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Festival di Venezia

Intervista ai Manetti Brothers

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In occasione del loro nuovo film, L’arrivo di Wang, presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Controcampo Italiano, abbiamo incontrato i due registi romani Marco ed Antonio Manetti, che ci hanno raccontato della loro creatura in tutti i suoi aspetti, dagli effetti speciali alla vena di critica pessimistica che il film vuole mettere in scena, insieme a qualche scoop e qualche anticipazione su progetti futuri.

 

 

1) Nell’ambito di un cinema italiano che non ha mai dato importanza alla fantascienza, al contrario, l’ha sempre considerata un filone di serie B, come vi è venuta l’idea di un film di genere, come questo? È stato un azzardo in un contesto come quello italiano.

Marco Manetti: è una storia che c’è venuta in mente… e l’abbiamo girata.

Antonio Manetti: Non ci facciamo grossi timori, siamo abituati. Noi sappiamo che l’industria ed il pubblico italiano, il più delle volte cose di questo genere non le accetta troppo volentieri, ma se il pubblico accettasse in massa una tipologia di questo tipo, anche l’industria inizierebbe ad aprirsi più facilmente al genere. C’è la paura che quando un prodotto così viene fatto all’estero sia buono mentre in Italia risulterebbe scadente, ovviamente sugli effetti speciali si va più sul sicuro, però noi non ci siamo mai fatti problemi, come diceva Marco e quando c’è venuta in mente questa storia di fantascienza non abbiamo pensato a questo, abbiamo cercato i soldi per produrcela. Abbiamo dovuto alla fine crearci un nostro finanziamento perché altrimenti nessuna produzione avrebbe capito la sceneggiatura.


2) Come avete fatto a coinvolgere nel vostro progetto anche Rai Cinema, solitamente restia all’apporre il proprio nome su lungometraggi indipendenti e di genere, come il vostro?

Marco Manetti: guarda, in realtà noi siamo poco al corrente di questa cosa, nel senso, al di là del fatto che noi con Rai Cinema abbiamo già collaborato, in questo caso non è stato prodotto da loro ma solo apposto il nome e parzialmente finanziato dopo. Quello che posso dirti, che è la cosa più importante, quella che caratterizza noi, è che è anche un invito agli altri che come dicevi fanno un cinema indipendente, in Italia ci sono due strade possibili: o fare il cinema che si fa in Italia o passare la vita a protestare ingrugniti oppure portare avanti la propria idea, come da sempre facciamo noi ed arrivare al risultato come quello del parziale sostegno di Rai Cinema che dopo aver visto il film finito, ha acquistato parte dei diritti mentre nel solo vedere la sceneggiatura ci disse no, questi film in Italia non vengono a dovere. Quindi non hanno collaborato al film, in nessun modo, non l’avrebbero mai fatto, infatti ho pensato spesso che questa scritta ad inizio film, devi lo spettatore, che pensa «caspita, Rai Cinema!»…

Antonio Manetti: eh no, è un film completamente indipendente, senza nessun soldo di Rai Cinema, nessun sostegno statale, sono tre piccoli investitori indipendenti, che ci hanno dato dei soldi e noi ce lo siamo prodotto poi Rai Cinema ha solamente acquistato una parte di diritti televisivi.

 

Marco Manetti: è un vero film indipendente. quella scritta lì vuol dire solo questo. Ci hanno messo dei soldi solo alla fine e questo dimostra che lo scetticismo c’è ma che le cose conviene comunque farle. Io sono più d’accordo con te, penso che il pubblico non abbia alcuna diffidenza ma negli ultimi trent’anni non mi ricordo di aver visto un bel film di genere e finchè non lo vedo come faccio a dire che il pubblico sia scettico?

Antonio Manetti: io penso, come pensano i distributori che proprio per quello il pubblico si sia disabituato ai film di genere in Italia e quando escono siano comunque titubanti nell’andarli a vedere. Ti faccio due esempi più main stream, come “Sotto il Vestito Niente” e Pupi Avati che ha rifatto un horror e come sono andati? Male. Quindi anche ad alti livelli con dietro grosse distribuzioni, non è detto che vadano bene. Però sappiamo che incassano anche film brutti di altri generi, quindi non vuol dire che la bellezza sia sinonimo di incasso.

