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Interviste

Paolo Sorrentino presenta This Must Be The Place

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Si è tenuta questa mattina, presso la Casa del Cinema di Roma, la conferenza stampa di This Must Be The Place, nuovo film di Paolo Sorrentino. In occasione dell’uscita nelle sale del film, che vede come protagonista uno strabiliante Sean Penn in versione rock star in stile Cure, il regista, insieme a Carlo Rossella (per Medusa), Andrea Occhipinti (per Lucky Red), Umberto Contarello (sceneggiatore del film) e  Nicola Giuliano (produttore del film), hanno risposto alle tante domande della stampa incuriosita ed affascinata dalla visione di un film così poco italiano ed allo stesso tempo dallo stampo inconfondibilmente sorrentianiano, che è riuscito a conquistare dapprima il cuore di una star come Penn per poi approdare in America con troupe italiana al seguito. Di per sé un caso nella cinematografia italiana. Il film, presentato in concorso al Festival di Cannes, arriverà nelle nostre sale il prossimo 14 ottobre.

 

This Must Be The Place, oltre che per l’aspetto musicale, ricorda quei primi film di cui David Byrne ha firmato la regia. C’è stato il suo apporto anche nella scelta della fotografia e del tratto cromatico del film?

Paolo Sorrentino :  Il cinema di Byrne mi piace molto, ci sono molte ispirazioni in questo film ed sicuramente possibile che ci sia anche una sua influenza, oltre che musicale. La sua è una dittatura musicale all’interno del film, è possibile che anche a livello cinematografico ci sia stato un contributo magari involontario.

Per la collaborazione musicale invece, com’è andata?

Paolo Sorrentino : Ho tallonato David Byrne inizialmente per lungo tempo, fino allo stremo ed ha detto sì, per sfinimento forse. Appena abbiamo avuto un progetto più concreto tra le mani ci siamo fatti avanti proprio forti di quel sì. La cosa interessante è che sono state musiche fatte da un gruppo di diciottenni e questo sicuramente l’ha incuriosito e motivato. Era titubante più sul suo cameo ma alla fine ha ceduto anche a quello. Tra l’altro ci terrei a dire, anche se esulo dalla domanda, che questo è un film italiano a tutti gli effetti ed è stato venduto in tutto il mondo tranne la Cina, possiede gli elementi per cui si possa facilitare una vendita in tutto il mondo ma non è così scontato per un film italiano.

Il cerone, la capigliatura, il rossetto, sono come coperte di Linus per il protagonista, delle quali alla fine si spoglia, raggiunto un suo equilibrio personale?

Paolo Sorrentino : Sì, assolutamente, è stata esaustiva nella domanda, ha già detto tutto lei.

A proposito di Cheyenne, il protagonista. È realmente depresso o è solo annoiato?

Umberto Contarello : Forse (Cheyenne) sta in quella zona grigia che sta è una noia prolungata e un’avvisaglia di malinconia che potrebbe virare in una forma depressiva ma in questi casi dipende molto dalle persone che diagnosticano, è soggettivo.

Perchè ha sentito il bisogno di raccontare la storia dell’olocausto. Trovo che sia un film incentrato su questo a prescindere dalla facciata on the road o rock.

Paolo Sorrentino : Sarebbe errato dire che sia un film sull’olocausto, si muove su quello sfondo e racconta delle cose relative a quel momento ed espone fatti in maniera del tutto non completa, al di là della portata storica. L’olocausto è il più grande ventaglio di osservazione sul comportamento umano e sulle sue aberrazioni, quindi quando un film si prende la briga di affrontare quel discorso, non può essere portatore di un racconto completo. Sul personaggio dell’ex nazista, c’è l’idea che molte delle cose nate in quel periodo fossero sorte da un complesso imitativo, molte cose sono venute fuori dal documentarci come le parole della moglie, che afferma che la motivazione dello sterminio sia stata solamente motivata dal pretesto del rubare i soldi degli ebrei.. è talmente inedito nelle sue forme così cruente questo argomento che trovare una spiegazione sarebbe impossibile, quantomeno una spiegazione univoca. Si possono avere più sospetti sulle motivazioni dello sterminio ma avere una domanda univoca penso sia impossibile anche per gli studiosi più zelanti.

