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Festival di Venezia

Intervista ai Manetti Brothers

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In occasione del loro nuovo film, L’arrivo di Wang, presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Controcampo Italiano, abbiamo incontrato i due registi romani Marco ed Antonio Manetti, che ci hanno raccontato della loro creatura in tutti i suoi aspetti, dagli effetti speciali alla vena di critica pessimistica che il film vuole mettere in scena, insieme a qualche scoop e qualche anticipazione su progetti futuri.

 

 

1) Nell’ambito di un cinema italiano che non ha mai dato importanza alla fantascienza, al contrario, l’ha sempre considerata un filone di serie B, come vi è venuta l’idea di un film di genere, come questo? È stato un azzardo in un contesto come quello italiano.

Marco Manetti: è una storia che c’è venuta in mente… e l’abbiamo girata.

Antonio Manetti: Non ci facciamo grossi timori, siamo abituati. Noi sappiamo che l’industria ed il pubblico italiano, il più delle volte cose di questo genere non le accetta troppo volentieri, ma se il pubblico accettasse in massa una tipologia di questo tipo, anche l’industria inizierebbe ad aprirsi più facilmente al genere. C’è la paura che quando un prodotto così viene fatto all’estero sia buono mentre in Italia risulterebbe scadente, ovviamente sugli effetti speciali si va più sul sicuro, però noi non ci siamo mai fatti problemi, come diceva Marco e quando c’è venuta in mente questa storia di fantascienza non abbiamo pensato a questo, abbiamo cercato i soldi per produrcela. Abbiamo dovuto alla fine crearci un nostro finanziamento perché altrimenti nessuna produzione avrebbe capito la sceneggiatura.


2) Come avete fatto a coinvolgere nel vostro progetto anche Rai Cinema, solitamente restia all’apporre il proprio nome su lungometraggi indipendenti e di genere, come il vostro?

Marco Manetti: guarda, in realtà noi siamo poco al corrente di questa cosa, nel senso, al di là del fatto che noi con Rai Cinema abbiamo già collaborato, in questo caso non è stato prodotto da loro ma solo apposto il nome e parzialmente finanziato dopo. Quello che posso dirti, che è la cosa più importante, quella che caratterizza noi, è che è anche un invito agli altri che come dicevi fanno un cinema indipendente, in Italia ci sono due strade possibili: o fare il cinema che si fa in Italia o passare la vita a protestare ingrugniti oppure portare avanti la propria idea, come da sempre facciamo noi ed arrivare al risultato come quello del parziale sostegno di Rai Cinema che dopo aver visto il film finito, ha acquistato parte dei diritti mentre nel solo vedere la sceneggiatura ci disse no, questi film in Italia non vengono a dovere. Quindi non hanno collaborato al film, in nessun modo, non l’avrebbero mai fatto, infatti ho pensato spesso che questa scritta ad inizio film, devi lo spettatore, che pensa «caspita, Rai Cinema!»…

Antonio Manetti: eh no, è un film completamente indipendente, senza nessun soldo di Rai Cinema, nessun sostegno statale, sono tre piccoli investitori indipendenti, che ci hanno dato dei soldi e noi ce lo siamo prodotto poi Rai Cinema ha solamente acquistato una parte di diritti televisivi.

 

Marco Manetti: è un vero film indipendente. quella scritta lì vuol dire solo questo. Ci hanno messo dei soldi solo alla fine e questo dimostra che lo scetticismo c’è ma che le cose conviene comunque farle. Io sono più d’accordo con te, penso che il pubblico non abbia alcuna diffidenza ma negli ultimi trent’anni non mi ricordo di aver visto un bel film di genere e finchè non lo vedo come faccio a dire che il pubblico sia scettico?

