Otto anni dopo Burning, Lee Chang-dong torna al cinema e lo fa proprio da Venezia, dove il suo Oasis aveva conquistato nel 2002 il Leone d’Argento per la regia. Ventiquattro anni dopo quella consacrazione, il maestro sudcoreano presenta in concorso a Venezia 83 Possible Love.
Un film di 164 minuti che nasce da una lunga riflessione sul cambiamento della società, dei rapporti umani e, soprattutto, sulla possibilità che l’amore continui a esistere in un mondo nel quale le persone sembrano diventare sempre più distanti. Il film sarà disponibile su Netflix dal prossimo 6 novembre.
Venezia 83, il grande ritorno di Lee Chang-dong
Il ritorno di Lee Chang-dong assume così un significato particolare. Non è soltanto l’occasione per ritrovare uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo, ma anche il risultato di una gestazione durata anni, durante i quali il regista si è interrogato sulla necessità stessa di raccontare una determinata storia.
Possible Love parte infatti da un episodio concreto della storia sociale sudcoreana: i licenziamenti di massa e la violenta repressione di uno sciopero che avevano profondamente colpito il regista. Il progetto, inizialmente pensato come un film più direttamente legato al conflitto sociale e al mondo del lavoro, ha progressivamente cambiato forma fino a diventare una storia intima, nella quale le questioni politiche e sociali entrano attraverso i rapporti fra quattro persone.

«Fino all’ultimo momento non avevo abbastanza convinzione che valesse la pena raccontare questa storia nella forma di un film di finzione e non di un documentario», racconta il regista in un incontro riservato alla stampa italiana. «L’ambiente lavorativo è cambiato enormemente e ora viviamo in un’epoca in cui il lavoro stesso sta quasi scomparendo»
Al centro del film ci sono due coppie appartenenti a mondi profondamente diversi. Mi-ok e Ho-seok sono una coppia della classe lavoratrice: lui ha perso il lavoro e porta con sé le conseguenze psicologiche e familiari di quella perdita.
Dall’altra parte ci sono Ye-ji, una documentarista, e suo marito Sang-woo, economicamente molto più agiati. Quando Ye-ji decide di realizzare un documentario sui lavoratori rimasti senza occupazione, le loro vite entrano in contatto e le differenze sociali cominciano a produrre anche nuove forme di desiderio, attrazione e inquietudine.
È proprio la macchina da presa a creare questo incontro. E il documentarista diventa, nel film, una figura particolarmente importante: qualcuno che osserva la vita degli altri ma che, nel momento stesso in cui la osserva, finisce inevitabilmente per modificarla. È una posizione nella quale Lee Chang-dong riconosce anche una parte di sé.
«Il modo in cui il personaggio osserva le persone e si comporta mentre filma ci dice che è qualcuno che si interroga continuamente sul proprio rapporto con i soggetti che sta riprendendo», racconta il regista. «In questo mi rivedo molto. Come regista, mi sono sempre posto le stesse domande: sono abbastanza vicino a loro? Sono trasparente e onesto nel loro racconto?».
È una domanda che attraversa l’intero film: quanto può essere autentico uno sguardo sulla vita degli altri? E soprattutto, dove finisce la curiosità e dove comincia l’appropriazione?
Un cast di star
Il maestro ritrova alcuni degli attori che in passato hanno già segnato indelebilmente la sua filmografia. Sul Kyung-gu torna a lavorare con Lee Chang-dong dopo Oasis, mentre Jeon Do-yeon ritrova il regista dopo Secret Sunshine. Ma qualcosa, nel frattempo, è cambiato.
