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Interviste

Oceania, la conferenza stampa: “Vaiana, una ragazza moderna che vive in un mondo antico”

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Questa mattina a Roma, presso l’Hotel De Russie si è svolta la conferenza stampa del film d’animazione targato Disney Oceania, nelle sale italiane a partire dal 22 dicembre 2016. Inutile dire che l’impronta del marchio più famoso di lungometraggi e cortometraggi animati è ben riconoscibile anche in questo prodotto, che porterà intere famiglie al cinema, durante le vacanze natalizie. La storia narra l’avventura intrapresa dalla piccola Vaiana, la quale metterà a disposizione della natura, anima e corpo, per far in modo che il cuore di Te Fiti ritorni al suo posto.

Durante questa missione, sul suo cammino incontrerà il semidio Maui, che è proprio colui che le ha tolto il cuore. Sebbene inizialmente le darà del filo da torcere, ben presto capirà il suo intent,o insegnandole a navigare e ad indirizzarla verso Te Fiti, per far in modo che la natura riacquisti il suo antico splendore. Oceania, conosciuto anche con vari nomi come Moana, valido per tutto il mondo, è stato introdotto quest’oggi da Francesco Alò il quale ha monitorato l’incontro al quale hanno preso parte i registi e colonne portanti della Disney, Ron Clements e John Musker, insieme alla produttrice Osnat Shurer, per la prima volta al lavoro su un lungometraggio.

Da sinistra verso destra, i registi John Musker, Ron Clements e la produttrice Osnat Shurer

Da sinistra verso destra, i registi John Musker, Ron Clements e la produttrice Osnat Shurer

Perchè avete deciso di trattare questa porzione di mondo, approfondendo il lavoro attraverso varie ricerche sul posto per studiare le tradizioni locali?

John Musker: L’idea di fare un film ambientato in Polinesia è nata circa 5 anni fa. Non ero mai stato di persona in quel luogo, avevo visto solo dipinti e letto libri sulla mitologia polinesiana. Così mi sono imbattutto nella storia di Maui e il suo amo da pesca magico e i tatuaggi, ed ho presentato l’idea a Ron, e ora eccoci qui.

Ron Clements: Come ha già detto John, l’idea del personaggio di Maui ci piacque molto, e da questo personaggio abbiamo deciso di approfondire tutto. Siamo partiti e abbiamo trascorso tre settimane in quei luoghi. Tra l’altro gli abitanti della Polinesia, hanno contribuito notevolmente alla storia della navigazione, essendo i migliori del mondo. Loro in fondo trattano l’Oceano come se fosse vivo, compresa la natura.

Osnat Shurer: Abbiamo fatto vari viaggi con tutta l’equipe per poter studiare da vicino quei luoghi ed imparare a familiarizzare con la gente del posto.

Com’è nata la collaborazione con il compositore e paroliere Lin-Manuel Miranda e Mark Mancina? E il successivo lavoro per la Sirenetta?

Ron Clements: Quando ci siamo recati sull’isola con John, ovunque si sentiva musica. C’erano canzoni di benvenuto, canzoni di saluto e d’addio. In quel momento abbiamo capito che la musica avrebbe dovuto ricoprire un ruolo fondamentale.Per questo motivo, Osnat ha fatto delle ricerche per trovare delle musiche adatte al film. Per questo motivo abbiamo chiamato Lin-Manuel Miranda, il quale ha fatto un lavoro di traduzione dalla lingua locale all’inglese. Il nome di Miranda è stato scelto anche per la Sirenetta, per l’immenso amore che lui prova da sempre verso questo cartone animato, tanto da aver chiamato Sebastian, il figlio.

Che cosa ha di più Vaiana, rispetto le altre eroine della Disney?

Osnat Shurer: Noi siamo profondamente orgogliosi dell’eredità Disney. Vaiana non ha precedenti. Lei è l’eroina del proprio viaggio, cerca di salvare il mondo, senza pensare alla classica storia d’amore, perchè non ha tempo. E’ una ragazza moderna, nonostante la storia sia ambientata in un contesto diverso.

C’ è un legame tra il vulcano del cortometraggio Lava e questo film? Come vi è venuta in mente l’idea dei tatuaggi animati?

John Musker: Per noi Lava è stato una sorpresa, lo avevamo elaborato concentrandosi sulle Hawaii, ma senza l’ukulele. L’idea dei tatuaggi animati è nata dall’inizio. Sviluppando la storia, poi è nato il Mini Maui, il quale rappresenta la sua coscenza, come se fosse un alter ego.

Come mai avete deciso di disegnare dei personaggi rotondi, ma soprattutto come avete fatto a fare in maniera così realistica i capelli e l’acqua?

Ron Clements: Effettivamente i capelli e l’acqua sono le due cose più difficili da riprodurre in maniera digitale. Un altro elemento complicato è stata la lava. Quando abbiamo deciso di fare questo film abbiamo capito fin da subito, che sarebbe stata una vera sfida. Dopo la presentazione e l’approvazione del progetto, il problema fondamentale è stato ricreare questi elementi. Dopo vari esperimenti e varie documentazioni, ecco il risultato.

