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Interviste

Radici, Sentimenti e Identità. Intervista alla scrittrice Mariolina Venezia

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mario2Kan ya ma kan… (c’era una volta)… raccontava il berbero Idir alla piccola Amsah, per alleviarle la sofferenza di un naufragio che ormai la stava portando alla morte. Una delle tante vicende umane di un profondo sud che guarda al nord, attraverso un drammatico viaggio della speranza o anche attraverso una storia d’amore clandestina come quella di Dora, pugliese, e Salvatore, calabrese, ritrovatisi amanti a Padova. Vicende che insieme ad altre, pur apparentemente lontane e slegate tra loro, prendono forma nel romanzo “Da dove viene il vento”, della scrittrice lucana Mariolina Venezia e danno spazio al desiderio, ai sentimenti, all’empatia, ma soprattutto alla ricerca di ciò che ci rende uguali. Già Premio Campiello 2007 con “Mille anni che sto qui” (2006), storia di quattro generazioni di donne di Grottole, in Basilicata, dall’Unità d’Italia alla caduta del Muro di Berlino, Mariolina Venezia ha collezionato un successo dietro l’altro grazie all’assoluta versatilità e originalità con cui riesce a trattare i più svariati argomenti.

In “Come piante tra i sassi” (2009) si è cimentata nel giallo raccontando in modo avvincente storie di rifiuti tossici e gli effetti della globalizzazione sulla Basilicata, attraverso le avventure del Pubblico Ministero Imma Tataranni, personaggio stravagante e goffo ma con una grande idea di legalità, che vedremo protagonista anche dell’ultimo libro della scrittrice in uscita ad aprile prossimo. In Rivelazione all’Esquilino” (2011), ha raccontato una coinvolgente commedia multietnica in cui una comunità di indiani e di siciliani di seconda generazione, si confronta e si scontra a Piazza Vittorio, ritrovando così le proprie radici. Un inno alla multiculturalità con cui l’autrice regala un prezioso insegnamento: “solo attraverso l’altro si conosce sé stessi e tutte le civiltà nate dal confronto sono più ricche”. Di queste storie, dei personaggi che le animano e dei luoghi in cui si realizzano ci parla la scrittrice stessa.

Da dove viene il vento è stato definito il più meridionale dei tuoi libri: Dora è pugliese, Salvatore è calabrese,  Idir è berbero. Cosa ti ha spinto ad abbracciare il Mediterraneo?

Molto semplicemente io sono del Sud, sono nata in Basilicata, poi ho vissuto in Puglia, ho passato la mia infanzia e la mia gioventù tra la Basilicata e la Puglia. Sono molto legata alle mie radici, spesso le cerco anche fuori dall’Italia, perché quel mondo di cui ho anche parlato in Mille anni che sto qui, quel mondo mediterraneo con delle tradizioni millenarie che in questi anni sta scomparendo, è un mondo che è cambiato moltissimo nel giro di qualche decennio e a volte mi capita di andare a cercare le mie radici in paesi dove ritrovo delle tradizioni, dei modi di fare, o addirittura delle piante o degli oggetti che qui non ci sono più. In questo libro ho affrontato il Nord Africa, dove appunto da una parte, c’è un senso di profonda somiglianza da parte dei protagonisti che sono entrambi meridionali, e dall’altra c’è anche il tema dell’emigrazione, del confronto, della paura che si prova verso l’altro.

Il titolo deriva da una favola berbera che Idir racconta alla piccola Amsah durante il naufragio ma tutto il suo background culturale è vero. Perché hai scelto un berbero per raccontare la tragedia dell’immigrazione e dello sfruttamento e  come ti sei documentata per entrare nella sua cultura?

