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Intervista a Lillo&Greg per il loro nuovo spettacolo teatrale “L’uomo che non capiva troppo”

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Debutta in Prima Nazionale, il 13 dicembre 2011 al Teatro Olimpico di Roma, la nuova commedia di ClaudioGregGregori, un’esilarante spy story a metà tra Matrix e 007, la cui storia si dipana tra pericolose peripezie, inseguimenti, sparatorie ed interrogatori surreali. Felix (Lillo) è un uomo tranquillo, con una vita tranquilla ma ben presto Oscar (Greg), il suo migliore amico e mentore, ed Edna, sua moglie, si palesano per quello che in realtà sono, due agenti segreti. Il povero sprovveduto rimane attonito e stupito nei momenti salienti della storia, perché è lui “L’uomo che non capiva troppo”. La pièce è un susseguirsi di gag esilaranti che coinvolgono il nutrito cast di sei attori per la regia di Mauro Mandolini, ispirata dall’acclamata serie inserita nella trasmissione radiofonica 610 (SeiUnoZero in onda su Radio2). Il tutto inserito in una scenografia che ricorda molto il mondo dei fumetti, altra grande passione del duo comico ed accompagnato dalla sigla ufficiale dello spettacolo, “The man who that didn’t understand too much”, cantata da Max Paiella in versione Tom Jones de noantri e scritta da Greg.

 

 

Questa mattina, in attesa del debutto di domani sera, l’intero cast ( Francesca Ceci, Danilo De Santis, Vania Della Bidia, Marco Fiorini ), il regista e gli stessi Pasquale Petrolo e Claudio Gregori (in arte, Lillo&Greg) ci hanno parlato del loro spettacolo in uno showcase a dir poco fuori dalle righe.

 

Lillo: Questo spettacolo nasce da un mini serial 610 contenuto nel nostro programma radiofonico su Radio2. Ci sono alcuni sketch in particolare in cui ridiamo e questo é uno di quelli. Noi abbiamo già calcato il genere cinematografico trasportato in teatro. Il genere spy movie piace tantissimo sia a me che a Greg e non abbiamo perso occasione per portarlo a teatro. Il nostro regista fa da sempre “teatro vero” e quello che ci piace di lui è proprio questo, ci incanala verso il teatro vero, verso una vera e propria commedia. Acquisiamo uno spessore teatrale che a noi magari manca ma tanto piace

Mauro Mandolini: è il secondo incontro con Lillo&Greg per me e con Claudio parlavamo di realizzare qualche altra cosa, abbiamo visionato vari testi fino ad arrivare a 610. La mia fortuna è che non li ascolto mai per radio, grazie a questo sono “puro” per così dire, non influenzato dalla trasmissione radiofonica. Ci rivolgiamo a tutto un genere di film, c’è sempre una commistione tra teatro e cinema, come diceva Lillo, la storia richiama 007 ed in effetti siamo all’interno di una casa tranquilla, borghese.. Tutto è disegnato in maniera essenziale, dico essenziale perchè è letteralmente fumettistica la scenografia, capirete poi vedendo lo spettacolo. Al centro della scena proprio l’uomo che non capiva troppo che a mano a mano che la scena avanza, scopre che i componenti della sua famiglia non sono quello che crede ma degli agenti segreti, arrivando quindi a capirci ancora meno. Si dipanano una serie di situazioni sempre diverse e molto comiche, da una parte c’è l’azione, dall’altra la commedia, con una base teatrale e con delle gocce molto importanti di cultura cinematografica.

Greg: c’è poco da dire, l’ostacolo principale che abbiamo incontrato è stato che il nostro programma dura due minuti e mezzo in radio e qui sarebbe stato da dilungare per ben più tempo. Non potevamo quindi basarci solo sugli equivoci di linguaggio che lo sketch radiofonico prevede. Di punto in bianco il nostro protagonista si trova proiettato in una dimensione che non comprende nella quale si trova spaesato. [Lillo: potrebbe essere definito come uno spettacolo sull’incomunicabilità] comunque è sempre proiettato sull’umorismo ma abbiamo cercato di costruire qualcosa di collegato, interessante e logico. Al di là di alcuni clichè classici, specialmente 007 ma anche altri film di spionaggio, c’é proprio il sapore degli anni ’60. È stato necessario che alcuni di noi interpretassero vari ruoli.

Lillo: io per entrate bene nel personaggio mi sono visto un po’ di talk show televisivi, tribune politiche per entrare nel personaggio che non capisce e si ritrova spaesato. Io non sono facilitato dal fatto che non ho memoria e vivo meglio per certi versi ma sicuramente non mi rimane facile la recitazione.

