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Interviste

Intervista ai Manetti Brothers

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In occasione del loro nuovo film, L’arrivo di Wang, presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Controcampo Italiano, abbiamo incontrato i due registi romani Marco ed Antonio Manetti, che ci hanno raccontato della loro creatura in tutti i suoi aspetti, dagli effetti speciali alla vena di critica pessimistica che il film vuole mettere in scena, insieme a qualche scoop e qualche anticipazione su progetti futuri.

 

 

1) Nell’ambito di un cinema italiano che non ha mai dato importanza alla fantascienza, al contrario, l’ha sempre considerata un filone di serie B, come vi è venuta l’idea di un film di genere, come questo? È stato un azzardo in un contesto come quello italiano.

Marco Manetti: è una storia che c’è venuta in mente… e l’abbiamo girata.

Antonio Manetti: Non ci facciamo grossi timori, siamo abituati. Noi sappiamo che l’industria ed il pubblico italiano, il più delle volte cose di questo genere non le accetta troppo volentieri, ma se il pubblico accettasse in massa una tipologia di questo tipo, anche l’industria inizierebbe ad aprirsi più facilmente al genere. C’è la paura che quando un prodotto così viene fatto all’estero sia buono mentre in Italia risulterebbe scadente, ovviamente sugli effetti speciali si va più sul sicuro, però noi non ci siamo mai fatti problemi, come diceva Marco e quando c’è venuta in mente questa storia di fantascienza non abbiamo pensato a questo, abbiamo cercato i soldi per produrcela. Abbiamo dovuto alla fine crearci un nostro finanziamento perché altrimenti nessuna produzione avrebbe capito la sceneggiatura.


2) Come avete fatto a coinvolgere nel vostro progetto anche Rai Cinema, solitamente restia all’apporre il proprio nome su lungometraggi indipendenti e di genere, come il vostro?

Marco Manetti: guarda, in realtà noi siamo poco al corrente di questa cosa, nel senso, al di là del fatto che noi con Rai Cinema abbiamo già collaborato, in questo caso non è stato prodotto da loro ma solo apposto il nome e parzialmente finanziato dopo. Quello che posso dirti, che è la cosa più importante, quella che caratterizza noi, è che è anche un invito agli altri che come dicevi fanno un cinema indipendente, in Italia ci sono due strade possibili: o fare il cinema che si fa in Italia o passare la vita a protestare ingrugniti oppure portare avanti la propria idea, come da sempre facciamo noi ed arrivare al risultato come quello del parziale sostegno di Rai Cinema che dopo aver visto il film finito, ha acquistato parte dei diritti mentre nel solo vedere la sceneggiatura ci disse no, questi film in Italia non vengono a dovere. Quindi non hanno collaborato al film, in nessun modo, non l’avrebbero mai fatto, infatti ho pensato spesso che questa scritta ad inizio film, devi lo spettatore, che pensa «caspita, Rai Cinema!»…

Antonio Manetti: eh no, è un film completamente indipendente, senza nessun soldo di Rai Cinema, nessun sostegno statale, sono tre piccoli investitori indipendenti, che ci hanno dato dei soldi e noi ce lo siamo prodotto poi Rai Cinema ha solamente acquistato una parte di diritti televisivi.

 

Marco Manetti: è un vero film indipendente. quella scritta lì vuol dire solo questo. Ci hanno messo dei soldi solo alla fine e questo dimostra che lo scetticismo c’è ma che le cose conviene comunque farle. Io sono più d’accordo con te, penso che il pubblico non abbia alcuna diffidenza ma negli ultimi trent’anni non mi ricordo di aver visto un bel film di genere e finchè non lo vedo come faccio a dire che il pubblico sia scettico?

Antonio Manetti: io penso, come pensano i distributori che proprio per quello il pubblico si sia disabituato ai film di genere in Italia e quando escono siano comunque titubanti nell’andarli a vedere. Ti faccio due esempi più main stream, come “Sotto il Vestito Niente” e Pupi Avati che ha rifatto un horror e come sono andati? Male. Quindi anche ad alti livelli con dietro grosse distribuzioni, non è detto che vadano bene. Però sappiamo che incassano anche film brutti di altri generi, quindi non vuol dire che la bellezza sia sinonimo di incasso.

 

Marco Manetti: io penso che l’indipendenza sia un segno distintivo e che possa essere sia negativo che positivo, perché la scelta di fare un film indipendente ha anche dei pregi ma se tu poi ti rivolgi ai beni culturali per avere un finanziamento statale, è lì che decade il pregio dell’essere indipendente, perché stai scrivendo una sceneggiatura allineata, unico modo per ottenere un finanziamento statale.

 

3) L’animazione non è mai stata un fiore all’occhiello per l’Italia, avete incontrato problemi con la realizzazione degli effetti speciali, che per altro, nulla hanno da invidiare a quelli di produzioni straniere, notevolmente più costose? C’è quindi un interland anche nel nostro paese di addetti al settore validi quanto quelli che lavorano all’estero?