Devo dire che questa volta mi sono documentata molto di più con internet. Quando ho iniziato a scrivere Mille anni che sto qui non ho usato assolutamente Internet, invece, pian piano, questo mezzo si è imposto. Devo dire che si trova tantissimo, filmati, scritti, blog, e  per un romanziere è una fonte preziosa perché si ha accesso a delle informazioni molto personali, molto private e quindi molto più utili per ricostruire il mondo. Poi ho fatto delle ricerche a Parigi, nella Biblioteca del Mondo Arabo e girando per i quartieri parigini dove ci sono librerie tenute da nordafricani, ho spulciato in questi libri dove ho trovato la storia berbera che viene raccontata e che dà il titolo al libro Da dove viene il vento. Ho anche parlato di varie questioni con molti arabi che vivono a Parigi, perché quando scrivo, per quanto riguarda la documentazione, preferisco sempre attingere a delle fonti private piuttosto che a biblioteche o documenti che sono freddi, preferisco avere delle storie piuttosto che dei dati, anche se poi anche il saggio è molto utile. Ho guardato anche molti filmati, perché sono molto utili quando si scrive, io scrivo spesso con una scrittura abbastanza visiva e quindi, proprio come un pittore che fa una specie di studio dal vivo, poter avere il soggetto sotto gli occhi, poterlo descrivere a volte è molto utile per poi costruire una scena.

marioCome incide la tua attività di sceneggiatrice sul tuo modo di scrivere?

Non so, però posso dire che i primi libri che ho pubblicato in Francia molto tempo fa erano dei libri di poesie, molto visive, fatte soprattutto di immagini, tanto che qualcuno mi consigliò di scrivere per il cinema. Una volta un regista, leggendole mi disse: “Tu devi scrivere per il cinema”, per questo io poi mi sono iscritta a Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia dove ho studiato sceneggiatura. Direi quindi che era una cosa che faceva già parte del mio approccio e che io ho coltivato. Lo scrivere per immagini, poi la consuetudine con il cinema, con le narrazioni di carattere cinematografico, evidentemente hanno fatto sviluppare la mia scrittura in quel senso. Mi è capitato di andare a vedere Marco Paolini che raccontava storie spaziando da Marghera a Marco Polo, insomma raccontando moltissime cose perché lui è un eccezionale narratore e affabulatore. Il giorno dopo, mentre camminavo avevo delle immagini nella mente come se avessi visto un grandissimo film e mi chiedevo che film avessi visto e cosa fossero quelle immagini. In realtà erano le immagini di quello che avevo sentito raccontare. Ecco, con le parole si possono fare delle scene fantastiche e questo permette di esercitare molto la nostra fantasia, il nostro bisogno di affabulazione. Per me, la sceneggiatura cinematografica o televisiva, che mi è capitato più spesso di frequentare, e il romanzo, sono molto complementari perché quando si scrive per il cinema o per la televisione, bisogna tener conto della realizzabilità di quello che si scrive, mentre quando si scrive per un romanzo si possono creare delle immagini in maniera assolutamente libera, facendo leva direttamente sulla facoltà che ognuno ha di immaginare e quindi questo mi permette di esprimere quella parte che invece devo un po’ tenere a freno quando scrivo sceneggiature.

Tornando a Idris, perché hai scelto un berbero e non un’altra etnia? C’è un motivo particolare?