 

Marco Manetti: io penso che l’indipendenza sia un segno distintivo e che possa essere sia negativo che positivo, perché la scelta di fare un film indipendente ha anche dei pregi ma se tu poi ti rivolgi ai beni culturali per avere un finanziamento statale, è lì che decade il pregio dell’essere indipendente, perché stai scrivendo una sceneggiatura allineata, unico modo per ottenere un finanziamento statale.

 

3) L’animazione non è mai stata un fiore all’occhiello per l’Italia, avete incontrato problemi con la realizzazione degli effetti speciali, che per altro, nulla hanno da invidiare a quelli di produzioni straniere, notevolmente più costose? C’è quindi un interland anche nel nostro paese di addetti al settore validi quanto quelli che lavorano all’estero?

 

Marco Manetti: esistono degli effettisti speciali italiani molto bravi ma non un interland, nel senso, noi ci siamo trovati a lavorare con la Palantir Digital che sono due soci, specialmente Simone Silvestri che è il coordinatore degli effetti speciali del film, che come tecnico è bravissimo, ma per il 2D, è un composer, ma noi abbiamo cercato degli effettisti 3D italiani, che esistono, tanti ed anche bravi ma non lavorano più in Italia, perché non c’è lavoro, ad eccetto della Rainbow che produce le Wings. Allora insieme alla Palantir Digital abbiamo creato una squadra eterogenea con tecnici arrivati da tutto il mondo, primo fra tutti Maurizio Memoli, quello che ha inventato il nostro alieno, che era impegnato alla Weta, ed ha fatto Avatar, finito quello ha deciso di tornare prendendosi un anno di stacco per scommettere sull’Italia ed è entrato in società con noi. Ed a parte lui che era un po’ la piccola star del cast tecnico abbiamo trovato tanti altri bravi ragazzi in giro per il mondo, che si sono uniti a noi venendo a creare questa grande squadra di italiani che non hanno mai lavorato in Italia.

 

Antonio Manetti: sì io credo che il lavoro della Palantir Digital sia stato fondamentale e perfetto anche se penso, e non per vantarmi, che senza di noi, senza il ruolo di noi due registi non sarebbe venuto fuori un film del genere. Spesso noi abbiamo cercato di mantenere la veridicità delle scene con l’intento di evitare l’effettone troppo forzato che avrebbe portato ad un risultato posticcio, finto, come spesso succede anche in America.

 

Marco Manetti: gli effettisti speciali hanno un amore per il finto, forse perché gli piace che siano evidente il lavoro che hanno svolto ma in questo noi siamo stati bravi a non farli esagerare e dopo un tira e molla lunghissimo abbiamo cercato di tirare fuori il risultato più verosimile, credibilmente vero.

 

Antonio Manetti: creare Wang è stato un lavoro difficilissimo, si parla ancora oggi di casi come quello di Gollum che oggettivamente è meglio riuscito ma ad esempio, è vero che Gollum è meglio di Wang ma Wang è migliore rispetto a Joda.

 

 

4) Ecco proprio a proposito di Wang, com’è stato creato? È stato fatto interamente a computer o con uso di costumi?

 

 

Marco Manetti: è tutto in digitale! In realtà il 3D è facile da spiegare, è come il processo di creazione di un burattino, digitale, ma è un burattino vero e proprio. Arriva prima il modellatore che attraverso un reticolato digitale, dà una struttura, scolpisce e modella in 3D il corpo del soggetto. Finito questo lavoro subentra il rigger, che si applica sulle migliaia di giunture dando mobilità e plasticità alla figura. Dopodichè arriva il texturer che applica il guanto se così possiamo definirlo, al personaggio, in questo caso la pelle dell’alieno. È uno dei ruoli più sottovalutati ma è quello che rende maggiore veridicità al prodotto. Infine arriva forse la parte più importante, quella che io considero la vera star del nostro film, e nel nostro caso era un ragazzino, Davide Maugeri, che non aveva fatto nulla in precedenza ed è l’animatore, quello che prende le parti di questo burattino e gli dà le movenze, il vero e proprio attore, che aiutato da altri due tecnici che contestualizzano Wang, ultima il lavoro delle creazione del protagonista.