John Musker: Tornando a 5 anni fa, quando siamo partiti per la Polinesia, siamo stati su un’isola in particolare, ed abbiamo incontrato un uomo che parlava con l’oceano come se fosse vivo, come fosse un essere umano. Per questo motivo, abbiamo deciso di trattare l’Oceano come se fosse un personaggio, come fu il Tappeto per Aladino.

Dopo l’incontro con i registi e la produttrici, sono arrivate le voci italiane del film, composte da l’attrice Angela Finocchiaro nel ruolo della Nonna Tala, il cantante Raphael Gualazzi nel ruolo del granchio vanitoso Tamatoa, la cantante Chiara Grispo nel ruolo di Vaiana per le canzoni. Ed infine il rapper Rocco Hunt, il quale ha composto il testo della canzone dei titoli di coda e il vincitore di Amici ’16, Sergio Sylvestre, collaborando per la prima volta insieme nella canzone Prego.

Da sinistra a destra: Rocco Hunt, Sergio Sylvestre, Chiara Grispo, Angela Finocchiaro, Raphael Gualazzi.

Da sinistra a destra: Rocco Hunt, Sergio Sylvestre, Chiara Grispo, Angela Finocchiaro, Raphael Gualazzi.

Hai avuto difficoltà nell’adattare la tua voce alle canzoni all’interno del film?

Chiara Grispo: Si, è stato difficile perchè per me è una cosa nuova ed ho dovuto prestare molta attenzione. Ma nonostante tutto, è stata un’esperienza che mi ha dato tantissimo.

Vaiana è forte e sapeva da subito qual era il suo sogno e obiettivo. Ti rivedi in lei?

Chiara Grispo: Mi ritrovo molto in lei, ho fatto in modo di arrivare a realizzare il mio sogno e anche se ho solo 19 anni, purtroppo ho ricevuto anche molte porte in faccia.

Come ti sei trovato a doppiare un cartone animato?

Raphael Gualazzi: Doppiare per me è stato un caso. Avevo interpretato già dei brani del Libro della giungla, per un cd della Disney. Sono favvero felissimo.

Com’è il vostro rapporto con il mare? Per quale motivo prendereste anche voi una zattera per fare come Vaiana?

Raphael Gualazzi: Io la prenderi per l’amore della musica.

Angela Finocchiaro: Io per l’amore. Non per una persona, ma come ha fatto Vaiana, per il suo popolo, per gli altri.

Chiara Grispo: Io per la musica e la famiglia. Sono fondamentali per me.

Sergio Sylvestre: Io in effetti già l’ ho fatto. Chi conosce un po’ la mia storia lo sa. Quando sono partito da Los Angeles per l’Italia, ho rischiato.

Rocco Hunt: Lo stesso discorso di Sergio, vale per me. Da dove vengo io, se non avessi superato il Reef come nel film, non sarei qui. Io lo farei per me stesso e poi per aiutare gli altri. In fondo anche io ho portato i problemi della mia terra per aiutarla, come ha fatto Vaiana.

Che emozione hai provato nel doppiare una principessa Disney? Hai ascoltato le canzoni originali? Qual è la tua canzone preferita Disney?

Chiara Grispo: Si, ho visto la versione in inglese. Ho realizzato un sogno nel doppiare nel canto una principessa Disney. Sono cresciuta con Camp Rock e High School Musical sono i motivi per i quali ho iniziato a cantare e la mia canzone preferita è presente nel secondo film.

Com’è il tuo rapporto con la Disney?

Angela Finocchiaro: Io sono innamorata dei cartoni animati. Mi ricordo della VHS di Dumbo, che si ruppe improvvisamente. Fu una tragedia. Poi quando ho avuto i miei figli ne ho approfittato per fargli vedere tutti i film Disney.

Cosa ne pensi del personaggio anticondormista della Nonna Tala?

Angela Finocchiaro: Il rapporto tra Vaiana e la Nonna è davvero prezioso, cosa che io non ho avuto. Riuscire a capire di avere accanto una figura come lei, che ti fa da guida è un grande regalo e per riuscire a captarlo, bisogna avere le antenne. Vaiana ha avuto la nonna, mentre io gli amici.

Cosa pensate delle metafore presenti nel film?

Rocco Hunt: Una bimba che insegna a Maui come combattere un demone è tanta roba. Forse in questo modo, un bambino che vedrà questo film, potrà capire che prevenire è meglio che curare.

Sergio Sylvestre: Andare oltre alle proprie paure e ai propri limiti.

Chiara Grispo: Vaiana non poteva superare il Reef, ma nonostante tutto è riuscita a superare i suoi limiti. La mia nonna è il mio papà che mi sprona sempre a fare di più.

Angela Finocchiaro: Quando i bimbi inizialmente sono spaventati da alcune situazioni, non si arrendono e cercano in tutti i modi di superare gli ostacoli. Vaiana va anche verso la morte. Se nelle favole non entri nel dolore, non cresci.

Raphael Gualazzi: C’è un ritorno al valore educativo delle emozioni, del cuore che non può essere tenuto solo per se. I valori più importanti sono per l’amore e la famiglia.

Il mio amore più grande?! Il cinema. Passione che ho voluto approfondire all’università, conseguendo la laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Salerno. I miei registi preferiti: Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e Mario Monicelli. I film di Ferzan Ozpetek e le serie tv turche sono il mio punto debole.

