Presentato nella sezione Venice Open – Fuori Concorso dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Place to Be è il nuovo film del regista ungherese Kornél Mundruczó, scritto dalla sua abituale collaboratrice Kata Wéber. Dopo la durezza di opere come Pieces of a Woman, il cineasta sceglie questa volta un registro più lieve per raccontare l’incontro tra due persone sole, affidandosi a Ellen Burstyn e Taika Waititi.
Per l’attrice statunitense, insignita proprio quest’anno del Leone d’oro alla carriera, il film assume quasi il valore di un piccolo omaggio al suo percorso dietro la macchina da presa, capace di riassumere la naturalezza e l’umanità con cui ha attraversato ruoli, generi ed epoche molto diversi.
Sentimentale senza troppe resistenze e costruito per rassicurare più che per sorprendere, Place to Be è un road movie dolceamaro e piacevole che trova nella presenza di Burstyn la ragione principale del proprio fascino.
Da Chicago a New York per un piccione smarrito: la trama di ‘Place to Be’
Dopo la morte del marito, Brooke Graham (Ellen Burstyn) ha dedicato gran parte della propria vita ai figli ormai adulti, Molly e Ron, interpretati rispettivamente da Pamela Anderson e Murray Bartlett. Dietro l’apparente serenità, tuttavia, si nasconde la sensazione di essere diventata una presenza marginale nelle loro esistenze. Brooke continua a preoccuparsi per entrambi, a offrire consigli non sempre richiesti e a cercare uno spazio che le permetta di sentirsi ancora necessaria.
A interrompere la sua routine è l’arrivo di Intruder, un piccione da gara smarrito che si introduce nella sua casa e sembra non avere alcuna intenzione di andarsene. Brooke decide di rintracciarne il proprietario e restituirglielo, trasformando un gesto apparentemente insignificante nel pretesto per partire da Chicago alla volta di New York. Durante il viaggio incontra Nelson Green (Taika Waititi), un uomo d’affari divorziato che sta attraversando una fase particolarmente confusa, segnata da difficoltà sia personali che professionali.

Quello che nasce come un incontro casuale si trasforma progressivamente in una forma di tenera complicità. Tra deviazioni e momenti di debolezza, Brooke e Nelson imparano entrambi a riconoscersi nella solitudine dell’altro. La missione per riportare a casa il piccione diventa così un percorso attraverso rimpianti e possibilità ancora inesplorate, durante il quale entrambi provano a ritrovare una direzione.
Un inno alle seconde possibilità
Place to Be non è un film particolarmente profondo, né sembra davvero interessato a esserlo. La sceneggiatura procede lungo traiettorie facilmente riconoscibili, asseconda volontariamente la componente sentimentale e conduce i suoi personaggi verso approdi immaginabili con largo anticipo.
Il piccione smarrito assume immediatamente il valore di una metafora: riportarlo nel luogo al quale appartiene significa, per Brooke e Nelson, provare a capire quale possa essere il proprio. Il film intrattiene in alcuni passaggi e commuove in altri, lasciandosi attraversare senza fatica per poco meno di due ore. Place to Be, in altre parole, non vuole andare oltre e Mundruczó ne asseconda la semplicità, affidandosi soprattutto al calore dei suoi interpreti.
Taika Waititi, in particolare, mette la propria ironia al servizio di un personaggio disorientato e vulnerabile, mentre Pamela Anderson e Murray Bartlett restituiscono con efficacia le diverse sfumature del rapporto tra Brooke e i suoi figli. Il film, però, appartiene inevitabilmente a Ellen Burstyn. A 93 anni, la sua protagonista è ostinata, ironica, caparbia, invadente e ancora attraversata dal desiderio di essere parte del mondo.
Nel suo vagare alla ricerca del proprietario di Intruder, Brooke sta soprattutto cercando uno scopo nell’ultimo capitolo della propria vita, dopo aver trascorso quello precedente a occuparsi degli altri. Place to Be non aggiunge molto a quanto il cinema abbia già raccontato sulla vecchiaia e sulle seconde possibilità, ma osservare Ellen Burstyn mettersi ancora in viaggio, letteralmente e simbolicamente, è sufficiente a rendere piacevole il percorso. A volte può andare bene anche così.