Antonio Manetti: noi abbiamo dovuto chiudere in fretta il film per poterlo presentare a Venezia quest’anno, sennò staremmo ancora lavorando agli effetti speciali, ma forse è stato un bene.

 

 

5) Vi siete ispirati a qualche film di genere in particolare per l’Arrivo di Wang? In una scena sembrerebbe chiara una citazione da La Guerra dei Mondi di Spielberg.

 

Marco Manetti: Tra l’altro ti do questo scoop, nella scena che mi stai citando la comparsa ero proprio io! bhè ti posso dire che ora che mi ci fai riflettere, potrebbe essere che sia una citazione inconscia, forse inconsciamente sì!… Probabilmente sì! Ti dico che non volutamente ma l’ispirazione penso proprio venga da lì!

 

Antonio Manetti: forse c’è qualcosa della Guerra dei Mondi anche nel modo di camminare di Wang che non era così all’inizio ma che è stato modificato e rimodellato in corso d’opera.

6) Ok, abbiamo parlato degli effetti speciali e degli aspetti tecnici del film ma passiamo al senso che volete far arrivare. Appare surreale come in fondo possano essere profondamente più diversi due esseri umani piuttosto che la protagonista rispetto a Wang, si può leggere una critica sociale in questo, un senso di pessimismo?

 

Marco Manetti: bravo, è questo il senso del film, quello che noi volevamo far arrivare. Tutto parte dal concetto che ci debbano sempre essere a monte dei dogmi preconcetti che guastino qualsiasi rapporto umano. Ammettiamo che l’agente segreto (Fantastichini) abbia ragione nel vedere in Wang una possibile minaccia ma sbaglia nell’approcciarlo in quella maniera mentre lei, l’interprete (Cuttica), sbaglia nel volerlo credere per forza in buona fede mentre è nel giusto volendo cercare un dialogo con lui. Quindi alla fine si riflette sul fatto che se i due avessero collaborato, convinti su un bene comune, la terra, le sorti del film avrebbero preso tutta un’altra piega.

Antonio Manetti:è quello che si può riscontrare nella vita di tutti i giorni, specialmente in politica, come da un pregiudizio iniziale, scompaia totalmente il dialogo, arrivando a risultati catastrofici.

 

Marco Manetti: io spesso osservo le tribune politiche, noto che se c’è una discussione tra un politico di destra ed uno di sinistra, quando parla quello di destra, l’altro non sta lì ad ascoltarlo ma pur di dargli addosso tira fuori delle atrocità impensabili e viceversa.

 

Antonio Manetti:l’alieno in questo caso serve proprio a rendere evidente e macroscopica l’incomunicabilità tra i due.

 

Marco Manetti: ci è piaciuto molto il commento del critico Boris Sollazzo al nostro film. Lui ha interpretato così: lui è il tipico becero ignorante di destra che però è un po’ più vicino al popolo, capisce di più la gente, lei è la tipica ragazza di sinistra con tanti ideali giusti ma troppo radical chic per capire la gente e fino a qui ci stavo pure io ma la chicca è stata su Wang, che secondo lui è accostabile a Marchionne che l’ha messa in quel posto a tutti e due!

Non c’è niente da fare, il genere è la mamma dei contenuti, attraverso un film di genere tu puoi far passare tutti i messaggi che vuoi e lo spettatore può leggerne altrettanti!


 

7) Ne stiamo parlando da più di mezz’ora e ne sono uscite solo parole più che convincenti ma riusciremo a vederlo in sala il vostro film? Magari sulla spinta della partecipazione alla Mostra di Venezia?

 

Marco Manetti: abbiamo una distribuzione, dopodiché io, in questa conversazione molto sincera, ti dico che purtroppo è inutile sperarci, probabilmente sarà distribuito male ed andrà male. Investire nel cinema italiano è la sfida più grossa.