Perché volevo una persona che fosse, già nel suo paese, una minoranza. Lui è un berbero che è già una minoranza nel paese da cui parte e infatti c’è la storia del cugino Zirzal che vive con sofferenza questa specie di egemonia araba sulla sua cultura originaria che è quella berbera, i nomi berberi vengono sostituiti da quelli arabi, la lingua berbera viene vietata nelle scuole, insomma una sorta di piccolo genocidio culturale e quindi Zirzal viene in Europa quasi pensando di trovare più libertà mentre invece troverà ancora maggiori discriminazioni. Tutto il libro Da dove viene il vento è una sorta di riflessione sul tema delle radici e il tema dell’altro ed è una riflessione che mi è stata suggerita dalle vicende del mio romanzo precedente Mille anni che sto qui. Quando l’ho scritto,  ho raccontato delle storie di radici, di appartenenza a un luogo, anche se poi il punto di vista da cui viene raccontata questa storia è quello di una persona che non vive in quel luogo, che ne è fuori e che quindi guarda alle radici come un ritorno al passato, con uno sguardo comunque da lontano. Andando in giro a presentare questo libro, mi sono resa conto che avevo toccato un argomento importante per questi anni, perché sono anni in cui sta andando a rotoli la globalizzazione, il mondo nel quale viviamo è un mondo dove le diversità vengono sempre più cancellate, e dove tutto si omologa  seguendo dei modelli.  Credo quindi che da parte di molti nasca il desiderio di rivolgersi  alle radici verso la ricerca di una identità più profonda e più autentica. Ma bisogna  stare molti attenti a non travisare questa cosa come una chiusura verso ciò che è diverso. Effettivamente, proprio questi sono gli anni dei fondamentalismi, gli anni in cui si è formata la Lega, Nord e Sud non riescono a conciliarsi, in questi anni vediamo addirittura l’incapacità di convivere tra i sessi, i frequentissimi omicidi di donne, e così io ho voluto parlare nel mio libro Da dove viene il vento, di che cosa vuol dire avere le radici e cosa vuol dire però avere le radici anche in sé stessi, essere quindi capaci di guardare a chi è diverso, a chi è portatore di diversità, non come a qualcuno di cui bisogna avere paura ma come qualcuno che ci completa nel nostro essere umani.

Dora e Salvatore sono amanti clandestini e vivono un amore sofferto e malato,  Dora però scoprirà ciò che la lega agli altri, l’empatia, un sentimento che la renderà libera. Tu sostieni che quando si arriva a percepire profondamente il sentimento della propria umanità si è liberi. Puoi spiegarci meglio questo aspetto?

Torniamo di nuovo al discorso sul mondo globalizzato che è un tema che sto affrontando anche nel mio nuovo libro. In Mille anni che sto qui c’era una forte tensione tra due aspirazioni che fanno parte dell’essere umano, importanti e valide entrambe, che sono da una parte il bisogno di essere liberi e dall’altra, il bisogno di appartenere, quindi Mille anni che sto qui ci racconta proprio il passaggio di una civiltà dell’appartenenza forte al nucleo familiare, al senso di clan nel paese, a una sempre maggiore libertà che viene data da questo mondo in cui viviamo, in cui apparentemente ci sono meno costrizioni ma questa è una falsa libertà perché a un certo punto, come diceva Giorgio Gaber “Libertà non è star sopra un albero, libertà è partecipazione”, cioè si è liberi quando si riesce a interagire con gli altri. E come si riesce a interagire con gli altri?  Quando si è capaci di provare nel proprio vivere quello che è il senso della vita degli altri, ovvero, al di là di tutte le differenze che possono esserci tra due persone, differenze di sesso, razza, cultura religione, di lingua, e cosi via, c’è però qualcosa che è simile e questo è la maggior parte di ciò che ci costituisce, cioè, essere degli esseri umani che vivono sulla terra e che quindi nascono vivono e muoiono. Questa cosa molto semplice, in realtà è molto forte e io nel libro cerco di arrivare a questo nucleo, al sentimento di questo nucleo, al sentimento di essere umano, quindi simile agli altri esseri umani che vivono sulla terra in contemporanea e quindi di sentire gli altri come facenti parte di noi al di là di ogni differenza.

Da dove viene il vento è anche il primo dei tuoi libri non ambientato in Basilicata, la tua terra, da te spesso definita, “terra di contrasti”. Quali in particolare, e cosa la rende così adatta a far da sfondo alle storie che  scrivi?

La Basilicata è una terra dove l’industrializzazione è arrivata molto tardi, è stata imposta da fuori, è un posto dove fino a non molto tempo fa si erano conservate delle tradizioni millenarie che a un certo punto sono state affiancate e poi soppiantate da cose molto moderne, quindi si sono trovati e ancora adesso convivono sullo stesso territorio, delle cose molto antiche e delle cose invece molto moderne. Nel libro che sto scrivendo adesso, per esempio, racconto del petrolio che è stato trovato in Basilicata dove c’è il più grande giacimento petrolifero dell’Europa continentale, cosa che ancora convive nel racconto del libro, con i resti di tradizioni magiche, di un modo di vedere la vita legato a una cultura contadina e quindi tradizionale. Questo tipo di passaggio è avvenuto un po’dappertutto in Italia e nel mondo, cioè il passaggio dal mondo rurale, arcaico, a un mondo sempre più industrializzato, però poiché in Basilicata la cosa è avvenuta molto rapidamente, in maniera concentrata è più facile leggere tutti i cambiamenti, tutti i contrasti che questa riconversione ha prodotto.