 

Marco Manetti: esistono degli effettisti speciali italiani molto bravi ma non un interland, nel senso, noi ci siamo trovati a lavorare con la Palantir Digital che sono due soci, specialmente Simone Silvestri che è il coordinatore degli effetti speciali del film, che come tecnico è bravissimo, ma per il 2D, è un composer, ma noi abbiamo cercato degli effettisti 3D italiani, che esistono, tanti ed anche bravi ma non lavorano più in Italia, perché non c’è lavoro, ad eccetto della Rainbow che produce le Wings. Allora insieme alla Palantir Digital abbiamo creato una squadra eterogenea con tecnici arrivati da tutto il mondo, primo fra tutti Maurizio Memoli, quello che ha inventato il nostro alieno, che era impegnato alla Weta, ed ha fatto Avatar, finito quello ha deciso di tornare prendendosi un anno di stacco per scommettere sull’Italia ed è entrato in società con noi. Ed a parte lui che era un po’ la piccola star del cast tecnico abbiamo trovato tanti altri bravi ragazzi in giro per il mondo, che si sono uniti a noi venendo a creare questa grande squadra di italiani che non hanno mai lavorato in Italia.

 

Antonio Manetti: sì io credo che il lavoro della Palantir Digital sia stato fondamentale e perfetto anche se penso, e non per vantarmi, che senza di noi, senza il ruolo di noi due registi non sarebbe venuto fuori un film del genere. Spesso noi abbiamo cercato di mantenere la veridicità delle scene con l’intento di evitare l’effettone troppo forzato che avrebbe portato ad un risultato posticcio, finto, come spesso succede anche in America.

 

Marco Manetti: gli effettisti speciali hanno un amore per il finto, forse perché gli piace che siano evidente il lavoro che hanno svolto ma in questo noi siamo stati bravi a non farli esagerare e dopo un tira e molla lunghissimo abbiamo cercato di tirare fuori il risultato più verosimile, credibilmente vero.

 

Antonio Manetti: creare Wang è stato un lavoro difficilissimo, si parla ancora oggi di casi come quello di Gollum che oggettivamente è meglio riuscito ma ad esempio, è vero che Gollum è meglio di Wang ma Wang è migliore rispetto a Joda.

 

 

4) Ecco proprio a proposito di Wang, com’è stato creato? È stato fatto interamente a computer o con uso di costumi?

 

 

Marco Manetti: è tutto in digitale! In realtà il 3D è facile da spiegare, è come il processo di creazione di un burattino, digitale, ma è un burattino vero e proprio. Arriva prima il modellatore che attraverso un reticolato digitale, dà una struttura, scolpisce e modella in 3D il corpo del soggetto. Finito questo lavoro subentra il rigger, che si applica sulle migliaia di giunture dando mobilità e plasticità alla figura. Dopodichè arriva il texturer che applica il guanto se così possiamo definirlo, al personaggio, in questo caso la pelle dell’alieno. È uno dei ruoli più sottovalutati ma è quello che rende maggiore veridicità al prodotto. Infine arriva forse la parte più importante, quella che io considero la vera star del nostro film, e nel nostro caso era un ragazzino, Davide Maugeri, che non aveva fatto nulla in precedenza ed è l’animatore, quello che prende le parti di questo burattino e gli dà le movenze, il vero e proprio attore, che aiutato da altri due tecnici che contestualizzano Wang, ultima il lavoro delle creazione del protagonista.

Antonio Manetti: noi abbiamo dovuto chiudere in fretta il film per poterlo presentare a Venezia quest’anno, sennò staremmo ancora lavorando agli effetti speciali, ma forse è stato un bene.

 

 

5) Vi siete ispirati a qualche film di genere in particolare per l’Arrivo di Wang? In una scena sembrerebbe chiara una citazione da La Guerra dei Mondi di Spielberg.

 

Marco Manetti: Tra l’altro ti do questo scoop, nella scena che mi stai citando la comparsa ero proprio io! bhè ti posso dire che ora che mi ci fai riflettere, potrebbe essere che sia una citazione inconscia, forse inconsciamente sì!… Probabilmente sì! Ti dico che non volutamente ma l’ispirazione penso proprio venga da lì!

 

Antonio Manetti: forse c’è qualcosa della Guerra dei Mondi anche nel modo di camminare di Wang che non era così all’inizio ma che è stato modificato e rimodellato in corso d’opera.

6) Ok, abbiamo parlato degli effetti speciali e degli aspetti tecnici del film ma passiamo al senso che volete far arrivare. Appare surreale come in fondo possano essere profondamente più diversi due esseri umani piuttosto che la protagonista rispetto a Wang, si può leggere una critica sociale in questo, un senso di pessimismo?

 

Marco Manetti: bravo, è questo il senso del film, quello che noi volevamo far arrivare. Tutto parte dal concetto che ci debbano sempre essere a monte dei dogmi preconcetti che guastino qualsiasi rapporto umano. Ammettiamo che l’agente segreto (Fantastichini) abbia ragione nel vedere in Wang una possibile minaccia ma sbaglia nell’approcciarlo in quella maniera mentre lei, l’interprete (Cuttica), sbaglia nel volerlo credere per forza in buona fede mentre è nel giusto volendo cercare un dialogo con lui. Quindi alla fine si riflette sul fatto che se i due avessero collaborato, convinti su un bene comune, la terra, le sorti del film avrebbero preso tutta un’altra piega.

