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Dopo 8 anni Daniel Day-Lewis torna in ‘Anemone’: un’intensa storia di famiglia e redenzione

Per il suo ritorno sul grande schermo il leggendario Daniel Day-Lewis sceglie un progetto famigliare, Anemone, co-scritto insieme al figlio Ronan, qui al suo debutto dietro la macchina da presa. 

È veramente un film strano Anemone, debutto alla regia di Ronan Day-Lewis. Lo è un po’ come sono strane tutte le opere prime ambiziose, che puntano a rendere visibile fin da subito la mano del loro autore, anche a costo di qualche scelta un po’ grossolana e senza preoccuparsi troppo di risultare pretenziosi.

Dalla sua, Anemone, ha però una grande fortuna, quella di poter contare per il ruolo di protagonista su quello che è probabilmente l’attore più maestoso della sua generazione. Abbiamo visto in anteprima al New York Film Festival questo film, presentato in anteprima a ottobre anche alla Festa del Cinema di Roma 2025, per Alice nella Città.

Daniel Day-Lewis si mette così al servizio del figlio, ma sceglie anche di co-sceneggiare il film, di fatto quindi cucendo su se stesso il personaggio dolente e stravagante di questo padre-eremita, che ha abbandonato la civiltà perché traumatizzato da qualcosa che è avvenuto molti anni addietro e che lo ha segnato per sempre.

Anemone, il ritorno di Daniel Day-Lewis

Non deve quindi stupire che Anemone sia un film di lunghi monologhi, tutto brillantemente dialogato e ancora meglio recitato, complice uno sparring partner accuratamente selezionato come Sean Bean.

Quest’ultimo, nei panni di un uomo che decide, dopo tanti anni, di far visita al fratello per convincerlo a tornare tra i “vivi” e ad abbandonare la casa nel bosco nella quale si è rifugiato per non avere più contatti con il mondo esterno ed espiare così le colpe del suo passato tormentato, molte delle quali autonomamente attribuitesi.

L’uomo, scopriamo presto, ha cresciuto il figlio del fratello in sua assenza e convive con la madre del ragazzo, che però adesso, divenuto adolescente, è diventato insofferente verso l’ingombrante mistero che inghiotte la figura paterna che non ha mai conosciuto.

Ronan Day-Lewis dirige il film con uno strano disinteresse verso le motivazioni che innescano il racconto, per rinchiudersi dopo poco il suo inizio all’interno di una miserabile capanna che diventa l’ideale “purgatorio” per queste due figure maschili: anime inquiete che si ritrovano faccia a faccia dopo tanto tempo, scoprendo man mano che hanno ancora molte cose da dirsi e da chiarire.

Ciò che funziona di Anemone è soprattutto la straordinaria alchimia tra i due attori protagonisti, capaci praticamente da soli di rendere credibile e commovente una relazione tra fratelli che viene restituita al pubblico con praticamente nessun altro elemento a suo supporto che non sia la voce e il corpo di Sean Bean e Daniel Day-Lewis.

La regia, infatti, rinunciando a qualsivoglia dinamismo (almeno fino a un certo punto, quando invece i due protagonisti cominceranno a camminare fianco a fianco come se fossero in un film di Gus Van Sant) sceglie di puntare sull’effetto ipnotico, sul mistero e sul non detto.

Il salto costante però tra la casa di famiglia, in cui sono rimasti mamma e figlio, e quella nelle foreste irlandese, in cui si trovano i due protagonisti, avviene troppo spesso – e spesso inutilmente – affinché si possa ottenere l’effetto sperato sullo spettatore.

Metafora di un esilio

Ronan Day-Lewis e il direttore della fotografia Ben Fordesman lavorano efficacemente per dare ad Anemone un aspetto minaccioso, ma spesso il film assomiglia più a un videoclip musicale pensato per accompagnare la stridente colonna sonora rock nu metal composta (magistralmente) da The Haxan Cloak che a un film coerente con le sue scelte estetiche.

Enormi pesci e creature eteree ultraterrene si materializzano dall’oscurità e contribuiscono a creare uno stile visivo sorprendente, ma gli svolazzi espressionistici sono più sconcertanti che effettivamente utili alla narrazione, che avrebbe paradossalmente giovato di un maggiore minimalismo.

La cosa più interessante di tutto il film, alla fine, è proprio il coinvolgimento (lo ripetiamo, non solo come attore) di Daniel Day-Lewsis. In qualche modo Anemone sembra essere consapevole della sua ineguagliabile forza espressiva così come del pericolo che questa inghiotta tutto il resto e monopolizzi la scena in maniera tirannica.

E finisce così per raccontare anche del perché l’attore abbia deciso (per ben due volte) di ritirarsi dalle scene per prendersi delle lunghe pause e del perché questo probabilmente accadrà di nuovo.

Vivere nel mondo reale richiede molto al personaggio di Ray, così come lo sforzo attoriale sembra richiedere molto all’attore che lo interpreta, anche per il metodo che adotta per calarsi nei diversi ruoli e per la sua totale abnegazione verso di essi.

Quando lo osserviamo recitare i suoi lunghi monologhi sulla morte e sulla violenza, ne percepiamo la fatica e il dolore. C’è voluto il figlio, con questo suo film, a convincerlo ad uscire dal suo esilio auto-imposto. Ed è proprio questa, in fondo, la trama di Anemone.

Davide Sette
Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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