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Cinema

Cannes 74, intervista a Zhao Liang: “Come ho realizzato il mio film tra Chernobyl e Fukushima”

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La sezione Cinema for the Climate organizzata per la 74esima edizione del Festival di Cannes ha ospitato I’m so sorry, il nuovo film (ma sarebbe meglio dire “saggio per immagini”) di Zhao Liang, già in Concorso al Festival del Cinema di Venezia con l’acclamato Behemoth. La nuova opera del cineasta cinese riflette sulle conseguenze dell’energia nucleare, cominciando dai danni causati sull’ecosistema e raccontando poi il disperato tentativo di quelle pochissime persone che, nella zona di esclusione di Chernobyl, così come nelle zone più vicine al luogo del disastro di Fukushima, hanno tentato di rimediare con le loro singole forze, ripartendo letteralmente dal proprio orticello, a qualcosa di estremamente più grande di loro.

Zhao Liang ha raccontato a NewsCinema le difficoltà che ha dovuto affrontare nel realizzare le numerose scene del suo nuovo film nelle zone di esclusione di Chernobyl e Fukushima e le sensazioni provate ascoltando le testimonianze delle persone che hanno deciso di rimanere a vivere in quelle aree in completa solitudine.

L’idea del film nasce da una esperienza personale. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

Nel 2017 stavo effettuando delle ricerche per un nuovo film nella mia città natale di Dandong, nella provincia di Liaoning. Mentre stavo riposando a casa, il lampadario e il ventilatore hanno cominciato ad oscillare e l’intero edificio a tremare. Pensavamo fosse un terremoto, ci siamo spaventati e mia nipote ha trascinato immediatamente la nonna al piano di sotto. Solo il giorno successivo abbiamo appreso dalla stampa estera che si trattava di una bomba atomica lanciata dalla Corea del Nord. La distanza tra il luogo dell’esplosione e Dandong era di circa 450 chilometri. Il frammento del lampadario tremolante presente nel film è ispirato a questa esperienza personale, che è stata poi anche la ragione per cui ho deciso di realizzare l’intero progetto. 

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai dovuto affrontare durante le riprese nelle zone di esclusione e nelle aree contaminate? 

Poiché non c’era protezione contro le radiazioni, il massimo che potevamo fare era prevenire l’inalazione di particelle che trasportavano radiazioni nel corpo. Portavo sempre con me un Contatore Geiger per calcolare la quantità totale di radiazioni. Se superava il valore entro un certo periodo di tempo, dovevamo andarcene. Pertanto, abbiamo dovuto girare il più rapidamente possibile nelle aree ad alta radiazione. Ad esempio, nelle aree incontaminate di Fukushima, la radiazione era circa 30 volte superiore al normale. A Chernobyl invece, mi sono fatto aiutare da una guida esperta che conosce ogni angolo delle zone ad alta radiazione, che sono molto pericolose se si rimane troppo a lungo senza un contatore Geiger.

Nella centrale nucleare che sta per essere smantellata in Germania (una operazione che richiederà ancora diversi anni, ndr), dovevamo cambiarci i vestiti ogni volta che entravamo e uscivamo dal sito. Il tempo di ripresa è stato anche lì molto limitato, a causa delle operazioni di svestizione e vestizione che ne assorbivano molto. Anche l’attrezzatura fotografica doveva essere regolarmente controllata. In alcune aree, il treppiede non poteva toccare il suolo, perché c’era la possibilità di far uscire così qualche traccia di polvere. Anche i lavoratori dovevano seguire rigorosamente ogni procedura. I loro corpi vengono trafitti da proiettili invisibili ogni giorno: mi chiedo cosa li motivi a rimanere e a lavorare lì.

Su una piattaforma di cemento nell’ex sito di test nucleari sovietici in Kazakistan, la mia cinepresa non funzionava. Registrava per quattro secondi e poi si spegneva. Quando ho spostato la camera a due metri di distanza dalla piattaforma di cemento, sono stato in grado di filmare normalmente e mi sono chiesto se quel problema fosse dovuto alla presenza di radiazioni. Più tardi, di nuovo, in macchina, il mio contatore Geiger ha cominciato a suonare. Era molto rumoroso. Ho controllato le mie scarpe e c’era del materiale nero carbonizzato simile al silicone sotto la suola. Me ne sono sbarazzato rapidamente e sono tornato in macchina. Il contatore Geiger è diventato silenzioso. C’era sempre molta apprensione quando mettevamo piede su quelle aree. 

Quanto tempo hai passato con i solitari abitanti delle zone di esclusione? Cosa ti ha colpito di loro al punto da filmarli per lunghi minuti, in una estenuante sfida con il loro sguardo?

Non ho potuto spendere molto tempo con loro, perché nelle zone contaminate mi erano stati concessi solo quattro giorni di riprese alla settimana. Con ciascuno dei protagonisti, ho avuto quindi solo qualche giorno di tempo. Quello che mi ha colpito di loro è stato il profondo attaccamento alla casa in cui sono cresciuti e invecchiati, il loro ottimismo e il loro amore. Quando ho incontrato Maria, nella zona di esclusione Chernobyl, ho percepito una profonda solitudine. È l’unica persona rimasta nel villaggio. Si potrebbe pensare che vivere in quelle condizioni, nel totale isolamento dal mondo, conduca ad una progressiva perdita di cognizione del tempo. E invece Maria controllava sempre l’ora con un vecchio Nokia e aveva piccoli orologi dappertutto, appesi al muro e sui comodini. Il tempo era un compagno per lei. L’attesa. E nel film ho cercato di catturare il passare del tempo nell’aria. Ho chiesto all’interprete e alla troupe di andarsene e sono rimasto solo con lei. A volte, dopo aver fatto partire la ripresa, me ne andavo anch’io.