Antonio Manetti:è quello che si può riscontrare nella vita di tutti i giorni, specialmente in politica, come da un pregiudizio iniziale, scompaia totalmente il dialogo, arrivando a risultati catastrofici.

 

Marco Manetti: io spesso osservo le tribune politiche, noto che se c’è una discussione tra un politico di destra ed uno di sinistra, quando parla quello di destra, l’altro non sta lì ad ascoltarlo ma pur di dargli addosso tira fuori delle atrocità impensabili e viceversa.

 

Antonio Manetti:l’alieno in questo caso serve proprio a rendere evidente e macroscopica l’incomunicabilità tra i due.

 

Marco Manetti: ci è piaciuto molto il commento del critico Boris Sollazzo al nostro film. Lui ha interpretato così: lui è il tipico becero ignorante di destra che però è un po’ più vicino al popolo, capisce di più la gente, lei è la tipica ragazza di sinistra con tanti ideali giusti ma troppo radical chic per capire la gente e fino a qui ci stavo pure io ma la chicca è stata su Wang, che secondo lui è accostabile a Marchionne che l’ha messa in quel posto a tutti e due!

Non c’è niente da fare, il genere è la mamma dei contenuti, attraverso un film di genere tu puoi far passare tutti i messaggi che vuoi e lo spettatore può leggerne altrettanti!


 

7) Ne stiamo parlando da più di mezz’ora e ne sono uscite solo parole più che convincenti ma riusciremo a vederlo in sala il vostro film? Magari sulla spinta della partecipazione alla Mostra di Venezia?

 

Marco Manetti: abbiamo una distribuzione, dopodiché io, in questa conversazione molto sincera, ti dico che purtroppo è inutile sperarci, probabilmente sarà distribuito male ed andrà male. Investire nel cinema italiano è la sfida più grossa.

 

Antonio Manetti:guarda, già la sfida di proporre un film di genere, di farlo arrivare ad avere degli effetti speciali del genere ed addirittura di riuscire a portarlo a Venezia, sono state imprese enormi ma l’ostacolo più grande è proprio quello di riuscire non a farlo uscire in sala ma  a farlo uscire BENE in sala. Questo è quasi impossibile, (Marco: riuscire a far recitare una ragazza romana in un perfetto cinese è stato più facile!), non vuol dire fare incasso eh, ma avere la possibilità di fare incasso. Noi abbiamo scelto una piccola casa di distribuzione che sta nascendo ora e si sta iniziando a muovere in questo momento, perché altre distribuzioni non ci avrebbero creduto. Ora staremo a vedere.

8) Per concludere, cosa ci potete dire riguardo ai vostri progetti futuri? Noi vi siamo venuti a trovare sul set del vostro prossimo film con protagonista Peppe Servillo, come procede la post-produzione?

 

Marco Manetti: sì, quello di cui parli è un vero e proprio film horror, ci abbiamo scommesso per due fatti. Uno è il fatto che è un film che abbiamo scritto e girato mentre eravamo impegnati nella realizzazione degli effetti speciali di Wang, quindi una vera e propria ispirazione cinematografica messa in pratica, Zemeckis quando girò Cast Away, dovette aspettare un anno che Tom Hanks dimagrisse per girare le scene sull’isola ed in quell’anno girò Le Verità Nascoste, voglio dire.. (Antonio: visto che dovevamo aspettare un anno per ultimare la realizzazione di Wang, ci siamo detti, facciamo un altro film, come Zemeckis!) e questo  stato il primo motivo. Il secondo è che l’horror è l’unico genere che una fascia maggiore di mercato riesce ad attirarlo, abbiamo già l’interesse di distributori più grossi che ci hanno già contattato.

 

Antonio Manetti: abbiamo cercato per una volta di fare un film che fosse un po’ più commerciale, non meno nostro ma maggiormente rivolto al grande pubblico.

 

Marco Manetti:noi, col cuore, ci teniamo che si possa fare quello che altri registi non fanno. Noi non siamo né più bravi, né più intelligenti, né più preparati di altri registi di genere ma ti posso dire che siamo i più testardi e le cose che vogliamo fare le facciamo davvero fino in fondo, ecco perché siamo scesi a compromessi per così dire, scegliendo di fare un film di genere horror, perché se potrà aiutare la causa, ben venga, pur mantenendo il nostro stile.

 

Foto di Letizia Rogolino e Matteo Mignani

 

 

 

 

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Intervista al regista Marco Tullio Giordana: “Bertolucci mi ha salvato la vita”

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La XXI edizione del Festival del cinema di Porretta Terme ieri sera ha celebrato un evento speciale dedicato al cinquantesimo anniversario dalla prima proiezione italiana del film Ultimo tango a Parigi diretto da Bernardo Bertolucci. Una ricorrenza speciale non solo per la manifestazione cinematografica, ma anche per il regista Marco Tullio Giordana, che abbiamo avuto di intervistare telefonicamente.