Antonio Manetti: io penso, come pensano i distributori che proprio per quello il pubblico si sia disabituato ai film di genere in Italia e quando escono siano comunque titubanti nell’andarli a vedere. Ti faccio due esempi più main stream, come “Sotto il Vestito Niente” e Pupi Avati che ha rifatto un horror e come sono andati? Male. Quindi anche ad alti livelli con dietro grosse distribuzioni, non è detto che vadano bene. Però sappiamo che incassano anche film brutti di altri generi, quindi non vuol dire che la bellezza sia sinonimo di incasso.

 

Marco Manetti: io penso che l’indipendenza sia un segno distintivo e che possa essere sia negativo che positivo, perché la scelta di fare un film indipendente ha anche dei pregi ma se tu poi ti rivolgi ai beni culturali per avere un finanziamento statale, è lì che decade il pregio dell’essere indipendente, perché stai scrivendo una sceneggiatura allineata, unico modo per ottenere un finanziamento statale.

 

3) L’animazione non è mai stata un fiore all’occhiello per l’Italia, avete incontrato problemi con la realizzazione degli effetti speciali, che per altro, nulla hanno da invidiare a quelli di produzioni straniere, notevolmente più costose? C’è quindi un interland anche nel nostro paese di addetti al settore validi quanto quelli che lavorano all’estero?

 

Marco Manetti: esistono degli effettisti speciali italiani molto bravi ma non un interland, nel senso, noi ci siamo trovati a lavorare con la Palantir Digital che sono due soci, specialmente Simone Silvestri che è il coordinatore degli effetti speciali del film, che come tecnico è bravissimo, ma per il 2D, è un composer, ma noi abbiamo cercato degli effettisti 3D italiani, che esistono, tanti ed anche bravi ma non lavorano più in Italia, perché non c’è lavoro, ad eccetto della Rainbow che produce le Wings. Allora insieme alla Palantir Digital abbiamo creato una squadra eterogenea con tecnici arrivati da tutto il mondo, primo fra tutti Maurizio Memoli, quello che ha inventato il nostro alieno, che era impegnato alla Weta, ed ha fatto Avatar, finito quello ha deciso di tornare prendendosi un anno di stacco per scommettere sull’Italia ed è entrato in società con noi. Ed a parte lui che era un po’ la piccola star del cast tecnico abbiamo trovato tanti altri bravi ragazzi in giro per il mondo, che si sono uniti a noi venendo a creare questa grande squadra di italiani che non hanno mai lavorato in Italia.

 

Antonio Manetti: sì io credo che il lavoro della Palantir Digital sia stato fondamentale e perfetto anche se penso, e non per vantarmi, che senza di noi, senza il ruolo di noi due registi non sarebbe venuto fuori un film del genere. Spesso noi abbiamo cercato di mantenere la veridicità delle scene con l’intento di evitare l’effettone troppo forzato che avrebbe portato ad un risultato posticcio, finto, come spesso succede anche in America.

 

Marco Manetti: gli effettisti speciali hanno un amore per il finto, forse perché gli piace che siano evidente il lavoro che hanno svolto ma in questo noi siamo stati bravi a non farli esagerare e dopo un tira e molla lunghissimo abbiamo cercato di tirare fuori il risultato più verosimile, credibilmente vero.

 

Antonio Manetti: creare Wang è stato un lavoro difficilissimo, si parla ancora oggi di casi come quello di Gollum che oggettivamente è meglio riuscito ma ad esempio, è vero che Gollum è meglio di Wang ma Wang è migliore rispetto a Joda.

 

 

4) Ecco proprio a proposito di Wang, com’è stato creato? È stato fatto interamente a computer o con uso di costumi?

