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Cinema

5 biopic musicali da rivedere dopo il successo di Rocketman e Bohemian Rhapsody

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I biopic musicali sono ufficialmente diventati la nuova tendenza di Hollywood. Complice il successo planetario di Bohemian Rhapsody e di Rocketman, le biografie di tantissime pop e rock star stanno allettando i maggiori studios americani. Nei prossimi mesi, infatti, sono in arrivo numerosi film dedicati alla carriera (o a stralci di essa) di grandi musicisti o cantanti: Baz Luhrmann affronterà Elvis e nel frattempo anche David Bowie (dopo Velvet Goldmine) subirà il trattamento cinematografico con Stardust, film sulla nascita del concept album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e dell’alter ego più celebre del glam rock (Ziggy Stardust). Ma già in passato questo genere cinematografico ha stuzzicato l’interesse di parecchi registi. Ecco cinque biopic musicali da recuperare. O, nel caso, da rivedere.

Io non sono qui – Todd Haynes

Per il suo atipico biopic su Bob Dylan, Todd Haynes sceglie uno stile di regia differente per ogni direttrice della carriera del poliedrico menestrello (e ovviamente anche interpreti differenti). Si passa dalla prospettiva delirante che richiama Otto e Mezzo (che viene citato anche esplicitamente nella scena di Cate Blanchett sospesa in aria appesa ad una corda) a quella più sfacciatamente melò che ricorda gli esordi del regista con Lontano dal Paradiso, passando per momenti più intimi ed introspettivi che ricordano Truffaut (la psicologa de I 400 Colpi). Ogni momento della carriera di Dylan sembra essere un film a sé, girato da troupe differenti e con idee diverse di cinema e fotografia. Invece sono frutto di una sola, instancabile, immaginazione: quella di Todd Haynes (di cui vale la pena recuperare anche Velvet Goldmine su David Bowie, citato in apertura).

Leggi anche: 5 curiosità su Cate Blanchett

Jersey Boys – Clint Eastwood

Il classicismo elegante e minimalista di Clint Eastwood messo al servizio di un film che narra della corsa al successo del jazzista Valli e del suo gruppo come se fosse la scalata al potere di gangster e dei suoi scagnozzi. In Jersey Boys emerge chiaramente una componente del cinema di Eastwood spesso taciuta: la sua vitalità. Una vitalità che emerge anche nei momenti più crepuscolari, che risuona in piccoli balli e in velocissimi brindisi. Come nel suo più recente Attacco al Treno, anche i protagonisti di Jersey Boys sono dei predestinati. E come in Flags of our fathers, anche i musicisti del biopic firmato Eastwood sono costretti a ripetere incessantemente uno stesso gesto. Un gesto che non si svilisce nella reiterazione, ma mantiene inalterata la propria purezza.

Summer – Kirill Serebrennikov

I punk rivoluzionari e sovversivi di Kirill Serebrennikov, costretti a suonare clandestinamente per sfuggire alla censura dell’Unione Sovietica, non fanno mai nulla di davvero eclatante o pericoloso. Lontani dalle esagerazioni dei loro idoli occidentali (Lou Reed, Iggy Pop, David Bowie) eppure ugualmente coraggiosi nei loro concerti “silenziati”, nelle loro esibizioni fatte con il freno a mano per evitare che qualcuno si accorga di loro. Summer è il racconto più o meno biografico dell’esordio di un artista (Viktor Coj) grazie ad un amico che lo ha valorizzato, spinto e aiutato (Mike Naumenko). Ma la vera intuizione del film sta nelle sue continue fughe dalla realtà, nelle sue digressioni oniriche: momenti che sarebbero normalissimi in un qualsiasi altro film musicale, ma che nella Leningrado di Serebrennikov possono esistere solo in forma di fantasie irrealizzabili.