Ultimo tanto a Parigi compie 50 anni

Tra i film più acclamati e discussi della storia del cinema italiano, Ultimo tango a Parigi ricopre sicuramente un posto d’onore. Ben cinquanta anni fa, per la première italiana di questo film, il 15 dicembre 1972, venne scelta la location di Porretta Terme, più precisamente del cinema Kursaal. Giudicata un capolavoro e uno scandalo, allo stesso tempo, questa pellicola diretta da Bernardo Bertolucci vide la partecipazione di attori del calibro di Marlon Brando e Maria Schneider.

Nonostante sia trascorsi così tanti anni dalla sua realizzazione, ancora oggi, viene ricordato come uno dei titoli rimasti vittima della censura giudiziaria, tanto che nel 1976 vennero distrutte moltissime copie del film. La versione proiettata ieri sera si tratta della pellicola restaurata da Vittorio Storaro per il CSC – Cineteca Nazionale nel 2018.

Marco Tullio Giordana e il legame con Ultimo tango a Parigi

A prendere parte all’unico evento ideato e realizzato per celebrare il cinquantesimo anniversario di questo film è stato il regista e sceneggiatore Marco Tullio Giordana (I cento passi, La meglio gioventù, Romanzo di una strage). Nell’intervista rilasciata per NewsCinema, il cineasta milanese non solo rende omaggio alla professionalità di Bertolucci, ma ricorda anche l’esatto momento nel quale, il regista – inconsapevolmente – con la sua arte, gli salvò letteralmente la vita a Parigi.

Intervista al regista e sceneggiatore Marco Tullio Giordana

Buon pomeriggio signor Giordana. Sono solita aprire le interviste con una domanda: come sta?
Ho un po’ di mal di gola, ma professionalmente sto benissimo. Sono a Padova per l’ultima settimana di repliche su uno spettacolo di Pasolini che ho realizzato con Luigi Lo Cascio, scegliendo anche le poesie di Pasolini e creando una drammaturgia intorno a queste poesie. Lo spettacolo ha debuttato a Venezia, poi è stato a Verona, a Milano e adesso Padova. Lo spettacolo si chiama Pa’ come erano soliti chiamarlo i ragazzi in tono dispregiativo.

Era da tempo che non lavoravo con Lo Cascio e mi sono chiesto chissà come lo avrei ritrovato. Invece è stato bellissimo ritrovare una persona così allegra, pronta a cambiare. È stato meraviglioso ritrovarlo intatto nel tempo, come uno strumento musicale che non si è fatto scalfire dal tempo ma ha acquisito solo maggiore esperienza nel suono.

Domani al Festival di Porretta Terme verrà celebrato il cinquantesimo anniversario del film cult Ultimo tango a Parigi diretto da Bernardo Bertolucci. Cosa la lega emotivamente e professionalmente a questo film? Cosa ha provato la prima volta che ha avuto modo di vederlo finito?
Sicuramente una sensazione strana, perché nei titoli di testa erano stati inseriti dei quadri di Francis Bacon, che io avevo visto alla mostra e che erano state all’origine dell’incontro fortuito con la troupe di Ultimo tango a Parigi. E poi, perché la prima scena di apertura del film è quella che io ho visto girare. Ho pensato ma questo è proprio il mio film, ma non avevo nessuno con cui vantarmi. Aver avuto la possibilità di vedere quella scena in macchina da presa mi ha dato tutta un’altra visione rispetto a quella del film. Il film mi è piaciuto molto e l’ho trovata molto conturbante.

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Leggendo alcune delle dichiarazioni che ha rilasciato in varie occasioni, mi ha sorpresa molto scoprire che dopo aver visto dal vivo Bernardo Bertolucci dirigere Ultimo tango a Parigi, lei abbia desistito nel compiere un gesto estremo, a causa di una grande delusione artistica. Quindi possiamo dire che il regista, inconsapevolmente, le ha salvato la vita?
È assolutamente vero! Lo devo ringraziare! A me è capitato di andare sul set di alcuni amici, ma devo dire che è il luogo più noioso del mondo. Se uno non è lì per fare qualcosa, c’è solo un tempo infinito ad aspettare qualcosa che non si capisce. Spesso regna il malumore, la tensione e per questo non sono molto felice di andarci.

Invece in quel set a Parigi, si respirava un’aria allegra, seducente, dove tutti erano pronti a compiacere questo regista molto affascinante e che non aveva bisogno di alzare la voce per farsi rispettare. Tutti lo volevano assecondare. Questa atmosfera mi colpì molto. Non avevo mai visto girare prima, pensavo che il cinema fosse così. Tanti anni dopo, quando mi sono ritrovato a lavorare su un set, ho voluto assomigliare a lui non solo come regista, ma come atmosfera nel quale si lavora.

Mi chiedevo, ma lei ha mai pensato a cosa sarebbe potuto accadere se lei non fosse mai passato di lì? O se al posto di Bertolucci avesse visto un altro regista?
Io sapevo chi era Bertolucci. Stavo un po’ lontano perché avevo paura che mi cacciassero, che mi prendessero per uno stalker. Però man mano mi avvicinavo come un camaleonte, per prendere i colori. Io avevo visto il film Prima della Rivoluzione di Bernardo Bertolucci perché mi piaceva molto andare al cinema. La sera al quartiere latino, davano Strategia del ragno e quello è stato il film che mi ha portato a dire: “voglio fare anche io cinema”.

