni di normalità a questi uomini e donne ormai alla deriva sociale. Tenerli fuori dalla società, etichettati con parole come ‘diversi’ o ‘anormali’ non fanno altro che rallentare il loro processo di guarigione.

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Cinema

Quentin Tarantino a Roma: il futuro del cinema e Kill Bill 3

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Questa mattina la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica è stata letteralmente presa d’assalto per la conferenza stampa con Quentin Tarantino.

Il regista pluripremiato verrà premiato con un premio alla carriera durante la sedicesima edizione de La Festa del Cinema di Roma per i suoi molteplici successi cinematografici. Domanda, risate e cordialità hanno reso questo incontro indimenticabile per tutti i presenti in sala. Scopriamo insieme cosa ha dichiarato nel corso dell’incontro.

Quentin Tarantino: tra letteratura e cinema

Partendo dall’uscita del primo libro firmato dal cineasta e dedicato al suo ultimo film C’era una volta a Hollywood, molto apprezzato da critica e pubblico, con tanto di premio Oscar come migliore attore non protagonista per Brad Pitt nel ruolo dello stuntman Cliff Booth, si è parlato del connubio tra letteratura e cinema.

“Le Iene” poteva essere un libro perfetto parlando di crimine. Ho voluto farlo per C’era una volta a Hollywood perché tutto il materiale che avevo a disposizione meritava di essere conosciuto. Se dovesse finire in un genere, sicuramente andrebbe in un ”romanzo su Hollywood’ e non sarebbe male.”

Pensando alle storie raccontate nei suoi film, si è parlato delle polemiche relative alla libertà e alla provocazione mosse dalla stampa nel corso degli anni. Queste sono state le parole di Quentin Tarantino a riguardo: “Credo che sia più difficile esprimersi oggi, ma per farlo bisogna saper credere nei propri principi. Quando ho fatto Pulp Fiction ha attirato critiche positive ma al contempo ci sono stati critici che lo hanno attaccato duramente. Al che mi sono detto: ‘ma che problemi avete? È solo un film divertente sui gangstar.

Poi dopo 10-15 anni, ho riletto quegli articoli e ho ripensato al film, allo spirito del tempo e sul fatto che, anche se le critiche sono state non positive, hanno comunque mosso un interesse. Pulp Fiction ha mosso così tanti commenti perché è stato un lavoro vitale e va sempre accettato tutto. Negli anni ’80 tutto era più permissivo, anche pubblico e stampa. Il film è uscito nel 1988, ma se fosse uscito 4 anni dopo, sicuramente la risposta sarebbe stata diversa”.

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Tarantino a Roma: Il cinema è morto?

Il cinema e il mondo dei contenuti streaming stanno condizionando la fruizione e produzioni cinematografiche, portando (ormai da tempo) la settima arte a soffrire, soprattutto a causa del Covid.
“Considera che ho quando hanno riaperto i cinema, la mia sala New Beverly ha segnato tutto esaurito perché la gente vuole tornare al cinema. Sono consapevole di essere stato fortunato ad aver girato C’era una volta a Hollywood nel 2019, prima che si chiudessero tutte le porte.” E poi riferendosi al possibile sequel di Kill Bill 3 ha risposto: “Chissà che il mio prossimo film non sia questo…”

Il cinema e la scrittura sono due mondi che appartengono la vita di Quentin Tarantino da anni. Parlando della scrittura di Bastardi Senza Gloria (titolo in italiano molto amato dal regista) e C’era una volta a Hollywood, ha dichiarato: “Riscrivere la storia è successo mentre scrivevo la sceneggiatura. Non sapevo come uscirne e allora ho deciso che uccidere Hitler avrebbe rappresentato un’ottima via di fuga. Quando mi accusano di aver scelto lo stesso finale in vari film, chiedendomi se sia giusto, la mia risposta è si! Sono io che ho inventato quel finale, è roba mia”.

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Il film che il regista vorrebbe eliminare

Prima di concludere la conferenza stampa, il regista ha risposto ad un’ultima domanda, definita dallo stesso abbastanza nefasta, ma comunque interessante.
“Se potesse uccidere qualcuno per cambiare il mondo chi sarebbe? E se potesse eliminare un film?”

Tarantino ha risposto: “Che domanda negativa. Giochiamo un po’. Come tante persone trovo che A Birth of a Nation” abbia creato problemi che invece vorrei eliminare. Non parlo solo di razzismo ma anche della rinascita del Ku Klux Klan nel 20° secolo. Dopo i movimenti dei diritti civili negli anni ’60 è cambiato tutto. Tanti neri ed ebrei sono morti in quei 50 anni. Per questo motivo, incolpo il film di Griffith. Comunque, non voglio uccidere nessuno, però se non ci fossero alcune persone si vivrebbe meglio”.

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