 

 

Marco Manetti: è tutto in digitale! In realtà il 3D è facile da spiegare, è come il processo di creazione di un burattino, digitale, ma è un burattino vero e proprio. Arriva prima il modellatore che attraverso un reticolato digitale, dà una struttura, scolpisce e modella in 3D il corpo del soggetto. Finito questo lavoro subentra il rigger, che si applica sulle migliaia di giunture dando mobilità e plasticità alla figura. Dopodichè arriva il texturer che applica il guanto se così possiamo definirlo, al personaggio, in questo caso la pelle dell’alieno. È uno dei ruoli più sottovalutati ma è quello che rende maggiore veridicità al prodotto. Infine arriva forse la parte più importante, quella che io considero la vera star del nostro film, e nel nostro caso era un ragazzino, Davide Maugeri, che non aveva fatto nulla in precedenza ed è l’animatore, quello che prende le parti di questo burattino e gli dà le movenze, il vero e proprio attore, che aiutato da altri due tecnici che contestualizzano Wang, ultima il lavoro delle creazione del protagonista.

Antonio Manetti: noi abbiamo dovuto chiudere in fretta il film per poterlo presentare a Venezia quest’anno, sennò staremmo ancora lavorando agli effetti speciali, ma forse è stato un bene.

 

 

5) Vi siete ispirati a qualche film di genere in particolare per l’Arrivo di Wang? In una scena sembrerebbe chiara una citazione da La Guerra dei Mondi di Spielberg.

 

Marco Manetti: Tra l’altro ti do questo scoop, nella scena che mi stai citando la comparsa ero proprio io! bhè ti posso dire che ora che mi ci fai riflettere, potrebbe essere che sia una citazione inconscia, forse inconsciamente sì!… Probabilmente sì! Ti dico che non volutamente ma l’ispirazione penso proprio venga da lì!

 

Antonio Manetti: forse c’è qualcosa della Guerra dei Mondi anche nel modo di camminare di Wang che non era così all’inizio ma che è stato modificato e rimodellato in corso d’opera.

6) Ok, abbiamo parlato degli effetti speciali e degli aspetti tecnici del film ma passiamo al senso che volete far arrivare. Appare surreale come in fondo possano essere profondamente più diversi due esseri umani piuttosto che la protagonista rispetto a Wang, si può leggere una critica sociale in questo, un senso di pessimismo?

 

Marco Manetti: bravo, è questo il senso del film, quello che noi volevamo far arrivare. Tutto parte dal concetto che ci debbano sempre essere a monte dei dogmi preconcetti che guastino qualsiasi rapporto umano. Ammettiamo che l’agente segreto (Fantastichini) abbia ragione nel vedere in Wang una possibile minaccia ma sbaglia nell’approcciarlo in quella maniera mentre lei, l’interprete (Cuttica), sbaglia nel volerlo credere per forza in buona fede mentre è nel giusto volendo cercare un dialogo con lui. Quindi alla fine si riflette sul fatto che se i due avessero collaborato, convinti su un bene comune, la terra, le sorti del film avrebbero preso tutta un’altra piega.

Antonio Manetti:è quello che si può riscontrare nella vita di tutti i giorni, specialmente in politica, come da un pregiudizio iniziale, scompaia totalmente il dialogo, arrivando a risultati catastrofici.

 

Marco Manetti: io spesso osservo le tribune politiche, noto che se c’è una discussione tra un politico di destra ed uno di sinistra, quando parla quello di destra, l’altro non sta lì ad ascoltarlo ma pur di dargli addosso tira fuori delle atrocità impensabili e viceversa.

 

Antonio Manetti:l’alieno in questo caso serve proprio a rendere evidente e macroscopica l’incomunicabilità tra i due.

 

Marco Manetti: ci è piaciuto molto il commento del critico Boris Sollazzo al nostro film. Lui ha interpretato così: lui è il tipico becero ignorante di destra che però è un po’ più vicino al popolo, capisce di più la gente, lei è la tipica ragazza di sinistra con tanti ideali giusti ma troppo radical chic per capire la gente e fino a qui ci stavo pure io ma la chicca è stata su Wang, che secondo lui è accostabile a Marchionne che l’ha messa in quel posto a tutti e due!

Non c’è niente da fare, il genere è la mamma dei contenuti, attraverso un film di genere tu puoi far passare tutti i messaggi che vuoi e lo spettatore può leggerne altrettanti!