È pazzesco vedere come un uomo ti può cambiare la vita senza saperlo. Tra l’altro questa cosa gliela raccontai molti anni dopo, a Bologna nel 2005. Anno nel quale il mio film La meglio gioventù era riuscito a battere ai David di Donatello i miei due maestri, Bertolucci e Bellocchio. Ricordo che rimase molto colpito dal mio ricordo.

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Negli ultimi anni, la figura di Aldo Moro è stata spesso portata sul piccolo e grande schermo. Lei stesso lo ha fatto con il film Romanzo di una strage, nel quale vediamo Fabrizio Gifuni calarsi perfettamente nel leader politico della DC, prima ancora di Esterno Notte diretto da Marco Bellocchio. Tra i suoi primi titoli, appare il documentario Forza Italia di Roberto Faenza, al quale partecipò in veste di autore, incentrato sulla crisi della DC. Un esordio che avvenne durante un periodo complesso per l’Italia, dato che uscì nel 1978, a pochi giorni dal rapimento e omicidio proprio di Aldo Moro. Secondo lei, come mai la figura di questo politico è diventata così necessaria da raccontare al cinema o in televisione?
Guardi lei mi ha fatto riaffiorare un ricordo molto forte per me, legato al film Forza Italia, realizzato con materiali di repertorio. Tranne poche cose girate, che tra l’altro girai io stesso. Ricordo che quello che avrei dovuto riprendere era l’arrivo di questi democristiani nella sede di Piazza del Gesù a Roma in occasione di una Direzione Nazionale. Ovviamente avevo la debita autorizzazione come operatore e vidi arrivare Fanfani, Forlani, Andreotti e anche Moro.

Ricordo che lo seguimmo e lui non prese le scale come gli altri ma prese un ascensore che non però non arrivava mai. Moro pazientemente stette per alcuni minuti ad aspettare in silenzio. Non appena le porte si aprirono, si girò verso di noi e disse: “siete sazi?” entrò in ascensore e andò via. Aldo Moro è stato il primo attore che ho inquadrato nella mia vita. Quando ho fatto il mio primo film, Maledetti vi amerò (1979) era passato appena un anno dal suo rapimento e assassinio. In quel film ho sentito il bisogno di parlare sia di Aldo Moro e sia di Pasolini. Due figure le cui morti hanno segnato e cambiato il destino dell’Italia.

Il film Buongiorno, notte di Marco Bellocchio è la cosa migliore fatta per raccontare quel periodo. Ho trascorso anni ad arrovellarvi, cercando di trovare la chiave giusta per raccontare quegli anni. Quando ho visto il film di Bellocchio mi sono sentito liberato. Lo spirito del tempo e ciò che ha raccontato è stato fantastico e io stesso non sarei stato capace di farlo meglio.

Pensando al vostro modo di fare cinema, trovo in lei e in Marco Bellocchio, una capacità di riuscire a raccontare storie realmente accadute e che hanno segnato pagine drammatiche del nostro Paese, in maniera profondamente incisiva e in grado di arrivare alla mente e al cuore dello spettatore.
La ringrazio molto. Diciamo che c’è anche una parentela ideale con il film che ho girato io, Romanzo di una strage in cui Gifuni interpreta un Moro più giovane. Fabrizio Gifuni è un uomo molto intelligente, persona serissima e a volte lo sgrido e gli dico “Fabrizio sorridi!”.

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Nei suoi film vengono spesso raccontate storie di giovani, uno su tutti Peppino Impastato, e di fatti realmente accaduti nella storia del nostro Paese. Per quale motivo ha voluto orientare il suo cinema verso questo genere che non sfrutta la finzione o la fantasia?
A me non interessa di raccontare il passato, ma di andare a scoprire e di tirar fuori dal buio, delle cose che uno crede siano andate in un modo e invece sono andate in un’altra. Rivelare l’altra faccia di luoghi comuni. Pensando a Peppino Impastato è stato detto che lui fosse una specie di terrorista, morto mentre cercava di armeggiare un ordigno per far saltare un treno. Questo è segno anche della vigliaccheria con cui i mafiosi non hanno voluto attribuirsi quel delitto, cosa che di solito fanno sempre, perché serve per intimidire.

Questa mi sembrava un’ingiustizia nei confronti di una figura così affettuosa. Non era un uomo burbero che scagliava gli anatemi. Era una personalità divertente che utilizzava l’arte, la commedia attraverso la sua radio per rappresentare i conflitti della terra in cui viveva in maniera fantasiosa. Mi è sembrato bello raccontare la storia di questo ragazzo. E devo dire che poi quando uscì, fece una fortuna immensa proprio per questa caratteristica di non raccontare la storia di un eroe inimitabile e che facesse dire a chiunque lo guardasse “io non riuscirò mai ad essere come lui”.

