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Interviste

Reality, il nuovo film di Matteo Garrone: la conferenza stampa

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Reduce dall’incredibile successo di pubblico e di critica per Gomorra, film vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, vincitore del premio per il Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore, Miglior Sceneggiatura, Miglior Fotografia agli European Film Awards, candidato italiano per il Miglior Film Straniero agli Oscar, ai Golden Globes, ai Bafta e ai Cesars, Matteo Garrone torna al cinema con un nuovo straordinario film, Reality. Presentato all’ultimo Festival di Cannes, dove ha conquistato il Grand Prix della Giuria, Reality è un film duro, drammatico, di incredibile crudezza e forza. Matteo Garrone lo ha presentato oggi, durante la conferenza stampa svoltasi alla Casa del Cinema di Roma, insieme al cast, composto da Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio, Nunzia Schiano, Rosaria D’Urso, Giuseppina Cervizzi, Raffaele Ferrante, oltre a Domenico Procacci, il produttore per Fandango, e Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, gli sceneggiatori insieme allo stesso regista.

Quanto deve il suo film ad una pellicola come Bellissima di Visconti? Come è cambiata la popolarità?

Matteo Garrone: Bellissima è uno dei film di riferimento per Reality e credo sia molto vicino all’atmosfera di Eduardo De Filippo, della commedia all’italiana e del cinema prestigioso degli anni ’50 e ’60. La storia ce lo consentiva e insieme agli autori abbiamo cercato di raccontare i fatti dall’interno senza prenderci gioco dei personaggi, ma cercando di toccare dei sentimenti. C’è questo sentimento di evasione dalla propria realtà per inseguire un sogno che diviene un contagio. Il rapporto con la TV non è legato solo all’apparire ma anche all’esistere: per molti apparire in TV significa esistere. Il film affronta un problema esistenziale e non narcisistico, non c’è l’ intento di fare un discorso moralistico. Questi modelli sono legati alla società dei consumi.

Nella seconda parte del film c’è un cambiamento di recitazione da parte di Aniello Arena, nel ruolo del protagonista Luciano, il pescivendolo pronto a qualsiasi cosa pur di realizzare il suo sogno di entrare nella Casa del Grande Fratello. Come siete giunti a questo?

Matteo Garrone: è stato un percorso, un viaggio con l’attore. Questo viaggio mi consente di sentire come l’attore vive questo percorso. Con Arena ho cercato di entrare in empatia sul modo in cui lui viveva questi passaggi del proprio personaggio.

Aniello Arena: io lavoro da anni in teatro con la Compagnia della Fortezza, sotto la guida del regista Armando Punzo. Arrivavo sul set, Matteo parlava e cercavamo di trovare la giusta emotività al personaggio. A mano a mano cercavamo di far crescere il personaggio.

Loredana Simioli: questo personaggio di Maria, la moglie di Luciano, è lontana da Loredana perché Maria ha tanto cuore, mentre Loredana ha tanta mente.

Nando Paone: è stata la prima volta che ho lavorato in sequenza e, collaborando con il regista, si sono cercate le emozioni, i sentimenti, la crescita del personaggio. È stata una bellissima esperienza.

Matteo Garrone: è un film che vive della coralità. Volevo sottolineare il lavoro del gruppo, della famiglia perché funziona da detonatore per l’esplosione del personaggio di Luciano.

Trovo che questo film possa essere molto utile per i giovani. La distribuzione è pensata anche per le scuole e per una programmazione mattutina?

Domenico Procacci: la distribuzione pensata per le scuole credo che verrà attuata.

Matteo, come sei arrivato alla scelta di Aniello per il ruolo di protagonista? Dicevi che tu stesso rischi di essere soggetto a queste chimere della popolarità ma credo che siano soggette a questo tipo di rischi soprattutto le persone di diversa cultura. Che cosa intendevi, dunque?

Matteo Garrone: Non credo che l’illusione della popolarità possa dipendere dalla cultura. Per quanto riguarda la scelta di Aniello, essa dipende dal fatto che mio padre era un critico teatrale e, andando con lui a teatro, una delle nostre compagnie preferite era proprio quella diretta da Punzo, ossia la Compagnia della Fortezza, di cui Aniello è un componente da dodici anni.

Come hai fatto a scrollarti di dosso il calderone di Gomorra e ad aver avuto una nuova lucidità per creare un film come Reality?