 

Antonio Manetti:guarda, già la sfida di proporre un film di genere, di farlo arrivare ad avere degli effetti speciali del genere ed addirittura di riuscire a portarlo a Venezia, sono state imprese enormi ma l’ostacolo più grande è proprio quello di riuscire non a farlo uscire in sala ma  a farlo uscire BENE in sala. Questo è quasi impossibile, (Marco: riuscire a far recitare una ragazza romana in un perfetto cinese è stato più facile!), non vuol dire fare incasso eh, ma avere la possibilità di fare incasso. Noi abbiamo scelto una piccola casa di distribuzione che sta nascendo ora e si sta iniziando a muovere in questo momento, perché altre distribuzioni non ci avrebbero creduto. Ora staremo a vedere.

8) Per concludere, cosa ci potete dire riguardo ai vostri progetti futuri? Noi vi siamo venuti a trovare sul set del vostro prossimo film con protagonista Peppe Servillo, come procede la post-produzione?

 

Marco Manetti: sì, quello di cui parli è un vero e proprio film horror, ci abbiamo scommesso per due fatti. Uno è il fatto che è un film che abbiamo scritto e girato mentre eravamo impegnati nella realizzazione degli effetti speciali di Wang, quindi una vera e propria ispirazione cinematografica messa in pratica, Zemeckis quando girò Cast Away, dovette aspettare un anno che Tom Hanks dimagrisse per girare le scene sull’isola ed in quell’anno girò Le Verità Nascoste, voglio dire.. (Antonio: visto che dovevamo aspettare un anno per ultimare la realizzazione di Wang, ci siamo detti, facciamo un altro film, come Zemeckis!) e questo  stato il primo motivo. Il secondo è che l’horror è l’unico genere che una fascia maggiore di mercato riesce ad attirarlo, abbiamo già l’interesse di distributori più grossi che ci hanno già contattato.

 

Antonio Manetti: abbiamo cercato per una volta di fare un film che fosse un po’ più commerciale, non meno nostro ma maggiormente rivolto al grande pubblico.

 

Marco Manetti:noi, col cuore, ci teniamo che si possa fare quello che altri registi non fanno. Noi non siamo né più bravi, né più intelligenti, né più preparati di altri registi di genere ma ti posso dire che siamo i più testardi e le cose che vogliamo fare le facciamo davvero fino in fondo, ecco perché siamo scesi a compromessi per così dire, scegliendo di fare un film di genere horror, perché se potrà aiutare la causa, ben venga, pur mantenendo il nostro stile.

 

Foto di Letizia Rogolino e Matteo Mignani

 

 

 

 

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Cinema

Waiting For the Barbarians, uno spietato Johhny Depp veste i panni del colonnello Joll

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In un anonimo insediamento di frontiera, il magistrato e amministratore del campo attende di andare in pensione, e attende dunque anche l’arrivo del Colonnello Joll (un cattivissimo Johnny Depp), rappresentante del “L’Impero”, e che da quel momento dovrà occuparsi di gestire l’ordine con i confini “minacciati” dai vicini barbari, ovvero le popolazioni nomadi che da sempre abitano quelle terre. La vecchia gestione ordinata, conciliante e tollerante del magistrato (un bravissimo Mark Rylance) andrà così a confrontarsi e scontrarsi con i nuovi modi inquisitori e persecutori del Collonello Joll (poi doppiati dai modi del suo ufficiale Mandel, interpretato da Robert Pattinson), militare impettito che incarna l’autoritarismo moderno e calza sul naso un paio di occhialetti tondi da sole che ne anticipano un’autorevolezza eccentrica. Dunque, una gestione pacifica soppiantata da una nuova incursione brutale e guerrigliera.

Da una parte all’altra dei confini, occupati e occupanti, mondi antichi e mondi moderni si confrontano e si scontrano in quello che è un sottile gioco e scambio di crudeltà e oppressione dove i barbari sono, di volta in volta, tanto gli uni quanto gli altri. Poi, a incarnare il simbolo di questo conflitto, sarà anche una bellissima ragazza delle tribù barbare divenuta suo malgrado vittima e capro espiatorio di quello scontro. Una storia che sembra avere radici e tempi antichi ma che è in realtà molto più moderna e contemporanea del previsto, e che ancora una volta vira lo sguardo del racconto verso un atto di ribellione necessario e simbolico.