 

7) Ne stiamo parlando da più di mezz’ora e ne sono uscite solo parole più che convincenti ma riusciremo a vederlo in sala il vostro film? Magari sulla spinta della partecipazione alla Mostra di Venezia?

 

Marco Manetti: abbiamo una distribuzione, dopodiché io, in questa conversazione molto sincera, ti dico che purtroppo è inutile sperarci, probabilmente sarà distribuito male ed andrà male. Investire nel cinema italiano è la sfida più grossa.

 

Antonio Manetti:guarda, già la sfida di proporre un film di genere, di farlo arrivare ad avere degli effetti speciali del genere ed addirittura di riuscire a portarlo a Venezia, sono state imprese enormi ma l’ostacolo più grande è proprio quello di riuscire non a farlo uscire in sala ma  a farlo uscire BENE in sala. Questo è quasi impossibile, (Marco: riuscire a far recitare una ragazza romana in un perfetto cinese è stato più facile!), non vuol dire fare incasso eh, ma avere la possibilità di fare incasso. Noi abbiamo scelto una piccola casa di distribuzione che sta nascendo ora e si sta iniziando a muovere in questo momento, perché altre distribuzioni non ci avrebbero creduto. Ora staremo a vedere.

8) Per concludere, cosa ci potete dire riguardo ai vostri progetti futuri? Noi vi siamo venuti a trovare sul set del vostro prossimo film con protagonista Peppe Servillo, come procede la post-produzione?

 

Marco Manetti: sì, quello di cui parli è un vero e proprio film horror, ci abbiamo scommesso per due fatti. Uno è il fatto che è un film che abbiamo scritto e girato mentre eravamo impegnati nella realizzazione degli effetti speciali di Wang, quindi una vera e propria ispirazione cinematografica messa in pratica, Zemeckis quando girò Cast Away, dovette aspettare un anno che Tom Hanks dimagrisse per girare le scene sull’isola ed in quell’anno girò Le Verità Nascoste, voglio dire.. (Antonio: visto che dovevamo aspettare un anno per ultimare la realizzazione di Wang, ci siamo detti, facciamo un altro film, come Zemeckis!) e questo  stato il primo motivo. Il secondo è che l’horror è l’unico genere che una fascia maggiore di mercato riesce ad attirarlo, abbiamo già l’interesse di distributori più grossi che ci hanno già contattato.

 

Antonio Manetti: abbiamo cercato per una volta di fare un film che fosse un po’ più commerciale, non meno nostro ma maggiormente rivolto al grande pubblico.

 

Marco Manetti:noi, col cuore, ci teniamo che si possa fare quello che altri registi non fanno. Noi non siamo né più bravi, né più intelligenti, né più preparati di altri registi di genere ma ti posso dire che siamo i più testardi e le cose che vogliamo fare le facciamo davvero fino in fondo, ecco perché siamo scesi a compromessi per così dire, scegliendo di fare un film di genere horror, perché se potrà aiutare la causa, ben venga, pur mantenendo il nostro stile.

 

Foto di Letizia Rogolino e Matteo Mignani

 

 

 

 

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Festival di Venezia

Venezia 78: Old Henry è un western vecchio stile su uno dei grandi miti

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Scelto tra i titoli fuori concorso, nella Selezione Ufficiale della 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Old Henry è uno di quei western vecchio stile, che non smettono mai di affascinare e ispirare.

Old Henry | La trama

Henry (Tim Blake Nelson) è un agricoltore che apprezza la vita nella quiete del suo ranch e non disdegna la fatica necessaria a mandarlo avanti. Rimasto vedovo e aiutato dal cognato, ha un figlio adolescente, Wyatt (Gavin Lewis), che invece sogna l’avventura e l’azione.