Come piante tra i sassi è invece un giallo che vede protagonista, Imma Tataranni, magistrato appariscente e goffo, alle prese con rifiuti tossici, omicidi e abusi edilizi. Come mai hai scelto il giallo per trattare questi temi?

Quando ho scritto Mille anni che sto qui mi restava altro materiale sulla Basilicata, sia materiale già esistente sia materiale che raccoglievo man mano che andavo in giro per l’Italia a presentare il libro, perché stranamente quando si parla di qualcosa, poi tutti vengono a raccontarti altre aneddoti, altre storie che hanno a che fare col tema che hai trattato, quindi a un certo punto ho raccolto altre storie che parlavano della Basilicata di oggi. Così ho avuto il desiderio di continuare a scriverne però la saga non era più la forma adatta perché la saga si adatta di più a un tempo passato, a un tempo quasi favolistico, il tempo moderno invece mi sembrava più facile raccontarlo con il giallo perché il giallo ti permette di intrufolarti in un ambiente diverso e parlare con persone diverse e quindi di raccontare di nuovo questi contrasti ma in un altro modo. Un modo che io ho cercato di rendere anche piuttosto di intrattenimento, diciamo che quando io leggo un libro mi ritengo completamente soddisfatta quando mi avvince, ma nello stesso tempo mi nutre, mi fa riflettere, è anche scritto bene e cosi via, Spesso capita che si legga un libro molto interessante però molto faticoso, oppure che si legge molto facilmente però poi alla fine non ti lascia niente. Diciamo che quando scrivo, poiché è quello che mi piace leggere, cerco di coniugare queste due cose, perché credo che noi, come essere umani, siamo delle persone molto complesse e sofisticate e abbiamo quindi bisogno di nutrirci a vari livelli e penso che non ci sia niente di male nel tener conto anche del livello più semplice, più infantile, di quello che ha bisogno della storia. Per esempio, nel giallo uno vuole sapere chi è l’assassino, cosa è successo, attraverso questo percorso uno scopre tante altre cose.

Il precedente Rivelazione all’Esquilino è una sorta di inno alla multiculturalità e alla conoscenza dell’altro. Ma gli italiani sono pronti alla multiculturalità o ne hanno paura, come il padre di Rosaria che inorridisce perché sua figlia fa la cameriera agli indiani?

Siamo messi malissimo, diciamo che gli Italiani verso gli immigrati hanno avuto un atteggiamento che io non mi aspettavo assolutamente. Quando avevo vent’anni ho abitato per parecchio tempo in Francia dove c’era molto razzismo verso i nordafricani ma ero convinta che a loro in Italia questa cosa non sarebbe successa. In Rivelazione all’Esquilino, ho parlato in maniera leggera e allegra di questa memoria corta degli italiani, di questa incapacità di accogliere, quando fino a ieri siamo stati anche noi emigranti, addirittura ci sono ancora degli emigranti perché se si va in Basilicata ci sono ancora delle persone che viaggiano, tutte le settimane vanno in Germania a lavorare e poi tornano con gli autobus. In Da dove viene il vento parlo dell’immigrazione  in termini molto più drammatici, in effetti lo è diventato, io penso che il dramma degli immigrati sia uno dei grandi drammi dei nostri tempi, paragonabile all’olocausto degli ebrei, allo sterminio degli armeni, c’è la spersonalizzazione di queste persone. Già iniziando dal nome “extracomunitari” si è instaurato questo modo di vedere le cose per cui “Ah sono degli extracomunitari!”, quindi nel momento in cui si dice extracomunitario, la persona viene sprovvista della sua storia, della sua individualità o diventa praticamente un oggetto e anche quando i giornali parlano delle tragedie delle carrette del mare per cui muoiono centinaia di persone, queste persone tendono ad essere dei numeri, mentre se muore una singola persona italiana, ha un nome. Ci sono delle masse di numeri verso le quali invece alcuni provano empatia, altri paura, senso di pericolo, ed è una cosa veramente terribile ed è anche uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere Da dove viene il vento cioè, voler ridare un volto, un nome, una storia, a queste persone.