Curiosità: La depressione di Johnny Depp: “Ho pensato anche al suicidio”

Adattando per il grande schermo l’omonimo romanzo del premio Nobel per la letteratura J. M. Coetzee, Waiting For the Barbarians del colombiano Ciro Guerra (El abrazo de la serpiente, Oro verde – C’era una volta in Colombia) che qui debutta in lingua inglese, è film che indaga il tempo astratto di un colonialismo ante litteram per riflettere sul giogo delle oppressioni, nell’alternanza del punto di vista tra oppressori e oppressi, in un carosello narrativo secondo cui i barbari possono rappresentare gli uni o gli altri schieramenti a seconda delle nefandezze di cui si macchiano di volta in volta. In un racconto di ampio respiro e di ambienti bellissimi (che siano gli orizzonti desertici a perdita d’occhio o gli interni bui e carcerari), Waiting For the Barbarians si prende tutti gli spazi e i tempi vuoti della narrazione per riempirli di significato nel conflitto tra punti di vista, modi di fare, emozioni e reazioni umane.  Tra torture reali e psicologiche, conflitti pratici interiori e (soprattutto) di coscienza, la lotta tra due civiltà e due realtà entrambe barbare a loro modo viene narrata attraverso la scia di parole, violenza e sangue che attraversa il film e la linea indefinita di quel confine solo ideale. Ciro Guerra riproduce dunque con fedeltà ideologica lo scarto esistente tra popoli, e nella stilizzazione dei personaggi (più o meno manichei) trova il giusto appeal per vestire questo controverso racconto dove non esistono buoni o cattivi, ma solo acerrimi nemici ideologici.

In concorso al Festival di Venezia 2019, il regista colombiano Ciro Guerra presenta Waiting For the Barbarians, fotografia di un colonialismo ante litteram che riflette sulla barbarie come concetto ideologico, affidando idealmente alle due facce di uno stesso mondo l’appellativo di barbari. Un film esteticamente solenne che racchiude il senso di un inutile e brutale conflitto tra popoli, e una chiave di lettura sempre più drammaticamente attuale.

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Cinema

Venezia 76, Joker vince il Leone d’oro in una edizione atipica

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La 76esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia si è conclusa nuovamente con una decisione che farà discutere (non per forza polemicamente). Dopo la vittoria di Netflix dello scorso anno (che ieri sera invece è rimasto a mani vuote, nonostante l’ottimo Marriage Story in concorso), adesso Venezia apre la strada per il processo di legittimazione culturale di un’industria dell’intrattenimento, quella dei cinecomic, che da anni detta le regole del gioco, ma che è sempre stata snobbata dai festival e dagli Oscar (i riconoscimenti si sono sempre limitati alle categorie tecniche, fatta eccezione per l’Oscar a Heath Ledger, sempre per Joker, che era comunque un premio alla carriera di un attore prematuramente scomparso e non tanto al singolo ruolo). In questo senso la vittoria di Joker non è solo una grande vittoria di Alberto Barbera, che posiziona definitivamente il suo festival come quello più proiettato verso la stagione dei premi in America, ma uno stimolo affinché anche il genere dei cinecomic possa ripartire da un modello diverso da quello targato Marvel. Todd Phillips ha avuto la possibilità di fare il film che voleva. Segno di un atteggiamento, quello della Warner, molto diverso da quello del colosso Disney, che cerca i talenti ma poi li irreggimenta quando esprimono una personalità troppo grande e poco gestibile.