Last Days – Gus Van Sant

Gus Van Sant mette in scena Kurt Cobain (e i suoi ultimi giorni di vita) attraverso l’alter ego Blake interpretato da Michael Pitt (è sul suo corpo che il film comincia e si chiude). Ma Last Days è anche il capitolo conclusivo di una ideale trilogia sulla morte di Van Sant, cominciata con Gerry, che narrava il viaggio senza punti di riferimento di due giovani perduti nel deserto, e proseguita poi con Elephant, che esponeva in tutta la sua tragedia il gesto feroce di due studenti stragisti alla Columbine High School. Quindi come già in Gerry ed Elephant, anche in Last Days lo spazio filmico è unico: la casa, dopo il deserto e la scuola. È un film “disabitato”, in cui le immagini sembrano sempre vuote ed impossibilitate a comunicare qualcosa. Un film che come pochi altri trasmette con efficacia la frustrazione data dalla mancanza di qualcosa o di qualcuno.

A Proposito di Davis – Joel ed Ethan Coen

Pur non essendo propriamente un biopic musicale (il film si ispira solo parzialmente alla vita del cantante folk Dave Van Ronk, attivo a New York negli anni sessanta), A Proposito di Davis è, come il precedente A serious man, l’ennesima odissea coeniana di un pover’uomo (un cantante folk nella New York degli anni ’60, per l’appunto) sopraffatto dagli eventi. Una storia priva di qualsivoglia intreccio ma colma comunque di eventi clamorosi (eppure messi in scena con un tranquillità disarmante). A Proposito di Davis è il manifesto del cinema dei fratelli Coen, quello che meglio sintetizza la loro filosofia secondo cui non si può fuggire dall’indeterminabilità del vivere e dalla mancanza di senso che “conduce” le nostre esistenze. A Proposito di Davis parla di tutto questo attraverso un complesso, quanto invisibile, lavoro sulle immagini (come sempre avviene con i Coen) e attraverso la musica, che risuona attraverso il mezzo filmico di emozioni sempre più contrastanti grazie soprattutto alla voce di Oscar Isaac.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

Cinema

IT – Capitolo Due, il nuovo e terrificante trailer italiano con Jessica Chastain

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Il male risorge a Derry quando il regista Andy Muschietti riunisce il Club dei Perdenti – giovani e adulti – con un ritorno a dove tutto ebbe inizio, in IT – Capitolo Due. Il film è il sequel del grande successo di critica e box office del 2017 IT, sempre firmato da Muschietti, capace di incassare oltre 700 milioni di dollari a livello globale. Ridefinendo e trascendendo il genere, IT è diventato parte del nostro immaginario collettivo, nonché il film horror dai più alti incassi di tutti i tempi.

Poiché ogni 27 anni il male torna a manifestarsi nella cittadina di Derry, nel Maine, IT – Capitolo Due riunisce i personaggi divenuti adulti, e che da tempo hanno intrapreso strade diverse, a distanza di trent’anni dagli eventi del primo film. Il cast dell’attesissimo IT – Capitolo Due è composto da Bill Skarsgård, James McAvoy, Jessica Chastain, Bill Hader. Il terrificante clown IT vi aspetta nei cinema italiani a partire dal 5 settembre 2019.

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Cinema

The King’s Man – Le Origini, il trailer ufficiale in italiano diretto da Matthew Vaughn

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Il trailer di The King’s Man – Le Origini è disponibile da oggi. Il film, in sala dal 13 febbraio, è diretto da Matthew Vaughn e basato sul Comic Book “The Secret Service” di Mark Millar e Dave Gibbons. Nel cast Ralph Fiennes, Gemma Arterton, Rhys Ifans, Matthew Goode, Tom Hollander, Harris Dickinson, Daniel Brühl, con Djimon Hounsou, Charles Dance.

La pellicola racconta di un gruppo nutrito dei peggiori tiranni della storia e di criminali che si riuniscono per organizzare una guerra di proporzioni mondiali, che annienti milioni di persone. Un uomo dovrà correre contro il tempo per fermarli. The King’s Man – Le Origini sarà nelle sale cinematografiche italiane dal 13 febbraio 2020,e racconterà le origini dell’agenzia di intelligence indipendente che tutti conosciamo con il nome di Kingsman. 