Le immagini delle manifestazioni ambientaliste in Germania sono tra le poche immagini di speranza del film. Pensi che in Europa ci sia una sensibilità diversa rispetto alle tematiche ambientali grazie ai movimenti giovanili di protesta?

È fondamentale che i giovani scendano in strada per protestare contro la timidezza con cui i governi stanno affrontando il problema climatico. Sono manifestazioni che rendono le persone consapevoli e attente a questo tipo di argomenti. È molto importante quello che è stato fatto da un movimento globale come Fridays for Future, prima per raggiungere la gente comune e poi per incidere sulle decisioni politiche. 

Come sei riuscito a bilanciare la tua aspirazione poetica, quindi di astrazione, con la necessità di comunicare in maniera molto diretta il destino a cui il mondo sta deliberatamente decidendo di andare incontro?

Il cinema è prima di tutto arte: il linguaggio poetico può toccare profondamente l’anima delle persone. Mi piace sperimentare con le immagini e intendo esprimere i miei pensieri innanzitutto attraverso un linguaggio cinematografico, quindi poetico per definizione. Fare un buon film è come chiudere un cerchio.

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Alice nella Città

Sul più bello | Interviste a regista e cast della sorprendente teen dramedy

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Presentato alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Alice nella città, Sul più bello è l’opera prima di Alice Filippi, con Ludovica Francesconi, Giuseppe Maggio, Gaja Masciale e Jozef Gjura.

Marta è una giovane come tante, se non che soffre di una malattia genetica ed è ossessionata dalle liste. Le sue giornate trascorrono tra gli studi universitari, il lavoro al supermercato e le chiacchiere tra amici. Sì perchè Marta ha due amici, Federica e Jacopo, che le sono sempre accanto, nel bene e nel male. L’incontro con Arturo sconvolgerà la vita di tutti.

Sul più bello | Tra ossessioni e manie

Abbiamo incontrato i giovani protagonisti e la regista piemontese, in occasione del passaggio alla kermesse capitolina, ed ecco cosa abbiamo scoperto…

Nel film Marta dice che “la lista è vita”. Voi avete un’ossessione o una mania simile?

Gaja Masciale: Ne ho talmente tante… Un’ossessione che ho anch’io e che praticamente ho coltivato da un po’: ho un sacco di diari, dove scrivo ogni giorno più o meno tutte le cose che mi succedono. Tutte. Perchè poi ogni tanto, per esempio oggi prima di venire qui, sono andata a prendere il quaderno di Sul più bello ed ero così emozionata, avevo scritto tutto, come mi sentivo. Poi ovviamente sono flussi di coscienza.

Jozef Gjura: Io ho delle fobie. Odio prendere l’ascensore quindi a volte mi faccio anche sette piani a piedi. Anche io scrivo tante cose ma non sono così meticoloso come Marta, scrivo e mi finiscono i fogli ovunque di qua e di là, quindi in realtà sono molto confusionario.

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Gaja Masciale, Ludovica Francesconi e Jozef Gjura in una scena del film.

Ludovica Francesconi: Ma io ho delle cose che faccio come routine… Non tolgo mai un anello che è di mia nonna e che mi ha regalato. E mi faccio tutti i giorni, la mattina, il the con il latte, perché ho bisogno di riflettere, di prendermi i miei 10 minuti tranquilla.

Giuseppe Maggio: Allora io quando sono stressato, mi pulisco le scarpe con tutto il kit. È una cosa che mi ha insegnato mio nonno ed è una mania perché devono essere proprio fatte bene, lucide. È una cosa anche utile che mi ricorda mio nonno.

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La città di Torino e i riferimenti cinematografici

Quali sono stati i riferimenti o le ispirazioni per il film?

Alice Filippi: Io quando ho letto la sceneggiatura, ho pensato subito ad un film che raccontava delle tematiche molto delicate e in più si indirizza ai ragazzi. Quindi ho pensato che quei colori potessero rappresentare anche il carattere di Marta. Non solo nella storia, nelle battute, nella messa in scena ma anche visivamente mi piaceva raccontare Marta in questo modo.

A me piace moltissimo Wes Anderson per la cura che ha della fotografia, scenografia e costumi, e ho cercato con la mia squadra di fare proprio questo lavoro. Abbiamo lavorato per creare un mondo che fosse colorato e frizzante, però senza essere surreale. Quindi molto al limite, perché sennò c’era il rischio che diventassero delle macchiette. Abbiamo cercato di dosare molto i toni per raggiungere questo obiettivo.

Quanto ti ha aiutato la città di Torino, con i suoi scenari e l’atmosfera?

AF: Torino è una città meravigliosa. Io poi sono piemontese e quindi l’idea di girare il mio primo film a Torino, che è stato un caso perché era un colloquio qui a Roma, devo dire che mi sono sentita di giocare in casa. E sono stata molto contenta perché la conoscevo, conoscevo i luoghi e ci sono dei luoghi meravgliosi. Può essere anche bella colorata Torino, non so perché c’è quell’immagine differente. Potendo raccontare questa bella Torino, per me è stato portare anche la mia terra sullo schermo.