Umberto Contarello : Durante la scena con protagonista il personaggio del cacciatore di ex nazisti, Cheyenne chiede lui cosa sappia sull’olocausto ed egli risponde che ne sa poco e niente. Più che un film su una cosa così enorme come può essere l’olocausto, è la storia di una persona che impara qualcosa di piccolo qua e là su una questione così enorme.

Com’è nata la collaborazione con Sean Penn, e come si è evoluta nel tempo e come si è posto rispetto al personaggio?

Paolo Sorrentino :  Il lavoro con Penn, che conobbi nel 2008 a Cannes, in occasione della presentazione de Il Divo, ricalca il lavoro che mi è capitato di fare precedentemente con altri attori con la variante che lui, vedendolo lavorare hai la sensazione che sia in grado di far tutto e non è una caratteristica comune, e per chi fa il mio lavoro è un’arma a doppio taglio perché rischi di spingerti dove non vorresti, la massima libertà può non produrre il massimo effetto. In sceneggiatura c’era già una definizione del personaggio abbastanza precisa, con quelle caratteristiche ma al di là di questo, Penn ha portato il personaggio oltre, ha avuto una grandissima capacità di inserire tutto quello che in una sceneggiatura non si può mettere, tutte le sfumature. Ad esempio la camminata e la voce in falsetto sono sue idee, la camminata l’ha giustificata accostandola all’idea di una camminata da persona ricca, ingobbita e lenta. Ha dato l’apporto con sofisticate attenzioni alle quali sceneggiatore e regista non possono arrivare, solo i grandi attori possono farlo e s’è letteralmente impossessato del personaggio. La voce l’ha scelta lui, quasi fosse una voce addormentata, dava modo anche a tempi comici riusciti, a me sembrava del tutto congrua con un personaggio che avesse un lato femminile del tutto presente.

Che ne pensa della versione doppiata in italiano?

Paolo Sorrentino :  Il doppiaggio mi sembra buono, i doppiatori italiani sono eccellenti ma va da sé che preferisco la versione in lingua, sarà per l’abitudine.

La scena in cui David Byrne canta proprio il pezzo che dà il nome al film, mi domandavo come l’avete strutturata e quanto c’avete messo per realizzarla?  L’idea è stata tua o di Byrne stesso?

Paolo Sorrentino :  L’idea della scenografia che si muove è mia, ed è stato piuttosto complicato da realizzare, la proposta l’ho avanzata in un tempo ragionevole e gli scenografi hanno potuto mettere in pratica tutto il meccanismo per realizzarla, in modo tale che fosse silenzioso in quanto David (Byrne) voleva registrare in presa diretta. Per quanto riguarda l’inquadratura mi sembrava giusto farne una lunga ed ininterrotta. Mi sembrava giusto restituire un minimo di calma all’inquadratura rispetto al metodo al quale televisione e cinema ci hanno abituati ultimamente.

Stile “road movie” un po’ più intimista, secondo lei in che cosa si riconosce l’italianità di questo film, a prescindere dal suo nome?

Paolo Sorrentino :  Questo! Proprio il fatto che l’abbiamo fatto noi, con gran parte della troupe italiana. A me sembra moltissimo, il fatto che sia stato concepito e portato avanti da italiani. Per me è questo, che siamo tutti quanti nati qua, che cos’è l’italianità se non questo?

Umberto Contarello : In che cosa si vede che questo è un film di Sorrentino? In tutto e per sillogismo visto che Sorrentino è italiano, il film è italiano.

Volevo sapere se avete avuto notizie sull’uscita americana, essendo stato da poco stilato l’accordo con il produttore Harvey Weinstein e che cosa vi ha fatto sapere riguardo agli Oscar.

Nicola Giuliano : L’accordo con Wenstein è stato molto recente e comporta una serie di negoziazioni. Dobbiamo capire innanzitutto se ci sono i tempi tecnici per l’uscita “tecnica” per gli Oscar. Lui è assolutamente intenzionato a presentarlo all’Accademy, il problema è il tempo tecnico, deve uscire entro dicembre.

Una domanda non tanto rivolta a Sorrentino quanto a tutta la produzione del film. Come vi siete sentiti nel fare un film del genere, con un attore del calibro di Sean Penn, ambientato tra Irlanda ed America?