Vedere nei comportamenti quotidiani lottare con allegria e promettere sollievo, anziché tetraggine. Poi ebbi la fortuna di incontrare un interprete fenomenale, quale Luigi Lo Cascio. Fui molto fortunato. Ricordo la lavorazione in Sicilia, la collaborazione di tutti. Noi abbiamo girato a Cinisi, proprio nella città, nei posti veri. Non abbiamo dovuto nasconderci da un’altra parte.

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Questo film quindi è stato un atto di verità e di giustizia per Peppino Impastato, riuscendo ad entrare e a restare nel cuore degli spettatori. Cosa pensa quando viene invitato nelle scuole per parlare di film I cento passi?
Ogni volta che mi invitano nelle scuole medie e superiori sono molto felice di andarci. Mi è capitato anche durante il periodo del lockdown di connettermi al pc per parlare con loro. Lo faccio molto volentieri perché i ragazzi inizialmente fanno sempre un po’ di chiasso, ma poi il film prende e si identificano e capiscono tutti i passaggi. Alla fine si è creato un rapporto, come se fossimo amici. Il cinema è anche questo.

Ultimamente è uscito il film Yara, nel quale viene raccontato il brutale omicidio della giovane ginnasta Yara Gambirasio. Se dovesse scegliere di raccontare un fatto di cronaca realmente accaduto in Italia negli ultimi vent’anni, la sua scelta su quale vicenda ricadrebbe?
Non saprei. Il film si intitola giustamente Yara perché racconta l’indagine, il processo e come si è arrivati alle tre sentenza di giudizio. Mi sono basato su tutte le carte processuali. Ma il cuore del film è rappresentato dal personaggio della giudice che malgrado tutte le interferenze, le ostilità, i partiti presi, vuole andare fino in fondo.

A me piace raccontare le storie di persone per bene e che hanno volontà di fare qualcosa di buono. Se non c’è questo elemento a me passa la volontà di raccontare la storia. Non mi piace raccontare di storie di criminali e farli diventare degli eroi. Adesso tra i delitti che vedo accadere, non vedo elementi sui quali posso appoggiarmi per affrontare tutto il dolore che comporta raccontare queste storie.

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Intervista a Fabrizio Gifuni: “Trent’anni che faccio l’attore e non ho mai perso l’entusiasmo”

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Il Festival del cinema di Porretta Terme giunto alla XXI edizione (dal 3 al 10 dicembre) ha visto tra i suoi illustri ospiti, l’attore e regista romano Fabrizio Gifuni, vincitore del prestigioso Premio Speciale Elio Petri. Pochi minuti prima della cerimonia di premiazione, avvenuta ieri pomeriggio presso lo Spazio FCP, abbiamo avuto modo di intervistarlo telefonicamente e di ascoltare tutta la sua emozione nel ritirare questo premio, a lui molto caro per una serie di motivi che potrete scoprire leggendo le sue dichiarazioni.

Il successo della serie Esterno Notte di Marco Bellocchio

L’ ultimo successo – in ordine di tempo – di Fabrizio Gifuni è stata la serie Esterno Notte diretta da Marco Bellocchio e andata in onda lo scorso novembre su Rai Uno. L’interpretazione molto intensa e apprezzata da pubblico e critica, lo ha visto raccontare gli ultimi giorni di vita del fondatore della Democrazia Cristiana, a seguito del suo rapimento ordito dalle Brigate Rosse.

Tristemente protagonista di una via crucis durata cinquantacinque giorni di prigionia, prima della sua uccisione avvenuta il 9 maggio 1978, l’attore romano ha dato prova di un’altra interpretazione magistrale nei panni del fondatore della Democrazia Cristiana. Un racconto risultato ancora più intenso e toccante agli occhi dello spettatore, grazie ad una straordinaria somiglianza e trasformazione fisica di Fabrizio Gifuni nelle vesti di Aldo Moro.

Premio Speciale Elio Petri a Fabrizio Gifuni | la motivazione

Proprio sulla scia di questo grande risultato, la giuria del Festival del cinema di Porretta Terme ha voluto conferire a Fabrizio Gifuni il Premio Speciale Elio Petri con la seguente motivazione.

La straordinaria capacità di Fabrizio Gifuni nel confrontarsi con tutti i grandi personaggi e le più importanti situazioni del Novecento è alla base della sua straordinaria carriera come attore. Da Aldo Moro a Franco Basaglia, da Alcide De Gasperi all’economista illuminato di “La meglio gioventù”, Gifuni ha saputo con i suoi personaggi raccontare contraddizioni e sentimenti delle generazioni del secondo dopoguerra.

A teatro, poi, ha saputo portare sulla scena Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro con grande intensità, senza rinunciare a partecipazioni straordinarie importanti come in “Il capitale umano” di Paolo Virzì e senza rinunciare a importanti sperimentazioni come quelle nelle quali è stato diretto da Giuseppe Bertolucci e da Franco Battiato. Gifuni unisce una straordinaria tecnica recitativa a una grande sensibilità personale, che lo rendono un attore unico nel panorama dello spettacolo italiano.”

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Intervista a Fabrizio Gifuni

Ciao Fabrizio, complimenti e grazie per la disponibilità. La prima domanda che vorrei porti, forse è anche la più complessa: come stai?