Leggi anche: Venezia 78 | Old Henry, video intervista a Tim Blake Nelson, Scott Haze e il regista Ponciroli

Un giorno, la monotonia dei due viene interrotta dall’arrivo di un cavallo sellato ma senza padrone. Rinvenendo delle tracce di sangue, Henry decide di cercare l’uomo a cui appartiene l’animale. Curry (Scott Haze) è ferito e in fin di vita, ma il caso vuole che Henry e il figlio si prendano cura di lui.

Spinto da una sorta di umanità conquistata col tempo, e probabilmente anche dalla volontà di tenere la sacca di denaro di Curry per sè, il protagonista proteggerà il giovane, mettendo a rischio più di quanto vorrebbe. Ma nel momento in cui sarà costretto a impugnare di nuovo un’arma, la sua furia non avrà eguali.

Un western d’altri tempi che somiglia a una parabola

La pellicola, scritta e diretta da Potsy Ponciroli, possiede il respiro e l’epicità dei western di un tempo. L’atmosfera di Old Henry è sicuramente tra gli elementi più importanti, che coinvolgono il pubblico e lo immergono all’interno della storia. Come in una vera e propria parabola, il protagonista compie un percorso, arrivando a interpretare un ruolo legato al suo passato ma bandito dal suo presente.

Stephen Dorff in una scena del film

Le azioni che lo hanno condotto a imboccare una strada fatta di tranquillità, lontano dal caos e dalla violenza delle città di frontiera, sono rimaste in attesa. Basta una singola scintilla a riportare in luce quell’animosità, quell’istinto infallibile e implacabile. Ovviamente, trattandosi di un padre, non puà che riguardare la salvezza del figlio.

Old Henry | Tra miti e scontri generazionali

Dal rapporto tra quest’ultimo e il genitore viene fuori tutta una serie di suggestioni, che in qualche modo mettono in luce le differenze generazionali, oltre che i caratteri e le personalità inevitabilmente condizionate dal contesto. I due uomini sono simili sotto molteplici punti di vista, eppure l’esperienza vissuta li conduce spesso su un terreno di competizione.

Leggi anche: The Last Duel | un film politico e programmatico con una eccezionale prova di Jodie Comer

Se reali (e realistiche) sono le emozioni chiamate in causa via via che la narrazione prosegue, altrettanto lo sono le gesta e le reazioni dei personaggi, verso un crescendo forse inaspettato ma decisamente eccezionale. Old Henry gioca (e rischia) con i topoi del western – alcuni dei quali tanto delicati quanto cruciali – riuscendo a riproporre il genere al suo massimo splendore.

Parte del merito si deve alle incredibili performance attoriali, e ai contributi tecnici ineccepibili: la fotografia a cura di John Matysiak, le musiche di Jordan Lehning, la scelta delle location e la resa scenografica delle suddette.

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Cinema

The Last Duel | un film politico e programmatico con una eccezionale prova di Jodie Comer

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Fedele al suo titolo nella funzione e nella forma, The Last Duel è un film in costante contrasto con se stesso: il sontuoso dramma storico di Ridley Scott offre 152 minuti di tensione dialettica, un lunghissimo tira e molla tra l’epica sincera e la sua revisione ammiccante. Che ci sia un duello lo sappiamo dall’inizio. Lo sappiamo dal titolo, da tutta la promozione e dall’eco del primo film di Ridley Scott (I Duellanti) che risuona ovviamente in questo quarantaquattro anni dopo. Ed è proprio il duello tra Matt Damon e Adam Driver che apre il film, prima dei lunghissimi flashback che spiegheranno le ragioni per cui si è arrivati a quello showdown finale.

Lungo tutta la storia, lo spettatore sa benissimo che tanto alla fine si arriverà ad un duello, lo aspetta ma allo stesso tempo capisce che il vero interesse del film non è lì. Ridley Scott gioca con le attese dello spettatore, soprattutto quello maschile – che non vede l’ora di assistere alla resa dei conti finale tra due guerrieri (maschi) – per raccontargli nel frattempo una storia che riguarda la violenza subita da una donna e le conseguenze di quel trauma su di lei, accusando quella mentalità (solo medievale?) che considera la violenza sul corpo femminile un affronto alla vanità del maschio e lo stupro un crimine contro il legittimo patrimonio di un marito.