State pensando ad una produzione tv o cinema dello spettacolo?

Greg: Noi possiamo pensare a tante cose solo che non ce le fanno fare.

Lillo: Ci hanno messo anche sotto contratto una volta ma non riusciamo a fare il cinema che vorremmo noi. Vorrebbero film corretti, che piacciano al pubblico ma noi facciamo spettacoli surreali, spesso incomprensibili quindi stentiamo a trovare spazio nel cinema perchè questo stile spaventa molto. Non è che dobbiamo fare per forza un film, se ce lo facessero fare come vogliamo noi, saremmo dispostissimi. Ce lo auguriamo.

Qual’è il messaggio dietro lo spettacolo?

Lillo: Se c’è un messaggio è un po’ quello che ha detto greg, le domande che ci si pone ad un certo momento della vita su quello che si è fatto e non si comprende ma l’intento principale è quello di far ridere.

Greg: in realtà c’è un messaggio, si cerca di abituare la gente a vedere e sentire cose brutte per livellare la cultura, l’intento del personaggio è proprio questo, offuscare la mente di chi gli è intorno.

Danilo De Santis: È molto difficile lavorare con Lillo&Greg perchè è difficilissimo riuscire a non ridere in scena, perchè ricreano delle situazione estremamente esilaranti. Ci impegneremo a riguardo ma è veramente ardua.

Greg: La difficoltá della regia è stata oltre che incastonare le varie scene e renderle consequenziali ma più che altro rendere credibili personaggi che sono sopra le righe ma che non devono essere macchiettistici. Questa è stata la vera sfida. La bellezza di Mauro è che ogni prova che facciamo è una lezione di teatro, capisci come costruire la scena.

Lillo: noi siamo arrivati a teatro per caso ma ce ne siamo innamorati, quindi cerchiamo di costruire il tutto con totale rispetto per il luogo in cui ci troviamo ad esibire, il teatro appunto. Ci viene meglio utilizzare un regista abituato al teatro serio che porta la sua esperienza anche nella nostra commedia. L’attore nella stessa maniera, deve essere teatrale perchè ha molta misura anche nella comicità sennó la scena sfoga nella caricatura, conosce i tempi comici ed ha molto rigore.

Foto: Carlotta De Luca

 

 

 

 

 

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Interviste

Intervista a Fabrizio Gifuni: “Trent’anni che faccio l’attore e non ho mai perso l’entusiasmo”

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Il Festival del cinema di Porretta Terme giunto alla XXI edizione (dal 3 al 10 dicembre) ha visto tra i suoi illustri ospiti, l’attore e regista romano Fabrizio Gifuni, vincitore del prestigioso Premio Speciale Elio Petri. Pochi minuti prima della cerimonia di premiazione, avvenuta ieri pomeriggio presso lo Spazio FCP, abbiamo avuto modo di intervistarlo telefonicamente e di ascoltare tutta la sua emozione nel ritirare questo premio, a lui molto caro per una serie di motivi che potrete scoprire leggendo le sue dichiarazioni.

Il successo della serie Esterno Notte di Marco Bellocchio

L’ ultimo successo – in ordine di tempo – di Fabrizio Gifuni è stata la serie Esterno Notte diretta da Marco Bellocchio e andata in onda lo scorso novembre su Rai Uno. L’interpretazione molto intensa e apprezzata da pubblico e critica, lo ha visto raccontare gli ultimi giorni di vita del fondatore della Democrazia Cristiana, a seguito del suo rapimento ordito dalle Brigate Rosse.

Tristemente protagonista di una via crucis durata cinquantacinque giorni di prigionia, prima della sua uccisione avvenuta il 9 maggio 1978, l’attore romano ha dato prova di un’altra interpretazione magistrale nei panni del fondatore della Democrazia Cristiana. Un racconto risultato ancora più intenso e toccante agli occhi dello spettatore, grazie ad una straordinaria somiglianza e trasformazione fisica di Fabrizio Gifuni nelle vesti di Aldo Moro.

Premio Speciale Elio Petri a Fabrizio Gifuni | la motivazione

Proprio sulla scia di questo grande risultato, la giuria del Festival del cinema di Porretta Terme ha voluto conferire a Fabrizio Gifuni il Premio Speciale Elio Petri con la seguente motivazione.