Tre aggettivi per descrivere se stessi

Se doveste descrivervi con tre aggettivi, non tutti positivi…

LF: Sono una persona emotiva, sia in positivo che in negativo… soprattutto in negativo (ride, ndr.). Solare e impacciata.

GM: Sono spesso egocentrico, sono insicuro anch’io e abbastanza fragile.

JG: Impaziente, elegante… o stiloso forse. Lo stile è questione di personalità. Forse un po’ vanitoso, essendo un attore.

GajaM: Sicuramente sono precisa, nella mia confusione ovviamente. Sono una persona determinata, come Federica (il personaggio che interpreta nel film, ndr.) e sono molto disponibile nei confronti degli altri.

AF: Esigente, molto sensibile e attenta.

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Giuseppe Maggio e Ludovica Francesconi in una scena del film.

Quale è stato uno dei momenti più difficili ed uno dei più belli della realizzazione del film?

GM: Penso che il più difficile sia stato quando ci hanno detto che non potevamo più girare e abbiamo dovuto interrompere le riprese.

LF: Sì è stato un duro colpo, perché sei un po’ in una bolla che ti protegge quando sei sul set, quindi non ti rendi realmente conto di quello che accade fuori, soprattutto perché è successo molto all’improvviso. Almeno io l’ho vissuto così. Ero totalmemte concentrata su questa cosa che si stava realizzando… Mi ricordo il preparare di corsa la valigia per poter ripartire – perché abbiamo girato il film a Torino – e tornare dai miei genitori.

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Il momento più bello è stato ricominciare, perché i primi due giorni a marzo io ero comunque tanto emozionata, avevo il terrore di cosa stava accadendo, perché dovevo capire come funzionava tutto, questa macchina che è perfettamente architettata e quindi ero molto agitata. Ritornare sul set sapevo quello che mi aspettava, non vedevo l’ora. Nel momento in cui abbiamo ribattuto il primo ciak ed è stata penso l’emozione più bella.

GM: L’ultimo ciak, per me. Perché ce lo siamo portati a casa.

L’emozione del grande schermo e una canzone da karaoke

Che emozione vi ha fatto rivedervi sul grande schermo, nella cornice del Festival?

GM: Enorme, è stata enorme.

LF: Io sto cercando di metabolizzare. Prima mi stavano facendo delle domande e ho dovuto dire “scusate un attimo, ho appena visto il film, datemi due minuti per riprendermi”. Mi tremavano le gambe, perché cercavo di contenere l’emozione e ripetermi “non pinagere, non piangere, non piangere”.

JG: La prima volta che l’ho visto non riuscivo a vedermi, ero super critico. Oggi invece ho visto che c’è una grossa sintonia tra di noi, quindi sono molto contento per come funziona.

GajaM: Quando mi sono rivista sul grande schermo facevo fatica a contestualizzarmi, poi fa un certo effetto rivedersi, sentire anche la propria voce. Poi invece anche io oggi ci ho preso gusto. Vedi… ho fatto un bel film, ne posso fare un altro? (ride, ndr.)

Scegliete una canzone che cantereste al karaoke.

GajaM: Io l’ho cantata e sono stata csì coraggiosa da voler cantare Mina, Oggi sono io.

JG: Roberto (Proia, sceneggiatore del film, ndr.) ci ha fatto fare il karaoke a fine film E io “non canto, non canto” e ho cantato I will survive.

GM: Sul più bello di Alfa.

LF: Beh io a questo punto canterei Fly me to the moon.

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Can Yaman

Verissimo | la prima intervista italiana all’ attrice turca Demet Özdemir

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Direttamente dalla splendida Istanbul, nonostante gli impegni lavorativi e la minaccia del coronavirus, l’attrice del momento Demet Özdemir è volata in Italia, precisamente negli studi Mediaset di Milano. Arrivata in punta di piedi, presumibilmente per non creare situazioni di assembramento sotto il suo hotel, l’attrice è stata ospite della trasmissione televisiva Verissimo condotta da Silvia Toffanin.

Prima volta nel nostro Paese, prima volta in una trasmissione televisiva italiana e prima volta che si riesce a scoprire qualcosa di più in merito alla sua carriera, la sua famiglia, la vita privata e il rapporto con i fan. Attraverso i suoi 11 milioni di follower su Instagram, la Özdemir è nota non solo per essere stata la dolce Sanem nella serie Daydreamer – Le ali del sogno attualmente in onda su Canale 5 durante il weekend, ma anche per essere portavoce di molte associazioni benefiche legate ai bambini e agli animali.

Grazie alla voce della sua doppiatrice italiana Joy Saltarelli, ecco quali sono state le risposte corpose e molto interessanti date dalla solare Demet alla padrona di casa Silvia Toffanin.

La prima volta in Italia e il rapporto con i fan

Accolta con il brano Ordinary Day dell’indimenticabile Dolores O’Riordan, vestita con un completo grigio molto elegante e giovanile allo stesso tempo è entrata Demet Özdemir accolta da un perfetto “Merhaba” pronunciato dalla Toffanin a sua volta ha risposto con un sorridente “Buongiorno”.