Attraverso scene brevi e ampie ellissi vediamo in cinque anni come si è sviluppata (e deteriorata) l’amicizia tra Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver), i due sfidanti dell’ultimo duello legalmente autorizzato in Francia: prima commilitoni e poi nemici. Motivo di questa rivalità è soprattutto una donna, sposa (ovviamente non per libera scelta) del primo e oggetto del desiderio del secondo. Il film ripropone la stessa vicenda tre volte: prima attraverso lo sguardo di Jean de Carrouges, poi attraverso quello di Le Gris e infine attraverso quello di Marguerite (Jodie Comer).

Se nelle prime due versioni si ripropone uno schema “classico” (ormai vecchio) del cinema americano in costume, in cui due uomini sono al centro di tutto e la questione della violenza sessuale di uno sulla moglie dell’altro è un affare loro, che incide sul loro onore e che devono risolvere necessariamente tra uomini, nella terza versione capiamo la reale intenzione degli sceneggiatori (Matt Damon, Ben Affleck e Nicole Holofcener), cioè farci capire come quel modo di raccontare sia superato e ormai inaccettabile. La terza versione è infatti quella di lei (presentata come la sola attendibile fin dal nome del capitolo che la introduce), quella di una donna devastata dagli eventi narrati, che fino a quel punto sembravano riguardarla come fosse un oggetto.

Pur nella sua rigida e ostentata programmaticità, The Last Duel riesce a dimostrare la propria tesi (chiara fin dall’inizio, scontata e ovviamente inattaccabile) attraverso la prova attoriale di Jodie Comer, bravissima nell’utilizzare espressioni e movenze per suggerire una diversa presenza emotiva nelle tre sequenze che compongono il film (e per rappresentare visivamente la percezione sbagliata che del suo stato d’animo hanno i personaggi maschili). La più grande differenza tra le diverse narrazioni (maschili e femminile) emerge nel modo di recitare di lei: nella scena chiave dello stupro, proposta due volte, prima dal punto di vista dell’assalitore e successivamente dal punto di vista della vittima, è Jodie Comer, attraverso il movimento del proprio corpo, a trovare quell’incredibile dettaglio che il carnefice può strumentalmente usare per giustificare la violenza, appellandosi ad una esitante condiscendenza espressa attraverso un gioco di reciproci inseguimenti (che ovviamente non è davvero tale).

La regia di Ridley Scott, infine, riesce ad evitare che l’atteso duello finale diventi un modo per compiacere lo spettatore che aspettava solo lo spargimento di sangue, il compimento della vendetta, ma trasforma la battaglia in un ulteriore supplizio ai danni della donna, che osserva i due uomini combattere dall’alto di una palafitta di legno (un rogo preventivo) che la tiene sempre in campo, visibile agli occhi di chi guarda.

The Last Duel | un film politico e programmatico con una eccezionale prova di Jodie Comer
3.8 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

Venezia 78 | È il giorno di Lovely Boy, film sulla trap firmato da Francesco Lettieri

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Decima giornata della 78esima Mostra del cinema di Venezia ricca di appuntamenti. Oggi Fuori Concorso alle Giornate degli Autori è stato presentato Lovely Boy, secondo lungometraggio di Francesco Lettieri sull’ascesa e il declino di una star della trap che vede come protagonista Andrea Carpenzano. Il nuovo film Sky Original, prodotto da Indigo Film in coproduzione con Vision Distribution, andrà in onda il prossimo 4 ottobre in prima TV assoluta su Sky Cinema, ma avrà anche una finestra di tre giorni nelle sale cinematografiche. 