La voce narrante del libro è una donna che vive a Roma e che cerca di capire la sua vita attraverso gli altri, ma soprattutto attraverso le storie degli altri. Quanto coincide con Mariolina Venezia questa figura?

C’è una frase molto bella che ha detto Orhan Pamuk nel discorso che ha pronunciato quando ha vinto il premio Nobel: “Lo scrittore è uno che parla di sé parlando di altri e parla di altri parlando di sé”, ed è un po’ quello che fa chiunque scrive, però la cosa particolare è che è molto più facile parlare di sé quando si parla di un personaggio diverso da sé, per esempio, io ho raccontato di Idir, che è un giovane berbero diverso da me per sesso, età, etnia, condizione, però in lui ho messo dei sentimenti che sono profondamente miei, cosi come li ho messi nella narratrice di Da dove viene il vento, lì però diventa un po’più difficile farlo perché come personaggio ha delle caratteristiche più simili a me perché è una donna, più meno della mia età, che fa un lavoro simile, allora diventa più difficile svelarsi. E’ come quando ci si mette una maschera e si va a un ballo mascherato diventando più disinibiti e più autentici, è un po’ la stessa cosa che si fa per i personaggi, quindi non vuol dire che se un personaggio che ha più o meno la mia età e fa più o meno le cose che faccio io sia quello in cui io mi identifico di più. Io parlo di vari personaggi, quindi giocoforza, a volte ce ne sono alcuni che mi somigliano esteriormente ma non necessariamente sono quelli che mi somigliano di più interiormente.

In una recente intervista, hai ribadito l’importanza delle radici affermando che chi sa da dove viene sa anche dove andare. Questa consapevolezza, quanto potrebbe essere minata dalla grave crisi economica che sta attraversando il mondo e che  forse impedisce  ai giovani di scegliere dove andare?

No anzi,  a volte invece sapere chi siamo ci aiuta molto ad affrontare il futuro, per esempio, all’inizio della crisi, quando è diventata più dura, ci sono stati molti suicidi, di imprenditori, di operai, di gente che era rimasta senza lavoro e si suicidava e anche i giornali ne parlavano in questo senso. Ma siamo sicuri che si sono suicidati per la crisi, perché non avevano soldi? Viviamo  in un mondo in cui ancora qualcosa da mangiare si trova, anche se non si hanno molti soldi e ricordiamoci che i nostri nonni a volte vivevano in modi molto diversi. Mi è capitato ultimamente di leggere un  libricino scritto da un parrucchiere o muratore di Grottole, il paese da cui provengo, e lui raccontava quello che poi racconto anche io in Mille anni che sto qui, ovvero come vivevano i contadini. Diceva che si alzavano alle tre di notte, poi le donne con i neonati addosso, facendo la calza per non perdere tempo, si facevano 4 o 5 chilometri a piedi, arrivavano in campagna, zappavano tutta la giornata, poi si riprendevano il neonato, sempre rifacendo la calza, si rifacevano 4-5 chilometri, arrivavano a casa, facevano la pasta a mano, facevano il pane, mangiavano, pulivano, andavano a prendere l’acqua al pozzo, andavano a dormire e il giorno dopo ricominciavano. E spesso questi figli cresciuti con grandi difficoltà, spesso morivano delle malattie più semplici come l’influenza, però la gente non si suicidava, anzi, aveva un grande attaccamento alla vita che la faceva andare avanti. Quindi, diciamo che a volte sapere da dove veniamo ci può aiutare ad affrontare la vita con più armi, con più consapevolezza perché oggi  siamo arrivati, grazie anche all’educazione che abbiamo ricevuto in questo senso, a pensare che è molto importante possedere tutta una serie di oggetti, tutta una serie di privilegi ma non è detto che sia lì il senso della vita.