È la prima volta che vieni in Italia?

-Si è la prima volta in Italia. È la prima volta che partecipo a un programma in Italia, per me è bellissimo essere qui. Tu sei bellissima.

Tu sei una star in Turchia, non solo in Italia. Come vivi il successo?

-Devo dire, in due modi diversa. Facciamo questa professione, ed è normale essere conosciuti ed effettivamente viviamo in mezzo alla gente e tutti ci vedono. È un po’ un obbligo, fa parte di questo mestiere. Però, d’altra parte, abbiamo anche la nostra vita privata, abbiamo i nostri passatempi; e sono cose che tengo per me. Cerco di essere, attenta a utilizzare le cose come si deve, ma è che chiaro che tutto sta andando bene. C’è questa unione così bella ed trovo che sia quasi un miracolo. Perché riuscire ad arrivare a tutti, raggiungere le persone nel mondo non è qualcosa che tutti riescono a fare. È questo il messaggio. Quando uno sogna qualcosa, riesce a ottenerlo. Questo è il messaggio che vorrei lanciare. Sono stata un po’ lunga?

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L’infanzia di Demet Özdemir

Dopo aver raccontato le sue origini tra la Bulgaria e la Turchia, Demet ha iniziato a parlare a ruota libera della sua infanzia e adolescenza, rivolgendo un pensiero speciale anche alla sua migliore amica: la mamma Ayşen Şener. Al termine di video di presentazione, la star turca ha dichiarato: “È incredibile, ci sono cose in questo video che persino io ho dimenticato e il fatto che le abbiate trovate e messe insieme è bellissimo. Grazie, grazie con il cuore.”

Tu che bambina sei stata?

-Ero strana. Ero un po’ un maschiaccio, va detto. Scappavo via da casa. Avevo una sorella con la quale andavo molto d’accordo, ma andava a scuola e io restavo da sola a casa. Che cosa potevo fare? Scappavo via e andavo alla sua scuola. Mia mamma non ne poteva più. Devo dire che durante tutti gli anni della mia crescita è stata sempre dietro a me. Ero libera e vivo in una grande città però bisogna dire, che i miei primi anni ho vissuto in un villaggio, dove c’erano tanti alberi, e mi divertivo ad arrampicarmi. Avendo vissuto quella libertà, sono stata molto fortunata. E forse, proprio questo è stato di ispirazione per il mio modo di recitare. Perché durante tutta la mia vita, qualsiasi cosa, la nostra vita in generale, tutto quello che viviamo, poi viene messo da parte e può essere utilizzato durante la recitazione. Quindi è stato bello essere quel tipo di bambina.

Tu sognavi? Eri una bambina sognatrice come il tuo personaggio Sanem?

– È così è così. Forse questo fa un po’ parte del successo. Perché ho incarnato, perfettamente il personaggio, anche se c’è un po’ di differenza, perché Sanem è sempre lì che trema, è come se avesse due mani sinistre. Questa sua serenità, questi suoi rapporti familiari, così calorosi, non so se dico davvero tutto quello che mi passa per la mente come fa Sanem. Però Sanem è coraggiosa e tante volte, fa delle cose, senza pensare a cosa va incontro e credo di avere lo stesso tipo di coraggio anche io. Ecco perché forse, riesco a portare sullo schermo proprio questa caratteristica.

Una mamma per amica

Come anticipato poco fa, il rapporto tra l’attrice e la sua mamma è stato atipico rispetto alla normalità. Prendendo in prestito il titolo di una nota serie tv americana Una mamma per amica, attraverso questa frase potrebbe essere riassunto il loro rapporto fin dai primi anni di età della ragazza.

Che rapporto hai con la tua mamma?

-Ho un rapporto bellissimo, è così carina. Non è proprio quel rapporto mamma e figlia. Mia mamma ha vissuto a Berlino, è stata hostess. Ha avuto una formazione eccellente, istruzione e credo che per tutti valga la pena. Più le mamme diventano meno giovani, diciamo così, più le ragazze, le figlie sono vicine. Quindi talvolta, è come se fossi io la sua mamma e altre volte è lei che è mia mamma, ci scambiamo i ruoli, qualche volta usciamo fuori e le dico: mamma ti prego, stai attenta, fammi sapere quando rientri, mandami un messaggio. Quindi è così, è come una condivisione dei doveri. Lei è la persona che mi dà più coraggio. E poi vorrei parlare delle donne, l’esistenza, i valori della vita, l’amore, l’affetto. Sono tutte cose che mi ha trasmesso lei. Si apprendono dalla famiglia. Quindi il fatto di avere coscienza, di non dover offendere le persone: tutto questo è merito di mia madre. E se oggi sono qui è anche merito suo. So che è molto emozionata per me e penso che stia già piangendo nel vedermi.

Lei però ti sognava avvocato, non attrice…

-Si. È vero, è vero. Questo era il suo sogno. Ma non mi ha detto: Devi essere un avvocato. Io da bambina volevo essere avvocato. E mia madre è sempre stata di sostegno a tutte le mie decisioni. Mi ha sempre detto che non c’è età per essere rispettosi di tutti. Io volevo essere avvocato e a casa avevo quella cosa che utilizzano i giudici e dicevo: La mia decisione è questa!. La vita mi ha messo in un altro percorso e devo dire che mia madre non è stata poi così triste nel non vedermi avvocato. Mi ha sempre sostenuta.