Nicola Giuliano : C’è stata una fase iniziale di grande entusiasmo e tutto sembra possibile e facile, come quando decidemmo di fare un film su Andreotti. Sorrentino ci ha comunicato la sua intenzione di voler fare un film con Sean Penn, gliel’ha proposto e la risposta è arrivata entro tre giorni ed era positiva, lì è scattata l’euforia. Il budget e la logistica di girare oltre Manica ed oltre oceano questo road movie, questi sono stati i veri problemi. La cosa più grande è stata l’architettura finanziaria del film, in fondo ci sarebbero stati anche modi alternativi per finanziarlo, avendo Sorrentino (conosciuto all’estero) ed una star del calibro di Penn, sarebbe stato facile cercare una major per il capitale ma è stata subito abbandonata questa ipotesi perché se da un lato il progetto viene facilitato nel processo di produzione, dall’altro rischia di vedersi lesa l’indipendenza creativa, ed il creatore del lungometraggio rischia di vedere stravolto il proprio progetto da come l’aveva pensato all’inizio. Quindi con i nostri produttori abbiamo messo insieme un budget bastante e di provenienza europea che è stato garanzia di totale libertà ed indipendenza per Sorrentino.

Ci presenti un personaggio disabile mentalmente che sembra dire tante cose giuste e reali in uno sfondo in cui la gente “normale” invece sembrerebbe affermare solo cose sciocche e surreali. Lei che cosa si è divertito a raccontare in questo film?

Paolo Sorrentino :  Da spettatore non amo molto i film che battono solo ed unicamente su un unico punto. Un film è un’occasione per mettere più carne a cuocere, per trattare più cose. Per me, per noi, c’erano molteplici elementi di interessa, dal personaggio con quelle caratteristiche, fino all’assenza di un rapporto affettivo tra padre e figlio ed anche raccontare con umiltà e solo per squarci lo sfondo storico dell’olocausto dal punto di vista  di un uomo di oggi, tralasciando al vera e propria ricostruzione storica. Raccontare la musica anche, ecco, ci sono più elementi che abbiamo tentato di far convivere con una struttura piuttosto rara nel cinema divisa solamente in due atti piuttosto che in tre come vorrebbe la canonica struttura cinematografica. Anche a chi non piace il film viene subito l’idea che abbia assistito a due film diversi, mentre chi ne esce soddisfatto arriva alla consapevolezza di due segmenti diversi nello stesso film.

Umberto Contarello : Uno dei motivi per cui il film mi piace è il fatto che nasce e vive dal desiderio di mettere in un lungometraggio le cose che piacciono. L’energia, la felicità di creare un film in fondo è e può essere, deve essere non la somma, ma la sintesi dentro un racconto, delle cose che molto ingenuamente ed infantilmente ti piacciono. Questa cosa si può fare solamente quando c’è un autore che ha una straordinaria capacità di sintesi visiva perché questo rende possibile il fatto che il film sia composto non da una cosa sviluppata completamente ma che percorra invece il film ed attorno alla quale ruotino altri temi e spunti altrettanto importanti che piacciono anche agli autori. Dà la possibilità allo spettatore di scegliere il suo film dentro al film, un po’ come succede con i romanzi. Ha varie chiavi di lettura, può essere letto e visto in tanti modi.

Un film italiano con un titolo inglese, perché questa scelta, abbastanza di campo?

Paolo Sorrentino :  Il titolo, c’è realmente una ricerca naturale delle cose che ci piacevano ed in questo ecco che la canzone preferita dei Talkin Heads, This Must Be The Place, è diventata il titolo del film. Con molta semplicità abbiamo pensato potesse essere questo il titolo azzeccato, con l’attinenza alla storia narrata, la ricerca del luogo giusto.

Lei nel film affronta il tema dell’assenza del rapporto tra padre e figlio, sul Venerdì di Repubblica spiegava come fu salvato durante la sua infanzia, grazie all’aiuto del suo quartiere, il Vomero a Napoli. Quanto c’è di quell’esperienza nel regista di oggi?

Paolo Sorrentino :  Ma non l’ho detto! Evidentemente l’ha interpretato male Zucconi ma non conosce bene Napoli e quel quartiere! A parte di scherzi, non è stata proprio questa la mia affermazione anche se il Vomero ha avuto il suo ruolo nella mia vita.