Sottolinei spesso l’importanza, quasi terapeutica, di raccontare e raccontarsi delle storie. Da cosa nasce questa convinzione?

Credo che il bisogno di storie sia molto grande, è una cosa che ha sempre accompagnato l’uomo e le storie sono state sempre raccontate in vari modi, sia davanti a un fuoco primordiale vicino alle caverne, sia come vengono raccontate oggi dalla televisione. Raccontarsi delle storie è il modo di mettere ordine in quella specie di caos senza significato che sono gli avvenimenti della nostra vita, è un modo per dare un senso alla vita, un senso che diamo noi. Mettendo in ordine gli eventi in un certo modo, raccontandoli in un certo modo, noi gli attribuiamo  un senso. Credo che questo sia il motivo per cui abbiamo bisogno di storie e per cui le storie non moriranno mai, che siano sotto una forma  o un’altra.

Cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto completando un nuovo romanzo giallo che ha come protagonista Imma Tataranni, la Pm di Come piante tra i sassi, che si trova a indagare su un nuovo caso in Basilicata, ha a che fare con il petrolio e dovrebbe uscire ad aprile per Einaudi.

 

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Cinema

FEFF 24 | Baz Poonpiriya ci racconta “One for the Road” e il suo lavoro con Wong Kar-wai

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Dopo aver vinto il Premio del Pubblico del Far East Film Festival con Countdown (2012), il regista Baz Poonpiriya torna a Udine con la sua opera più personale: One for the Road, per la quale si è avvalso della collaborazione del leggendario Wong Kar-wai. Presentato in anteprima al Sundance International Film Festival, One for the Road è stato il primo film thailandese a vincere il World Cinema Dramatic Special Jury Award. Con solo tre lungometraggi all’attivo Nattawut è quindi oggi uno dei registi thailandesi più in voga e più richiesti sulla scena internazionale, grazie anche all’incredibile successo dell’heist movie Bad Genius, campione di incassi in Thailandia e in Cina.

One for the Road è un road movie che ha protagonista una coppia di amici. Boss (Tor Thanapob), emigrato a New York, riceve inaspettatamente una telefonata dal vecchio amico Aood (Ice Natara), che gli chiede di tornare a Bangkok per aiutarlo a realizzare il suo ultimo desiderio, prima che la malattia li costringa ad un doloroso addio. Ma qual è l’ultimo desiderio di Aood? Quello di avere Boss al suo fianco in un lungo viaggio per restituire a tutte le sue ex ragazze dei vecchi regali ricevuti o della roba dimenticata a casa sua prima della separazione. Una richiesta alquanto stravagante, che però nasconde delle motivazioni ben precise.

Abbiamo avuto modo di conversare con Baz Poonpiriya per farci raccontare la genesi del suo nuovo film e il lavoro fianco a fianco con Wong Kar-wai.

Qual è stato l’apporto di Wong Kar-wai a questo film e quanto è cambiata la sceneggiatura dalla prima versione che ti fece leggere all’inizio della vostra collaborazione?

L’obiettivo era quello di realizzare il mio film fino a questo momento più personale. E per raggiungerlo è stata fondamentale la presenza di Wong Kar-wai, che mi ha spinto a sperimentare qualcosa che da regista di film più commerciali non avevo mai potuto concedermi. Fare affidamento sulle mie emozioni, cercare una storia che avesse un significato per me. Lui è stato il principale motore di questo film e la sceneggiatura è cambiata parecchio dalla prima che mi fece leggere, che aveva in comune con quella finale solo il fatto di avere un protagonista malato con una lista di cose da fare prima di morire. Inizialmente abbiamo lavorato su storie diverse, ma ci rendevamo conto che mancava sempre qualcosa, che bisognava cercare qualcosa di diverso. Ci sono voluti mesi di lavoro, con incontri ad Hong Kong ogni quattro settimane, per venirne a capo.

La colonna sonora del film è un elemento fondamentale della narrazione. Come sono state scelte le canzoni e cosa hai cercato di veicolare attraverso esse?