Bella domanda, che bel modo per iniziare un’intervista. Sto bene. Compatibilmente con i tempi che non sono particolarmente luminosi e sono abbastanza apocalittici. Quest’anno sono trent’anni che ho scelto di fare questo lavoro professionalmente. Sono felice che in questa lunga marcia, non ho mai perso l’entusiasmo, la passione e la voglia di rendere onore al gioco che per me è la più alta delle attività umane.

Come sapevano gli antichi greci “solo chi sa giocare, può salvare la città”. I greci raccontavano nell’Edipo che si usciva dalle pandemie e dalle pestilenze risolvendo un indovinello e uccidendo la Sfinge. Credo che quella fosse una metafora molto precisa, che aveva a che fare anche con la capacità ludica dei cittadini, di mantenersi in contatto con il gioco e con l’infanzia.

Cosa vuol dire per te aver ricevuto il Premio Elio Petri al Festival del Cinema di Porretta Terme?

È una cosa che mi emoziona moltissimo. I premi naturalmente fanno sempre piacere quando arrivano, perché sono un riconoscimento al lavoro fatto fin qui. Ma questo mi fa particolarmente piacere, perché Elio Petri è stato uno dei registi, se non il regista, che ha maggiormente influenzato e determinato la mia scelta di fare questo mestiere più di trent’anni fa. La scoperta travolgente dei suoi film, a partire da Indagine, Classe operaia, Todo Modo, mi ha portato a pescare in questo pozzo meraviglioso delle meraviglie.

La visione di quei film e che non capivo durante la mia adolescenza e giovinezza, che non riuscivo a mettere a fuoco, sentivo che mi emozionavano particolarmente. Credo che il lavoro fatto da Elio Petri e la stagione che ha condiviso con l’altro gigante assoluto del nostro lavoro, Gian Maria Volonté, abbia portato qualcosa di realmente nuovo nel nostro Paese, non solo da un punto di vista artistico, ma da un punto di vista etico e intellettuale.

Un’altra cosa che mi emoziona, che ho detto recentemente, risale a trent’anni fa, quando ho iniziato a fare questo lavoro e mi sono imbattuto in un piccolo saggio della benemerita casa editrice che è Il Castoro, con la collana “Il Castoro cinema” dedicato ai registi. Ho letto un saggio su Elio Petri di Alfredo Rossi, davvero illuminante e che secondo me, meglio di qualsiasi altro scritto è riuscito a raccontare in profondità il cinema di Elio Petri. Scoprire che trent’anni dopo, nella giuria del premio Petri che mi verrà attribuito c’è proprio Alfredo Rossi, è qualcosa che mi emoziona particolarmente.

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Possiamo dire che è come un cerchio che si chiude?

Sono tanti cerchi che si chiudono. Questo premio arriva anche al termine di un anno e di un lavoro fra i tanti, molto impegnativo e gratificante come è stato Esterno Notte di Marco Bellocchio, che si aggira in territori abbastanza vicini al Todo Modo di Elio Petri. Tornare a lavorare su una figura come quella di Aldo Moro, che Volonté aveva incontrato due volte sul suo cammino cinematografico, una delle volte con Petri, mi fa pensare che a tanti piccoli segni, tanti piccoli fili che si riuniscono.

Elio Petri ha realizzato diversi film di denuncia, sulla classe operaia, che hanno alimentato qualche polemica. Anche tu hai fatto film impegnati in questo senso come La meglio gioventù, Romanzo di una strage, Il Capitale Umano, per citarne alcuni. Cosa ne pensi del ruolo del cinema per veicolare messaggi di cambiamento e ideologia?

Questo è un discorso complesso che meriterebbe molto più tempo, perché temo che in due battute si riduca molto il discorso. Credo che il cinema continui ad essere, sia pure con un tempo profondamente diverso rispetto a come si muovevano cineasti come Elio Petri, Rosi, Montaldo, i grandi protagonisti della stagione del grande cinema italiano. Per questo credo che è difficile fare un qualsiasi tipo di raffronto.

Il cinema continua a esserci nonostante i cambiamenti, nonostante le crisi profonde, a essere uno strumento straordinariamente grande. Così come lo è il teatro, al quale io dedico sempre molti mesi del mio lavoro durante l’anno, che non ho mai lasciato e che è profondamente collegato per vasi comunicanti al lavoro che cerco di fare al cinema e in televisione, quando se ne presenta l’occasione. Non ho mai creduto agli attori teatrali, agli attori cinematografici e agli attori televisivi. La pratica e la professione è una sola, poi sta a ciascun interprete declinare a seconda della propria passione, del proprio talento o dell’occasione il proprio lavoro in un ambito piuttosto che in un altro, però l’attore resta una cosa sola.