Una domanda per i produttori, il film è nato in un certo modo, in maniera indipendente e congiunta. Avete in mente altri progetti a prescindere da Paolo Sorrentino da proporre a Medusa o altre major?

Andrea Occhipinti : La nostra preoccupazione era stata innanzitutto quella di preservare l’autonomia di questo film e ci siamo riusciti avendo un lungometraggio firmato da Sorrentino con la partecipazione di Penn, grazie al prestigio dell’uno come regista e di una star come Penn, per sottolineare che l’attore americano non sarebbe bastato senza avere un Sorrentino alle spalle apprezzato nei paesi in cui il film è ed è stato sostenuto. Da lì siamo riusciti a portare avanti passo dopo passo questo progetto. Riguardo altri progetti in cantiere, il film su Vasco presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia ed il debutto alla regia cinematografica di Ivan Cotroneo con la Kriptonite nella Borsa, altre cose nuove non ne abbiamo.

Umberto Contarello : Questo film richiedeva la quadratura di un cerchio davvero difficile, tutti coloro che hanno costruito la possibilità di fare un film del genere con una star come Penn, in America , ma con totale libertà creativa. È stata un’impresa enorme, degna di un giudizio come quello che si può dare ad un lavoro squisitamente creativo, è un ringraziamento pubblico alla produzione.

Non c’è un lieto fine per gli altri personaggi di Sorrentino in questo invece sì. Il personaggio si libera dalla sua condizione, risorge. Corrisponde ad una fase della tua  vita? Sei ad un punto di svolta?

Paolo Sorrentino :  Non mi piace molto guardarmi indietro e fare paragoni trovando le differenze con cose precedenti. Questo film virava verso un finale di quel tipo, come diceva Contarello, potrebbe essere accostato ad un romanzo di formazione e ci sembrava buono che la formazione arrivasse ad un finale del genere. Per quanto riguarda Il Divo, creava sempre nuove aperture dentro la complessità ed i misteri delle questioni italiane, questo voleva essere più semplice, con una facile risoluzione. C’era bisogno di una vacanza e questo film lo è ampiamente stato.

Avendo letto il tuo romanzo “Hanno tutti ragione”, si può trovare una corrispondenza tra il protagonista del libro, Tony Pagoda e Cheyenne, protagonista del film?

Paolo Sorrentino :  No, tranne che per il fatto che sono entrambi ex cantanti rock direi di no. O forse hanno qualcosa in comune, non c’è nessun intento programmatico di farli differenti ma di primo acchitto non vedo particolari cose in comune.

Come hai scelto gli altri attori a parte Penn?

Paolo Sorrentino :  Abbiamo fatto dei casting in loco, in ogni luogo dove abbiamo girato.

Il ruolo del trolley, dell’inventore delle ruote alla valigia? Come è nata l’idea di inserire la curiosità nel film?

Paolo Sorrentino :  È una cosa che non finisce mai di stupirci, questa dell’invenzione delle ruote alle valigie, del trolley, è una cosa geniale, come la penicillina ed abbiamo finito per inserircela. A pensarci bene, è stato una maniera per riferirsi al dono della sintesi che in sé racchiude la genialità, anche in una cosa piccola come l’apporre due ruote per facilitare il trasporto delle valigie, anche in questo c’è una profonda genialità.

Qui fanno tutti qualcosa di artistico, nessuno vuole più lavorare. È una frase pronunciata all’interno del film, è la fine che sta facendo l’Italia?

Paolo Sorrentino :  Facevamo un po’ di autocritica con quella battuta, funzionava bene in quel momento del film, niente altro!

Questo è stato per te un film profondamente diverso dagli altri, girato in America, in lingua inglese.. l’hai definita come una bella e lussuosa vacanza, rimarrà tale o vorresti che si ripetesse come esperienza?

Paolo Sorrentino :  La realtà italiana non è mai addormentata, è sempre foriera di novità e per chi fa il nostro lavoro rappresenta un serbatoio costantemente ricco di spunti, si trova nelle faccende italiane un panorama molto attraente. Il cinema italiano sarà inevitabilmente destinato a diventare ancora più importante di ora, quando se lo potrà permettere.

 

 

 

 

 

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Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

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Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

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Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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