C’è un cuore nerissimo che batte nel petto del nuovo film di James Gray, un noir che gioca inizialmente con i codici del genere per mettere a proprio agio lo spettatore, fino quasi ad anestetizzarlo, per poi invece rivelare in maniera sconvolgente la propria durezza, il proprio pessimismo, la totale pervasività del male che racconta: fisico, mentale, sociale.
A livello temporale non siamo molto distanti dal precedente Armageddon Time, in cui già si indagava l’origine di una crisi collettiva, quella dell’America all’alba degli anni Ottanta, con la presidenza Reagan che si avvicinava e l’oppressione di una incombente minaccia nucleare.
Quegli ammonimenti non sono stati ascoltati e in Paper Tiger, ambientato qualche anno dopo quella storia, non sembrano già più esserci vie di fuga possibili.
Paper Tiger, il nuovo film di James Gray
Lo dovremmo capire fin dall’epigrafie con cui il film si apre, citando Eschilo: stavolta il tentativo ambiziosissimo di Gray è quello di inscenare una tragedia greca nel Queens del 1986.
Paper Tiger riesce infatti a suggerire fin dai suoi primi momenti che qualcosa di inquietante sta per accadere a questa famiglia apparentemente modesta e felice, veicolando la suggestione che la loro tranquillità sia destinata presto a frantumarsi.
Nessuno, però, può effettivamente immaginare a quel punto del film quale sarà la profondità di quel dramma che il regista ci annuncia da subito. Le sue conseguenze devastanti, irreparabili.
È tutto un film basato sugli inganni della vista, questo Paper Tiger. Quella danneggiata di Scarlett Johansson, presagio di un decadimento fisico imminente, così come quella di suo marito Pearl (Miles Teller), incapace di capire davvero l’entità del pericolo e della minaccia davanti a lui, troppo accondiscendente nei confronti di un fratello (Adam Driver) che è il simbolo di una nazione dal doppio volto.
Lo spettatore del film viene sottilmente e intelligentemente accompagnato in una “comfort zone” che è quella del noir patinato in costume, con le sue regole e i suoi stereotipi. Gli viene fatto credere che dietro a tutto quel trucco e parrucco magistralmente acconciato ci sia una storia – cinematografica – come tante: magari drammatica, ma comunque riconoscibile, classicheggiante, quindi in ogni caso rassicurante.
Un film cupo e doloroso
E invece anche questo è uno dei tanti trucchi utilizzati per ingannare lo sguardo del pubblico, per prendersi gioco delle sue aspettative.
L’ombra di un fucile sul muro di notte può far sembrare pericolosa anche un’arma giocattolo e così James Gray non ci rende mai davvero evidente chi, tra i diversi protagonisti a vario titolo coinvolti nell’ambiente criminale, è davvero quel che dice di essere.
Chi, tra loro, è effettivamente capace di andare fino in fondo alle proprie minacce? Chi finge di essere potente e chi invece lo è davvero? Chi ha il controllo della situazione e che invece semplicemente ostenta sicurezza? Chi è capace di uccidere e chi invece non sarebbe poi, nell’attimo fatale, capace di premere il grilletto? E così, nel nucleo famigliare, chi è davvero quello capace di proteggere i propri cari nel momento del bisogno?
Come spesso avviene nel cinema di Gray, il film progressivamente si apre ad altre contaminazioni. Il noir diventa dramma famigliare, poi eco thriller, infine, dicevamo, tragedia antica.
L’imprevisto inizialmente arriva come una buona notizia, come un segno della provvidenza, per poi trasformarsi in una condanna, in una sentenza definitiva di lutto e infelicità. C’è una società che è corrotta a livelli inimmaginabili, in cui tutti si vendono e si fanno comprare. Tossica al punto da infettare l’organismo di chi la abita.
I venti degli dei, quelli dell’Agamennone di Eschilo, soffiano un’aria insalubre, mefitica. La guerra può essere vinta, Troia è caduta e il sovrano sta rientrando, ma il coro – nonostante tutto – annuncia un terribile sentore di rovina imminente.