Il cambiamento più grande è stata la saturazione delle immagini. Da alcuni decenni, anzi negli ultimi vent’anni, siamo affogati quotidianamente da immagini che ci arrivano dai computer e dai telefoni, per cui, riuscire attraverso le immagini a restituite ancora una sorpresa, uno stupore, uno scandalo e essere particolarmente incisivi da un punto di vista emotivo, oltre che intellettuale, è molto più difficile rispetto a un tempo. Poi ci sono temi che non tramontano mai, come la libertà di espressione, dell’autocensura, ricordando quanto sia importante resistere in ogni epoca alle censure di ogni Paese. Questa forma di repressione viene portata avanti anche a Paesi apparentemente democratici ma dotate di forme molto più suadenti di autocensura per cui un’artista è chiamato a smarcarsi.

I Festival sono sempre un’occasione per toccare il cinema con mano in un certo senso, come le sale cinematografiche che permettono l’esperienza di uscire di casa e ritrovarsi in un luogo per condividere le emozioni di un film con gli altri. Vorrei chiederti, cosa ne pensi del futuro della sale e dell’ascesa dello streaming? Tra l’altro, anche tu stesso hai avuto modo di interpretare il ruolo di protagonista in un film d’azione, La Belva per Netflix, mostrandoti in una versione inedita, sconvolgente e molto ben riuscita.

Grazie mille, mi fa piacere che sia piaciuto il personaggio interpretato ne La Belva. Come dicevo all’inizio, questo vuol dire anche rendere onore al gioco. La produzione cinematografica e televisiva con l’avvento delle piattaforme hanno cambiato inevitabilmente la sala. Passare dal personaggio de La Belva a quello di Esterno Notte, significa smarcarsi da un certo tipo di pigrizia, soprattutto del sistema produttivo che tende molto a incasellare gli attori dividendolo come attore drammatico, comico, borghese, proletario, ed è la morte di questo lavoro. Penso che siamo nel pieno di un cambiamento epocale, che non riguarda solo il nostro lavoro, ma tutto il Pianeta.

Per quanto riguarda il nostro lavoro, trovo che sia una sfida tutta da giocare, perché credo che ci siano tutti i margini per recuperare la funzione e l’affascinazione della sala cinematografica, senza negare quello che è successo e dal quale non si tornerà indietro. Credo che sia necessario, soprattutto per le nuove generazioni, uno sforzo di inventiva e di fantasia, per reinventare quei luoghi. Le sale cinematografiche novecentesche sono in grandissima difficoltà e come sono state concepite un tempo, corrispondevano a una società che non è più questa.

Bisogna trovare il modo di far resuscitare il desiderio di uscire di casa, di andare in un luogo, di condividere un’esperienza e di staccarsi dal divano, in cui comodamente possiamo usufruire di milioni di titoli. Ci vuole uno sforzo di fantasia, di inventiva, è una bella sfida che non credo sia persa in partenza, però non è solo con gli slogan o gli appelli che si può risolvere il problema, ci vuole qualcosa di più.

Prima di salutarci vorrei porti un’ultima domanda: guardandoti indietro, professionalmente parlando, rifaresti tutto ciò che hai fatto?

Si. Naturalmente ci sono cose di cui sono più contento e altre meno contento. Ma non c’è niente che non rifarei e questo mi da un certo sollievo perché vuol dire che questi primi trent’anni di marcia sono stati fatti con un certo criterio e quindi rifarei tutto. Sicuramente alcune cose le rifarei in un altro modo, ma non c’è qualcosa di cui mi pento.

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Interviste

Improvvisamente Natale: video intervista a Diego Abatantuono, Violante Placido e Sara Ciocca

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Questa mattina è stato presentato in anteprima a Milano, il film Improvvisamente Natale diretto da Francesco Patierno e interpretato da Diego Abatantuono, Violante Placido, Lodo Guenzi, Anna Galiena, Antonio Catania, Sara Ciocca, Michele Foresta, Gloria Guida, Paolo Hendel e con la partecipazione straordinaria di Nino Frassica. Adatto a tutta la famiglia, questa commedia natalizia sarà disponibile dal 1° dicembre su Prime Video.

La video intervista con il cast

A un mese dal Natale, questo pomeriggio abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Diego Abatantuono, Violante Placido e la giovane attrice Sara Ciocca. Se volete ascoltare i loro aneddoti personali legati al Natale e in che modo considerano la famiglia raccontata nel film, cliccate nel player in basso.

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Improvvisamente Natale | La sinossi ufficiale

Per Chiara (Sara Ciocca) il Natale è un momento speciale, ancor più di quanto lo sia per ogni bambino. Ogni anno, infatti, il Natale è anche l’occasione per rivedere l’adorato nonno Lorenzo (Diego Abatantuono), proprietario del delizioso alberghetto d’alta montagna che ospita i festeggiamenti della famiglia.

Quest’anno, però, i genitori di Chiara, Alberta (Violante Placido) e Giacomo (Lodo Guenzi), hanno deciso di mettersi in macchina sotto il sole bollente d’agosto, per una visita fuori stagione a Lorenzo, perché hanno bisogno di lui per dare a Chiara l’amara notizia: si stanno separando. Forse, se glielo dicesse lui, la piccola soffrirebbe meno…

Il nonno, già in crisi perché rischia di dover vendere il suo amato hotel, accetta l’ingrato incarico di dare la notizia alla nipotina, ma prima vuole regalarle l’ultimo Natale felice… a Ferragosto!

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