Il primo amore di Demet Özdemir: il ballo

Ballerina, attrice e cantante, visto che la sigla intitolata Gunaydin della serie Daydreamer nella versione originale è cantata da lei, dimostra quanto sia una ragazza completa da un punto di vista professionale. Infatti, non tutti sanno che proprio dal ballo è iniziata la sua carriera nel mondo dello spettacolo.

Tu però a 15 anni – molto presto hai iniziato a lavorare – che lavoretti facevi? Ballavi?

-Si ballavo e vorrei ancora ballare. È ancora un mio desiderio. Ho iniziato a ballare quando avevo 15 anni e dovevo anche lavorare. Dovevo. Ma ho voluto fare qualcosa che mi piacesse. Mia sorella aveva già ballato ed era quindi un settore che conoscevo tramite lei. Per questo ho voluto e avuto una forte volontà e formazione. Non ho detto: Ah! Voglio ballare e sono diventata ballerina. Ho seguito una formazione. Poi è successo che le cose sono andate così come le sognavo. Ma non ho mai detto che sarei diventata ballerina per sempre, che sarebbe stato il mio mestiere. Però il settore del ballo è vissuto con più libertà.

Sei stata anche cheerleader…

-È così, è così. Era bellissimo quel periodo, formidabile! C’erano competizioni. I maschi che giocavano a pallacanestro e io ero in mezzo che ballavo. Era come se smussassi gli angoli. Ed era strano, perché mi guardavo intorno e la gente era impaziente di vedere queste partite. Noi ragazze invece eravamo lì a sorridere e ballare. C’era bisogno di alleggerire l’atmosfera.

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Il successo di Daydreamer – Le ali del sogno

Inutile dire che il motivo della sua venuta in Italia è strettamente legata al clamoroso successo della serie tv turca Daydreamer – Le ali del sogno che dal 10 giugno ha conquistato il pubblico italiano di tutte le età. L’alchimia con il partner della serie, Can Yaman ( clicca qui per leggere la sua intervista andata in onda la scorsa settimana a Verissimo) ha suscitato interesse e curiosità in tutto il mondo, a tal punto da sperare in una possibile relazione tra i due. Ecco cosa ha risposto la Özdemir su questo argomento.

Due anni fa è arrivata la serie Daydreamer la serie che stiamo vedendo adesso in Italia e che sta appassionando tutta il pubblico di Canale5 e Sanem è entrata nel cuore degli italiani. Ti piace rivederti?

-È bello! E dietro c’è tanto impegno. So che adesso lo state vedendo e vi piace molto e questo mi rende felice. Come ho detto è stato veramente un momento importante per me, una svolta nella mia carriera. C’è una sorta di atmosfera magica, e tutti si sono impegnati a fondo. Ci siamo divertiti e io mi sono divertita tanto. Mi è piaciuto tantissimo e vedo che gli echi sono giunti fino a qui in Italia. Sono molto felice e fiera di questo progetto.

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Il rapporto con Can Yaman dopo la fine della serie tv turca

Questa coppia, la vostra coppia sta facendo sognare. Che rapporto hai con Can Yaman?

-Abbiamo un ottimo rapporto. Abbiamo avuto un periodo in cui abbiamo recitato insieme, anche lui è molto bravo e so che ogni tanto viene in Italia. Diciamo che è stato un bel viaggio insieme e spero che lui continui così nella sua carriera. Lo auguro anche a tutti gli altri che hanno partecipato alla nostra serie, perché so che tutti hanno progetti molto ambiziosi e anche io ne ho. Quindi, quando guardo indietro, al passato, mi rendo conto che è stata una serie di cui si può essere fieri.

Ma siete amici anche nella vita o solo professionale?

-Come posso dire? Non voglio assolutamente essere fraintesa. Siamo amici. È una persona piena di valore, una persona a cui sicuramente voglio bene. Abbiamo entrambi grandi progetti, lavoriamo tanto, quindi non riusciamo a vederci così frequentemente. Certamente è una persona a cui tengo molto e tutte le persone che incontro nel mio percorso sono pieni di valore per me.

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Il nuovo progetto: Doğduğun Ev Kaderindir 

Rispetto ai suoi colleghi che hanno recitato con lei in Daydreamer – Le ali del sogno, a distanza di pochi mesi dall’ultimo ciak, Demet si è trovata catapultata in una nuova serie, questa volta dai forti risvolti drammatici. Per il pubblico, il semplice fatto di aver parlato di questa nuova serie, conosciuta con il titolo internazionale My Home My Destiny, ispirata a una storia vera, ha acceso la speranza di poterla vedere in tv prima o poi. Vediamo cosa ha risposto su questo progetto e come stanno vivendo il set lei e il suo partner lavorativo İbrahim Çelikkol, dopo lo stop forzato che hanno subito mesi fa, a causa del coronavirus.

So che tu stai lavorando a grandi progetti in Turchia e sei sempre molto impegnata...