Penso che anche questo aspetto sia stato influenzato notevolmente dal lavoro con Wong Kar-wai, nei cui film la musica è sempre molto presente e spesso detta il tono delle scene. Ma le canzoni le ho selezionate io anche in base ai miei ricordi di quando era ragazzino, quando mi capitava di ascoltare in radio con mio padre molte canzoni internazionali, magari durante un viaggio in auto. Spesso non capivo le parole di quelle canzoni, sicuramente non conoscevo tutti i cantanti che le cantavano. Ma molte di esse le associo a dei ricordi precisi, riuscivano comunque a comunicarmi uno stato d’animo preciso. Ed è quello che ho cercato di fare nel film, utilizzandole per suggerire ogni volta un’emozione differente.

Il film, anche grazie alla formula del “road movie”, mostra tantissime città diverse della Thailandia. Come hai scelto le location e ci sono città che ti sono care per esperienza personale?

Sì, nel film ci sono molte città che mi sono care… ma non sempre per motivi che non posso svelare (ride, ndr). Ma hai ragione, questo film è una lettera d’amore a tutte le persone che ho conosciuto e quindi ovviamente al mio Paese d’origine. 

One for the road è dedicato alla memoria di un tuo amico recentemente scomparso. Che ruolo ha avuto nella realizzazione del film?

È stata una cosa che è avvenuta per caso e che vorrei non fosse mai accaduta. Avevo terminato di scrivere la sceneggiatura da qualche settimana quando ho saputo che il mio amico Lloyd aveva il cancro. Lo stesso tipo di cancro del protagonista del film che avevo appena finito di scrivere. È un caso in cui la realtà si trasforma in ciò che stai inventando. Sono andato a trovarlo in ospedale, una volta risvegliatosi dal coma, e gli ho detto che sarebbe stata la mia musa per il film, la principale fonte di ispirazione per il personaggio di Ice. Quando abbiamo cominciato a girare, è stato lui a decidere di venire con noi. Ha scelto di aiutare gli attori, di dare loro consigli su come vestirsi, su come camminare. Speravamo di poter finire il film in tempo perché lo vedesse, ma sfortunatamente se n’è andato via prima. Ecco perché gli abbiamo dedicato questo film.

Come hai lavorato con gli attori? C’era spazio per l’improvvisazione sul set o tutto era già previsto in sceneggiatura?

Tutti gli attori principali di questo film sono degli assoluti fuoriclasse, sono tra gli attori più ricercati e in voga oggi in Thailandia. Quindi sono stato molto felice di averli con me per questo progetto. Ed è stato un grande lavoro di squadra, basato sulla fiducia. E la fiducia permette anche un po’ di improvvisazione. È sempre bello quando capita qualcosa di inaspettato, che funziona e magari è persino meglio di ciò che avevi inizialmente in mente. 

Per questo film, sono tornate a lavorare con te molte delle persone coinvolte nel precedente Bad Genius, tra cui il direttore della fotografia, lo scenografo, il montatore e il compositore. Hai creato una squadra con cui pensi di continuare a lavorare anche in futuro e che tipo di relazione c’è tra di voi sul set?

In passato ho lavorato per molte pubblicità e per molti videoclip musicali. Alcune delle persone che hai menzionato le ho conosciute in quel periodo e da allora abbiamo sempre lavorato insieme. È la mia famiglia, adesso. E sono sempre pronti per nuovi progetti. Sicuramente è più facile lavorare con persone di cui ti fidi e con cui hai una connessione immediata.

Qual è il consiglio più prezioso che Wong Kar-wai ti ha dato come regista? 

È difficile dirlo. Perché Wong Kar-wai non è mai esplicito. Non dice mai le cose ad alta voce. Non ti dà consigli, non ti fa vedere come vanno fatto le cose. Bisogna imparare a cogliere i suoi suggerimenti, a farli propri, leggendo tra le righe. Ma sicuramente mi ha fatto capire che non ci sono limiti quando si fanno film. Ed è questo il motivo per cui tutti lo amiamo.  

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Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

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Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

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Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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