“Abbiamo scritto la storia prendendo molti spunti dalla realtà, usando come fonte da cui attingere anche i profili social di vari trapper. Poi ci siamo resi conto che il rischio che si correva era quello che il film finisse per scimmiottare troppo il mondo reale, per cui abbiamo cominciato a creare un mondo originale, cinematografico, lavorando sui corpi, i tatuaggi e le canzoni”, ha spiegato Lettieri in conferenza stampa. “Le situazioni che il film racconta colpiscono per la loro realtà perché sono davanti agli occhi di tutti”, ha aggiunto Andrea Carpenzano, il giovane attore protagonista già apprezzato ne Il Campione. L’interprete romano per prepararsi al ruolo si è basato “sull’osservazione, sullo studio del modo di cantare e di parlare di chi lavora con questo genere, ma anche su ricordi personali vecchi e recenti”. Una sfida che Carpenzano ha accettato proprio perché affascinato dalla difficoltà di raccontare cinematograficamente questo mondo, come lo era stato raccontare il calcio nel film di Leonardo D’Agostini che lo aveva come protagonista. “Faccio il kamikaze, non l’attore”, ha scherzato in conferenza stampa.

Nel film, il protagonista Nic, sempre più instabile, arriva alla rottura con l’amico Borneo (Enrico Borello), altra metà nel duo trap XXG, e distrugge il rapporto con la compagna Fabi (Ludovica Martino). I genitori decidono di portarlo quindi in una comunità di recupero fra le Dolomiti, dove, fra pazienti più grandi lui, crea un forte legame con uno degli operatori: Daniele (Daniele Del Plavignano, a lungo impegnato come operatore in comunità di recupero). “Ho dovuto nascondermi, anche a livello fisico, per far emergere alcune delle sfumature del mio personaggio”, ha spiegato Ludovica Martino. “Rappresenta una luce nella vita del suo compagno, ma questa non è mai sufficiente ad indicargli la via da seguire per salvarsi. È la solitudine che lega i personaggi: Niccolò è costantemente alienato a causa della droga, quindi la sua ragazza porta avanti una storia d’amore completamente da sola, spogliata di qualsiasi reciprocità. Ciò la costringe a diventare adulta in fretta e a prendere decisioni che avranno conseguenze importanti sulla sua vita. Sceglie di provare ad andare avanti da autonomamente, nonostante tutto”. 

Lettieri, nella sua breve filmografia, ha sempre raccontato mondi chiusi, nicchie apparentemente impenetrabili e ostili: quella degli Ultras nel primo film e adesso quella della trap. “Era un universo che non conoscevo, anche se in qualche modo è un movimento che coinvolge direttamente i miei coetanei e la mia generazione”, ha continuato l’attrice del film. “In Skam Italia, però, si ascoltava molta trap, anche sul set, e ho imparato lì a familiarizzare col genere. Trovo divertente la capacità dei trapper di parlare di tutto e di niente, di muoversi tra associazioni ardite, oscillando continuamente tra alto e basso. Quando cominciano a prendersi troppo sul serio, però, mi interessano decisamente meno”.

Lovely Boy è un film che ha tanti personaggi che si “dividono il cuore dell’opera”, per usare le parole del suo stesso regista. “Anche nella disperazione, nel vuoto e nel nichilismo, la speranza e l’amore emergono nell’umanità dei protagonisti”, ha dichiarato Lettieri. “Questa è una storia di un ragazzo che si perde e si ritrova solo grazie al dialogo e al confronto con un’altra persona. C’è una idea di comunità nel film che cerca di far emergere la possibilità di stare bene quando si è con gli altri. È un film che ne contiene due diversi, girati e scritti in maniera diversa. Io ho scritto inizialmente la parte ambientata in montagna e Beppe Fiore quella ambientata a Roma. Poi ci siamo scambiato i ruoli e l’uno ha rivisto e migliorato il lavoro dell’altro. La parte ambientata a Roma vive di movimento e musica, diegetica ed extradiegetica, mentre quando la narrazione si sposta a Bolzano, la macchina diventa fissa e la musica scompare”.

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