«A quel tempo avevo un rapporto conflittuale con i miei attori perché ero sempre in lotta con me stesso, perché volevo raggiungere qualcosa, volevo dimostrare quanto valesse come regista. E questo influenzava anche la relazione con gli attori, creando una tensione che non era necessaria. Nel tempo trascorso da quei film ci siamo frequentati, conosciuti meglio, abbiamo creato una bella e sincera amicizia tra noi. E quindi sul set stavolta è stato più tranquillo. Non ho più quella ansia di dover dimostrare qualcosa, adesso che sono invecchiato. Non tutti possono vantare in unico film quattro delle star più affermate in Corea. E ne sono felice», spiega il regista.
Ye-ji vuole raccontare la realtà di persone che appartengono a un universo distante dal suo, ma il suo ingresso in quella realtà finisce per coinvolgerla personalmente, mettendo in crisi la distanza fra osservatore e osservato. Questa riflessione sulla posizione di chi guarda è legata anche alla particolare origine di Possible Love.
Il film trae infatti ispirazione da uno dei capitoli del Decalogo di Krzysztof Kieślowski, in particolare da quello dedicato al desiderio e al comandamento «Non desiderare», nell’ambito di un progetto portato avanti dallo storico sceneggiatore del regista polacco Maciej Musiał che vuole riproporre la serie affidando i dieci film ad altrettanti registi internazionali. Il recente Parallel Tales di Asghar Farhadi, presentato a Cannes 2026, è stato il primo film di questa serie.

«Sono stato contattato per quel progetto mentre stavo già sviluppando la sceneggiatura di Possible Love, e poiché ho sempre apprezzato il regista Kieslowski, soprattutto Decalogo, ho accettato volentieri di partecipare. Con Musiał sono riuscito a fare solo una videochiamata, e c’è una cosa che mi hanno chiesto durante quella videochiamata. Mi hanno detto che, pur non essendo necessario rifare l’episodio originale, avrebbero gradito che il film includesse una sorta di sguardo trascendente».
Il desiderio come tema centrale
Ma è appunto il desiderio uno dei concetti centrali di Possible Love. Non si tratta soltanto del desiderio romantico o sessuale, ma di tutto ciò che spinge un essere umano a immaginare una vita diversa da quella che gli è stata assegnata. Si può desiderare un’altra persona, un’altra condizione economica, una diversa identità, una maggiore libertà. Ed è proprio attraverso questi desideri che le due coppie cominciano a specchiarsi l’una nell’altra.
Anche il titolo va letto in questa direzione. Le grandi storie d’amore sono spesso costruite intorno all’idea dell’impossibilità: due persone appartengono a classi sociali diverse, sono separate dalla famiglia, dalla società, dalle circostanze o dal destino.
Lee Chang-dong rovescia quella formula e si domanda invece che cosa significhi un «amore possibile». Ma quella possibilità non rappresenta una rassicurante certezza. È una domanda aperta: quale amore è ancora possibile? E quali condizioni devono esistere perché due persone riescano davvero a incontrarsi?
La domanda diventa ancora più urgente se collocata nel presente. Il regista ha impiegato otto anni per tornare al lungometraggio e proprio questo lungo intervallo è parte integrante della genesi del film. «In questi otto anni ho percepito come le nostre vite siano cambiate in modo drammatico», racconta Lee. «Abbiamo attraversato anche il periodo del Covid e ho avuto la sensazione che il rapporto tra gli esseri umani si fosse modificato in maniera fondamentale».
La pandemia, dunque, non è soltanto un riferimento cronologico. Per Lee Chang-dong rappresenta uno dei momenti in cui è diventato evidente quanto le forme della relazione umana fossero cambiate. Le persone sono diventate più distanti, le occasioni di incontro si sono ridotte e anche l’esperienza cinematografica è stata messa in discussione dalla chiusura delle sale.
È qui che Possible Love diventa anche una riflessione sul cinema stesso. «Mi sono chiesto se il cinema avesse ancora la forza di unire le persone», spiega il regista. «Questo film è il risultato di queste riflessioni sul cambiamento dei rapporti umani e sul tipo di cinema di cui abbiamo bisogno in questi tempi».