Ma in fin dei conti, nonostante le ambizioni artistiche e le ricercate influenze cinematografiche sbandierate (prima su tutte il cinema di Martin Scorsese, da Taxi Driver a Mean Streets, passando per Re per una nottel’opera di Phillips resta di fatto una origin story supereroistica (una di quelle in grado di creare una nuova mitologia, quindi eventualmente espandibile e proseguibile). Joker è un film che cerca un altro tipo di pubblico, attraverso contenuti più maturi e complessi, ma non è qualcosa di esterno da quel filone da cui sembra, faticosamente e un po’ ingenuamente, prendere le distanze. Come dichiarato dalla presidente di giuria (mai così eterogenea) Lucrecia Martel, la decisione del Leone d’oro non è stata presa all’unanimità (come era accaduto lo scorso anno per Roma di Alfonso Cuarón). La vittoria di Joker è quindi frutto di un compromesso e non di una scelta condivisa. Il film di Todd Phillips non scontentava nessuno, pur non soddisfacendo tutti. Il riassunto perfetto di una edizione del festival mai così atipica e indecifrabile. 

A Roman Polanski è andato il Gran Premio della Giuria, ovvero il secondo premio più importante. Una decisione inevitabile per sgomberare il campo dal sospetto di giudizi preventivi (alimentati dalle dichiarazioni della Martel nei primi giorni del festival) ma anche perché J’Accuse è il miglior film del regista polacco da dieci anni a questa parte, quello che nel corso del festival ha messo d’accordo tutta la stampa (ma il Leone d’oro forse sarebbe stata una concessione troppo grande). Sintesi di discussione molto accesa è stato invece il premio per la Miglior Regia, assegnato a Roy Andersson per About Endlessness. Un riconoscimento difficilmente contestabile (il film è bellissimo) ma inaspettato, dato che Andersson aveva già vinto il Leone d’oro nel 2014 con un lavoro molto simile (Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza). E probabilmente lo scontro più aspro si è consumato in giuria su Ema di Pablo Larraín, dato tra i favoriti nelle ore antecedenti alla cerimonia e invece rimasto a mani vuote. Quello di Larraín non era forse il film giusto per il festival (potenzialmente divisivo per come mette in scena il tema della sessualità) ma sicuramente uno dei più stimolanti e più interessanti di questa edizione. Il regista cileno, beniamino dei cinefili, continua a rimanere a bocca asciutta nonostante abbia in filmografia alcuni capolavori come No e El Club, snobbati sia a Cannes che a Venezia. Una divisione sul film che non ha permesso a Mariana di Girolamo di vincere il Premio Marcello Mastroianni (dato per sicuro e invece assegnato a Toby Wallace per Babyteeth di Shannon Murphy). Altro grande sconfitto (insieme al povero Larraín) è Netflix, in concorso con due film (Marriage Story e The Laundromat) completamente ignorati nel palmarès. 

Ne esce benissimo invece il cinema italiano (forse anche grazie ad una attività intensa di Paolo Virzì in giuria). Luca Marinelli vince la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile in Martin Eden di Pietro Marcello (oggettivamente la scelta più ovvia, dal momento che il vincitore del Leone d’oro non può vincere altro, quindi di fatto escludendo Joaquin Phoenix dalla gara) e La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco riceve il Premio Speciale della Giuria. La vittoria di Maresco non è solo un riconoscimento “ufficiale” alla sua inventiva, ma anche la dimostrazione di uno sguardo molto attento dei giurati, stranamente quasi tutti registi (probabilmente nessuno dei giurati stranieri avrà compreso i tanti significati dell’opera, ma non sono comunque rimasti indifferenti al geniale lavoro sulle immagini svolto da Maresco). E non sono mancati anche i riconoscimenti inspiegabili: miglior sceneggiatura a Yonfan per No.7 Cherry Lane (forse il film più deriso del festival) e Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile ad Ariane Ascaride per Gloria Mundi di Robert Guédiguian (chiaramente un premio assegnato alla sua carriera e non al ruolo in un film mediocre).