La straordinaria capacità di Fabrizio Gifuni nel confrontarsi con tutti i grandi personaggi e le più importanti situazioni del Novecento è alla base della sua straordinaria carriera come attore. Da Aldo Moro a Franco Basaglia, da Alcide De Gasperi all’economista illuminato di “La meglio gioventù”, Gifuni ha saputo con i suoi personaggi raccontare contraddizioni e sentimenti delle generazioni del secondo dopoguerra.

A teatro, poi, ha saputo portare sulla scena Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro con grande intensità, senza rinunciare a partecipazioni straordinarie importanti come in “Il capitale umano” di Paolo Virzì e senza rinunciare a importanti sperimentazioni come quelle nelle quali è stato diretto da Giuseppe Bertolucci e da Franco Battiato. Gifuni unisce una straordinaria tecnica recitativa a una grande sensibilità personale, che lo rendono un attore unico nel panorama dello spettacolo italiano.”

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Intervista a Fabrizio Gifuni

Ciao Fabrizio, complimenti e grazie per la disponibilità. La prima domanda che vorrei porti, forse è anche la più complessa: come stai?

Bella domanda, che bel modo per iniziare un’intervista. Sto bene. Compatibilmente con i tempi che non sono particolarmente luminosi e sono abbastanza apocalittici. Quest’anno sono trent’anni che ho scelto di fare questo lavoro professionalmente. Sono felice che in questa lunga marcia, non ho mai perso l’entusiasmo, la passione e la voglia di rendere onore al gioco che per me è la più alta delle attività umane.

Come sapevano gli antichi greci “solo chi sa giocare, può salvare la città”. I greci raccontavano nell’Edipo che si usciva dalle pandemie e dalle pestilenze risolvendo un indovinello e uccidendo la Sfinge. Credo che quella fosse una metafora molto precisa, che aveva a che fare anche con la capacità ludica dei cittadini, di mantenersi in contatto con il gioco e con l’infanzia.

Cosa vuol dire per te aver ricevuto il Premio Elio Petri al Festival del Cinema di Porretta Terme?

È una cosa che mi emoziona moltissimo. I premi naturalmente fanno sempre piacere quando arrivano, perché sono un riconoscimento al lavoro fatto fin qui. Ma questo mi fa particolarmente piacere, perché Elio Petri è stato uno dei registi, se non il regista, che ha maggiormente influenzato e determinato la mia scelta di fare questo mestiere più di trent’anni fa. La scoperta travolgente dei suoi film, a partire da Indagine, Classe operaia, Todo Modo, mi ha portato a pescare in questo pozzo meraviglioso delle meraviglie.

La visione di quei film e che non capivo durante la mia adolescenza e giovinezza, che non riuscivo a mettere a fuoco, sentivo che mi emozionavano particolarmente. Credo che il lavoro fatto da Elio Petri e la stagione che ha condiviso con l’altro gigante assoluto del nostro lavoro, Gian Maria Volonté, abbia portato qualcosa di realmente nuovo nel nostro Paese, non solo da un punto di vista artistico, ma da un punto di vista etico e intellettuale.

Un’altra cosa che mi emoziona, che ho detto recentemente, risale a trent’anni fa, quando ho iniziato a fare questo lavoro e mi sono imbattuto in un piccolo saggio della benemerita casa editrice che è Il Castoro, con la collana “Il Castoro cinema” dedicato ai registi. Ho letto un saggio su Elio Petri di Alfredo Rossi, davvero illuminante e che secondo me, meglio di qualsiasi altro scritto è riuscito a raccontare in profondità il cinema di Elio Petri. Scoprire che trent’anni dopo, nella giuria del premio Petri che mi verrà attribuito c’è proprio Alfredo Rossi, è qualcosa che mi emoziona particolarmente.

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Possiamo dire che è come un cerchio che si chiude?

Sono tanti cerchi che si chiudono. Questo premio arriva anche al termine di un anno e di un lavoro fra i tanti, molto impegnativo e gratificante come è stato Esterno Notte di Marco Bellocchio, che si aggira in territori abbastanza vicini al Todo Modo di Elio Petri. Tornare a lavorare su una figura come quella di Aldo Moro, che Volonté aveva incontrato due volte sul suo cammino cinematografico, una delle volte con Petri, mi fa pensare che a tanti piccoli segni, tanti piccoli fili che si riuniscono.

Elio Petri ha realizzato diversi film di denuncia, sulla classe operaia, che hanno alimentato qualche polemica. Anche tu hai fatto film impegnati in questo senso come La meglio gioventù, Romanzo di una strage, Il Capitale Umano, per citarne alcuni. Cosa ne pensi del ruolo del cinema per veicolare messaggi di cambiamento e ideologia?