Matteo Garrone: Erano anni che subivo il peso e la pressione di Gomorra e volevo ritrovare il piacere del divertimento. Parlando con Massimo Gaudioso, co-autore con me del film, mi sono entusiasmato ancora di più. Così, questo film che doveva essere una piccola storia è divenuta un romanzo. Sapevamo che dovesse essere un film corale. Era importantissimo riuscire a creare un giusto equilibrio tra comico e drammatico senza cadere nel grottesco. Si è creata subito un’alchimia nel gruppo, erano una famiglia nel film e tuttora, anche lontano dal set, lo sono. Forse fare il regista significa anche avere la capacità di creare il gruppo. Il cinema è un’arte collettiva.

Aniello, come hai visto il tuo personaggio? Come ci sei entrato dentro? Come lo hai vissuto? Che tipo di rapporto hai con la Tv e con i reality?

Aniello Arena: il personaggio di Luciano, nella sua veste simpatica e allegra, mi appartiene anche nella vita. Andando avanti sentivo sempre più mio il personaggio e cercavo di farlo crescere dentro di me. In carcere c’è solo la televisione ma io mi dedico al teatro. Non sono un amante dei reality, inizialmente ho seguito il Grande Fratello perché era una novità poi ho smesso.

Matteo, vorrei sapere come mai hai detto di no alle proposte per film su gangster e malavita che ti sono giunte dopo Gomorra? Perché hai deciso di restare in Italia e dire di no?

Matteo Garrone: dopo Gomorra per me era importante cambiare genere e ritrovare una certa libertà e una certa leggerezza. Un regista ha mille seduzioni, come Hollywood e Los Angeles, ma questo è un film che sono stato felicissimo di aver fatto.

Aniello, che tipo di rapporto si instaura in carcere tra chi fa arte e teatro e chi resta come duro e puro?

Aniello Arena: posso dire che, avvicinandomi all’arte e al teatro, mi sono formato e ciò mi ha permesso una crescita interiore. Ogni sera che rientravo in cella io mi mettevo in discussione. Mi colpisce il modo in cui Armando ti fa scattare qualcosa dentro. Non siamo solo detenuti, io lo sono ma sono anche tanto altro.

La storia è stata ispirata ad un fatto realmente accaduto, Matteo vi siete incontrati con queste persone?

Matteo Garrone: il rapporto con queste persone è ottimo ma preferiscono mantenere la loro privacy. Peraltro mi piace ricordare che le scene più surreali di questo film sono quelle più aderenti alla realtà.

Nel film ci sono molte scene di carattere religioso. Questi riferimenti all’occhio divino e all’occhio del Grande Fratello sono presenti come una sorta domanda esistenziale nel film?

Matteo Garrone: nella realtà dei fatti, il rapporto tra i due cugini era mosso da questa ambivalenza. Uno era legato all’occhio di Dio, essendo molto religioso, l’altro, invece, era ossessionato dall’occhio del Grande Fratello e io ho cercato di riproporre questa sfumatura.

Matteo, che rapporto hai con i reality come spettatore? Come hai ricostruito gli ambienti del Grande Fratello?

Matteo Garrone: abbiamo ricostruito la casa del Grande Fratello grazie al lavoro dello scenografo Paolo Bonfini. Nel caso del Grande Fratello era molto difficile ricostruire l’ambiente senza cadere nella trappola della televisione. Quotidianamente vedo file e file di giovani che fanno provini. La tv non mi sembra in crisi, anzi più è in crisi il paese più ci si rifugia nello spettacolo. Ovviamente questo è un film sul pubblico.

Dunque al pubblico spetterà il compito di comprendere la profondità e la scioccante freddezza di cui vibra la macchina da presa di Garrone in questo film che è un reportage sull’atroce illusione e illusorietà del mondo dello spettacolo. Reality, che uscirà il prossimo 28 settembre in 350 copie, è la conferma della grandiosità del cinema di uno dei registi italiani più affascinanti degli ultimi tempi.

Laureata in Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico, mi dedico alle mie due grandi passioni: l’arte e la scrittura. L’ambizione? Scrivere di arte. E’ quello che provo a fare da qualche anno, raccontando sul web il criptico eppure essenziale mondo artistico. A 23 anni i sogni vanno alimentati dalle speranze!

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Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

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Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

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Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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