La 76esima edizione della Mostra, inoltre, ha confermato una grande attenzione verso il mondo delle serie tv. Paolo Sorrentino ha presentato la sua nuova serie a Venezia per una questione di tempistiche, data l’imminente uscita di The New Pope, ma Sky ha scelto appositamente il festival come vetrina del nuovo ZeroZeroZero di Sollima (in uscita invece nel 2020). A sorprendere è stata comunque la qualità di entrambi i prodotti. The New Pope segna il ritorno di Sorrentino ai fasti di un tempo (i due episodi presentati a Venezia sono forse la cosa migliore realizzata da lui dai tempi de Il Divo) e ZeroZeroZero conferma la maturità artistica di Sollima, ad ogni lavoro sempre più asciutto (abbiamo visto poco per giudicare, ma alcuni momenti della serie, specialmente quelli riguardanti la famiglia composta da Gabriel Byrne, Andrea Riseborough e Dane DeHaan, sono un gioiello di scrittura). Questa edizione atipica (ma molto appassionante) del festival è ormai conclusa. Appuntamento al prossimo anno. 

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Cinema

Venezia 76, Martin Eden: Marcello adatta il romanzo di Jack London al contesto napoletano

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Pietro Marcello è un regista che proviene dal documentario, da un certo cinema di “poesia e alchimia” che mal si adatta al racconto di finzione classico. Il regista sente questa limitazione nel suo primo lungometraggio tratto da un romanzo (il capolavoro di Jack London del 1909) e fa di tutto per utilizzare ogni strumento a sua disposizione per contaminare quello che altrimenti sarebbe un film dall’impostazione molto rigida e lineare. Marcello non solo utilizza tantissime idee visive (persino le lettere declamate ad alta voce guardando in camera, di origine bergmaniana) ma addirittura alterna le immagini del suo film a quelle di repertorio recuperate dai suoi lavori precedenti e da archivi storici. In questa maniera crea un contrappunto emotivo alla narrazione (un veliero che progressivamente affonda con il personaggio) ma anche un contrappunto politico.

Marcello recupera alcune testimonianze filmate dell’anarchico italiano Errico Malatesta, quello che metteva in guardia i suoi compagni di lotta dal pericolo di dividersi in fazioni, specialmente tra individualisti (Martin Eden rivendica di esserlo) e comunisti. Malatesta scriveva in Pensiero e Volontà che questi continui dissensi tra anarchici avrebbe compromesso “una franca e fraterna collaborazione”. Ma addirittura alcune delle immagini scelte da Marcello sembrano ad un certo momento provenire da un altro lungometraggio tratto dallo stesso romanzo (in realtà mai girato, essendo questo il primo lungometraggio tratto dal libro di London). Queste immagini all’inizio sembrano una narrazione parallela a quella del film e successivamente, quando Eden verrà risucchiato dal suo stesso successo, diventeranno una narrazione alternativa e inconciliabile.

Il Martin Eden (Luca Marinelli) di Pietro Marcello è un marinaio come quello di Jack London, ma anche e soprattutto un contadino, una persona che crede nella forza di “tutti gli elementi” e che è legato a quella realtà di campagna che lo accoglie quando il fratello lo caccia di casa. Questa traslazione, dalla California a Napoli, non serve solo a Marcello per ricondurre il film ad una dimensione, quella bucolica, con cui è più a suo agio, ma a sottolineare una grande differenza culturale tra l’Italia e i Paesi anglosassoni: l’assenza di una letteratura di mare propriamente detta, quella rappresentata negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Scozia da scrittori come Conrad, Stevenson e Melville. In quegli stessi anni, l’Italia conosceva invece la letteratura verista di Giovanni Verga (che Marcello aveva già trasposto su schermo con La Bocca del Lupo, tratto da uno scritto di Remigio Zena).

Questo adattamento verista cambia ovviamente tutto il contesto nel quale la narrazione del film si evolve. Marcello utilizza immagini non solo di diversa provenienza, ma soprattutto di diversa fattura. La grana (il film è girato in pellicola) si fa sempre più spessa nelle scene in cui non è inquadrato il personaggio principale, quelle che mettono in scena ambienti, paesaggi e volti delle persone che lo circondano. È come se il suo protagonista non riuscisse a mettere a fuoco il mondo in cui vive. E solo quando il distacco da esso diventerà definitivo, tutto diventerà improvvisamente nitido e a fuoco. 

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