Questo è un discorso complesso che meriterebbe molto più tempo, perché temo che in due battute si riduca molto il discorso. Credo che il cinema continui ad essere, sia pure con un tempo profondamente diverso rispetto a come si muovevano cineasti come Elio Petri, Rosi, Montaldo, i grandi protagonisti della stagione del grande cinema italiano. Per questo credo che è difficile fare un qualsiasi tipo di raffronto.

Il cinema continua a esserci nonostante i cambiamenti, nonostante le crisi profonde, a essere uno strumento straordinariamente grande. Così come lo è il teatro, al quale io dedico sempre molti mesi del mio lavoro durante l’anno, che non ho mai lasciato e che è profondamente collegato per vasi comunicanti al lavoro che cerco di fare al cinema e in televisione, quando se ne presenta l’occasione. Non ho mai creduto agli attori teatrali, agli attori cinematografici e agli attori televisivi. La pratica e la professione è una sola, poi sta a ciascun interprete declinare a seconda della propria passione, del proprio talento o dell’occasione il proprio lavoro in un ambito piuttosto che in un altro, però l’attore resta una cosa sola.

Il cambiamento più grande è stata la saturazione delle immagini. Da alcuni decenni, anzi negli ultimi vent’anni, siamo affogati quotidianamente da immagini che ci arrivano dai computer e dai telefoni, per cui, riuscire attraverso le immagini a restituite ancora una sorpresa, uno stupore, uno scandalo e essere particolarmente incisivi da un punto di vista emotivo, oltre che intellettuale, è molto più difficile rispetto a un tempo. Poi ci sono temi che non tramontano mai, come la libertà di espressione, dell’autocensura, ricordando quanto sia importante resistere in ogni epoca alle censure di ogni Paese. Questa forma di repressione viene portata avanti anche a Paesi apparentemente democratici ma dotate di forme molto più suadenti di autocensura per cui un’artista è chiamato a smarcarsi.

I Festival sono sempre un’occasione per toccare il cinema con mano in un certo senso, come le sale cinematografiche che permettono l’esperienza di uscire di casa e ritrovarsi in un luogo per condividere le emozioni di un film con gli altri. Vorrei chiederti, cosa ne pensi del futuro della sale e dell’ascesa dello streaming? Tra l’altro, anche tu stesso hai avuto modo di interpretare il ruolo di protagonista in un film d’azione, La Belva per Netflix, mostrandoti in una versione inedita, sconvolgente e molto ben riuscita.

Grazie mille, mi fa piacere che sia piaciuto il personaggio interpretato ne La Belva. Come dicevo all’inizio, questo vuol dire anche rendere onore al gioco. La produzione cinematografica e televisiva con l’avvento delle piattaforme hanno cambiato inevitabilmente la sala. Passare dal personaggio de La Belva a quello di Esterno Notte, significa smarcarsi da un certo tipo di pigrizia, soprattutto del sistema produttivo che tende molto a incasellare gli attori dividendolo come attore drammatico, comico, borghese, proletario, ed è la morte di questo lavoro. Penso che siamo nel pieno di un cambiamento epocale, che non riguarda solo il nostro lavoro, ma tutto il Pianeta.

Per quanto riguarda il nostro lavoro, trovo che sia una sfida tutta da giocare, perché credo che ci siano tutti i margini per recuperare la funzione e l’affascinazione della sala cinematografica, senza negare quello che è successo e dal quale non si tornerà indietro. Credo che sia necessario, soprattutto per le nuove generazioni, uno sforzo di inventiva e di fantasia, per reinventare quei luoghi. Le sale cinematografiche novecentesche sono in grandissima difficoltà e come sono state concepite un tempo, corrispondevano a una società che non è più questa.

Bisogna trovare il modo di far resuscitare il desiderio di uscire di casa, di andare in un luogo, di condividere un’esperienza e di staccarsi dal divano, in cui comodamente possiamo usufruire di milioni di titoli. Ci vuole uno sforzo di fantasia, di inventiva, è una bella sfida che non credo sia persa in partenza, però non è solo con gli slogan o gli appelli che si può risolvere il problema, ci vuole qualcosa di più.

Prima di salutarci vorrei porti un’ultima domanda: guardandoti indietro, professionalmente parlando, rifaresti tutto ciò che hai fatto?

Si. Naturalmente ci sono cose di cui sono più contento e altre meno contento. Ma non c’è niente che non rifarei e questo mi da un certo sollievo perché vuol dire che questi primi trent’anni di marcia sono stati fatti con un certo criterio e quindi rifarei tutto. Sicuramente alcune cose le rifarei in un altro modo, ma non c’è qualcosa di cui mi pento.