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CineComics

Spider-Man: Far From Home è il film Marvel più vicino alla concezione del cinema Pixar

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Spider-Man: Far From Home, seguito dell’apprezzato primo film stand-alone dell’uomo ragno di Tom Holland, è forse il film del Marvel Cinematic Universe che più assomiglia, nei toni e nelle tematiche trattate, ad un film Pixar. Molto si deve alla scelta del villain, il Mysterio interpretato da Jake Gyllenhaal: un nemico che non sfigurerebbe in un film de Gli Incredibili, che utilizza l’inganno, l’illusione e la messa in scena (in poche parole: il cinema) per ottenere il potere sul suo pubblico di sudditi-spettatori. È grazie alla sua presenza se il secondo film diretto da Jon Watts, proprio come un’opera Pixar, ha la capacità di riflettere sull’industria del cinema di oggi, di avere una componente di “auto-analisi” (da sempre presente nei film Pixar, che hanno spesso al centro delle proprie storie l’audiovisivo, attraverso il quale i personaggi scoprono le cose o risolvono dei misteri) molto più marcata rispetto a qualsiasi altro film dell’universo cinematografico di casa Marvel.

Come già per Homecoming, anche questo secondo episodio segue i classici paradigmi da “teen movie” americano (i primi amori, le amicizie, i professori, i compagni di classe odiosi). Sorprendentemente, è proprio quando maneggia la materia “teen” che Spider-Man: Far From Home si rivela vincente, grazie anche alla sceneggiatura di Chris McKenna ed Eric Sommers. Non c’è una battuta fuori posto o una tempistica sbagliata nelle interazioni fra i giovani protagonisti di un film che si rivela in grado di arrivare alla risata in maniere sempre diverse (la brutta presentazione animata iniziale è un piccolo gioiello di comicità). È invece proprio sulla metà “supereroistica”, quella che richiederebbe un certo pathos ed una certa abilità nel comunicare il peso delle scelte che si compiono, che il cine-comic di Jon Watts comincia a scricchiolare.

Nonostante i grandi passi in avanti fatti sul piano dell’azione rispetto ad Homecoming, il suo seguito manca di quella inventiva che è invece lo standard delle produzioni Marvel che, soprattutto in Infinity War e in Endgame, hanno codificato l’importanza di far muovere i propri personaggi sullo schermo in un certo modo (nelle grandi battaglie, sono i loro gesti a determinare il loro peso nel gruppo). I drammi e i grandi dubbi che dovrebbero assillare Peter Parker sono brevemente espressi attraverso fugaci passaggi di sceneggiatura e mai davvero resi su schermo (il suo legame con Tony Stark è velocemente sintetizzato in alcune scene, che sembrano comunque non essere sufficienti a trasmettere la portata di quella perdita). Se quindi il pretesto della vacanza europea è perfetto per mettere in scena le dinamiche adolescenziali del film, non lo è altrettanto per rendere credibile lo scontro che anima il film. E se il villain Mysterio permette a Jon Watts di lavorare su concetti semplici (l’illusione, la “società dello spettacolo”) in maniera sempre sofisticata, declinandoli in modi sempre più complessi, mai diretti, ma lavorando sulle immagini (come, di nuovo, avviene in un film Pixar), le sue motivazioni non sono abbastanza solide per giustificarne le azioni. 

Il grande pregio e il grande difetto di Spider-Man: Far From Home coincidono. L’uomo ragno di Jon Watts salva il mondo, ma mentre lo fa sta in realtà pensando a come tornare nel più breve tempo possibile dalla sua MJ, a come giustificare un’ennesima, lunga, assenza ai suoi professori. E con lui, anche lo spettatore. È questa la testimonianza migliore di quanto il film lavori bene sulla componente “teen”, scherzando e creando un vero clima da gita scolastica, tralasciando forse eccessivamente quella supereroistica, affidata quasi completamente al carisma del suo villain.  

Spider-Man: Far From Home è il film Marvel più vicino alla concezione del cinema Pixar
3.8 Punteggio
Pro
Grande alchimia fra gli attori, villain in grado di aprire il film a nuovi meccanismi
Contro
Manca il pathos
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

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