-Esattamente, si. C’è una nuova serie. È finito Daydreamer e dopo tre o quattro mesi dalla fine ho iniziato un altro progetto totalmente diverso rispetto a quello. Dopo che ho letto il copione, mi è piaciuto moltissimo. È una storia vera. La storia di una donna che cerca di restare in piedi e la lotta che deve affrontare è un dramma. È una cosa che ho sentito profondamente perché dopo otto anni è giunto il momento anche per me di affrontare un dramma. Quindi un nuovo percorso per me.

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Italia e Turchia, unite dalla paura a causa della pandemia da coronavirus

Demet com’è stato tornare sul set dopo il lockdown? Anche in Turchia vi siete dovuti fermare a causa del virus…

-È vero, è stato un periodo davvero difficile. All’inizio era ancora più complicato perché nessuno riusciva minimamente a capire, a capacitarsi di cosa stesse succedendo, e poi, man mano che il tempo è passato, le persone si sono abituate a tutto. Questo sia nel senso positivo che nel negativo. È spuntata una mascherina, abbiamo dovuto continuamente disinfettarci le mani e piano piano questa consapevolezza è stata sempre più viva. All’inizio avevo timore, avevo paura per la mia famiglia poi avevo paura soprattutto per le persone più anziane. Poi mi sono resa conto che anche noi siamo fonte di rischio e quindi dobbiamo essere responsabili.

Adesso siamo ancora un po’ timorosi, parlo di Istanbul. Tutti fanno attenzione e tutti hanno questa premura. Anche noi che lavoriamo sul ste facciamo tutto il necessario, facciamo il test. È chiaro che quando si recita non si può portare una mascherina, però cerchiamo veramente di fare del nostro meglio e di prendere tutte le precauzioni necessarie.

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La vita privata della ‘donna bambina’ Demet Özdemir

Qualche mese fa, in un articolo dedicato a lei (clicca qui per leggerlo) avevo definito Demet Özdemir, una donna bambina prendendo in esempio il brano Acqua e sapone del gruppo italiano Gli Stadio. Dalle risposte dichiarate senza remore si percepisce la sincerità e la trasparenza del suo essere, qualità particolarmente apprezzate dai suoi fan in tutto il mondo.

Tu sei una donna felice? Quando ti guardi allo specchio, pensi che sei felice?

-Direi di si! Lavoro così tanto. A volte mi guardo allo specchio e mi vedo vecchia. In questa ultima serie continuo a piangere e piangere. Torno a casa, mi guardo allo specchio e mi rendo conto di essere invecchiata di vent’anni. Ma poi mi riadatto, perché ho tanta energia. Vedi non riesco a stare ferma. Ci sono momenti in cui mi sento più stanca. Non posso farne a meno perché lavoro davvero tanto. Però rimango sempre un po’ birichina, sempre molto movimentata. Sono una persona che ama divertirsi e credo che la gente questo lo sappia, perché sui social vedo che girano tante cose. Lì mi sento come se avessi vent’anni.

Ti piacerebbe diventare mamma? Ci pensi ogni tanto?

Bella domanda! Prima mi hai detto che sembrano giovane e ora mi fai questa domanda? In futuro, futuro, futuro credo di sì. Essere mamma è una cosa bellissima, una cosa stupenda. Però posso dire una cosa, certamente vorrei essere mamma. Però non c’è nessun obbligo. Non è una decisione obbligata. Io vedo mia madre, vedo le altre mamme, delle mie amiche, dei miei amici e dico: un giorno anche io sarò mamma. Sai che spesso mi sono chiesta che tipo di mamma potrei essere. Che cosa sarà? Spero solo di essere una mamma felice, serena e calma. Spero di non avere una bambina o un bambino troppo birichina o birichino.

Ma c’è un fortunato al tuo fianco?

-È una domanda un po’ privata. Normalmente non rispondo a queste cose, però… Sto pensando a come rispondere…Perché anche in Turchia mi fanno sempre questa domanda. Non sono insieme a nessuno. L’avevo già detto anche in Turchia, l’ho detto tante volte però, ci sono momenti in cui potrei sentirmi completamente innamorata e questa cosa io non la potrò nascondere. Ecco questa potrebbe essere la risposta. Se dico che non c’è nessuno, vuol dire che non c’è nessuno. E infatti non c’è nessuno.

C’è l’amore dei tuoi fan che ti adorano. Che cosa ti senti di dire ai fan italiani che sono impazziti d’amore e d’affetto per te, appena hanno saputo che saresti venuta in Italia?

-Potrei risponderti che ci sono i miei fan. Loro sono le mie persone. Guardo anche su Instagram e talvolta sono davvero divertenti, quasi comici. Avevano il dubbio sul fatto che io venissi o meno, ma non erano sicuri. Hanno scritto delle cose meravigliose. Hanno detto cose tipo: Ah, Demet, sei in Italia? Batti un colpo. Vieni da noi. Dove sei? Diccelo! Hanno messo delle faccine bellissime.

Ti ringrazio tantissimo Demet. È stato un piacere averti qui sono felice che tu sia venuta in Italia per la prima volta qui a Verissimo. Ti auguro tanto successo, già ne hai, ancora di più, sei bellissima e sei davvero entrata nel cuore degli italiani. Grazie di cuore Demet, è stato bellissimo incontrarti alla prossima quando vuoi puoi venire qua.

-Grazie a voi!

-Alla prossima quando vuoi!

-Lo spero. Inshallah.

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