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Cinema

Improvvisamente Natale: video intervista a Diego Abatantuono, Violante Placido e Sara Ciocca

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Questa mattina è stato presentato in anteprima a Milano, il film Improvvisamente Natale diretto da Francesco Patierno e interpretato da Diego Abatantuono, Violante Placido, Lodo Guenzi, Anna Galiena, Antonio Catania, Sara Ciocca, Michele Foresta, Gloria Guida, Paolo Hendel e con la partecipazione straordinaria di Nino Frassica. Adatto a tutta la famiglia, questa commedia natalizia sarà disponibile dal 1° dicembre su Prime Video.

La video intervista con il cast

A un mese dal Natale, questo pomeriggio abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Diego Abatantuono, Violante Placido e la giovane attrice Sara Ciocca. Se volete ascoltare i loro aneddoti personali legati al Natale e in che modo considerano la famiglia raccontata nel film, cliccate nel player in basso.

Leggi anche: Diego Abatantuono presenta Belli di papà: “Chiedete ai miei figli se sono stato un bravo padre”

Leggi anche: McMafia: la recensione d’autore di Francesco Patierno in esclusiva per NewsCinema

Improvvisamente Natale | La sinossi ufficiale

Per Chiara (Sara Ciocca) il Natale è un momento speciale, ancor più di quanto lo sia per ogni bambino. Ogni anno, infatti, il Natale è anche l’occasione per rivedere l’adorato nonno Lorenzo (Diego Abatantuono), proprietario del delizioso alberghetto d’alta montagna che ospita i festeggiamenti della famiglia.

Quest’anno, però, i genitori di Chiara, Alberta (Violante Placido) e Giacomo (Lodo Guenzi), hanno deciso di mettersi in macchina sotto il sole bollente d’agosto, per una visita fuori stagione a Lorenzo, perché hanno bisogno di lui per dare a Chiara l’amara notizia: si stanno separando. Forse, se glielo dicesse lui, la piccola soffrirebbe meno…

Il nonno, già in crisi perché rischia di dover vendere il suo amato hotel, accetta l’ingrato incarico di dare la notizia alla nipotina, ma prima vuole regalarle l’ultimo Natale felice… a Ferragosto!

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Piove | La video intervista a Paolo Strippoli e al cast

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piove video intervista

In occasione della presentazione ad Alice nella città, durante la 17esima Festa del Cinema di Roma, Newscinema ha avuto il piacere di realizzare una video intervista con il regista e i protagonisti di Piove – in sala per Fandango dal 10 novemmbre.

Paolo Strippoli,, accompagnato da Francesco Gheghi, Cristiana Dell’Anna, Leon Faun e Fabrizio Rongione, esprime i suoi dissapori circa il divieto ai minori di 18 anni dato al film, prima di addentrarsi nel vivo della realizzazione della sua opera seconda.

Leggi anche: Piove | L’horror si arricchisce di un nuovo gioiello firmato Paolo Strippoli

Il cineasta pugliese, romano d’adozione, classe 1993, si è imposto all’attenzione del grande pubblico con A Classic Horror Story, disponibile su Netflix. E torna ora a emozionare il suo pubblico, con una storia di famiglia dal retrogusto horror. Lanciando un segno importante all’interno del panorama italiano (ma non solo), che si arricchisce di un titolo assolutamente degno di nota e imperdibile.

Piove | La trama

Dopo la morte della moglie Cristina (Dell’Anna), Thomas (Rongione) deve fare i conti con una realtà difficile, pesante, ma inevitabile. La figlia piccola, Barbara (Aurora Menenti), vive su una sedia a rotelle, nella speranza che possa un giorno tornare a camminare. Il maggiore, Enrico (Gheghi), prova un odio profondo nei confronti del genitore, allontanandosene ogni giorno di più. Solo per amore di Barbara, i due continuano a convivere nella stessa casa e a scambiarsi, di tanto in tanto, qualche parola.

Come fosse uno specchio di ciò che sta vivendo la famiglia Morel, Roma viene invasa da una di melma che fuoriesce dai tombini quando piove e da una sorta di nebbia corposa e asfissiante. Sebbene non se ne conoscano le origini, appare evidente che qualcosa di strano è in atto. La capitale ha perso i suoi confini e comincia a essere popolata da esseri furiosi, privi di razionalità e di scrupoli.

Leggi anche: Circeo | La video intervista a Greta Scarano e Ambrosia Caldarelli

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