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Good Boy, l’apertura di Alice nella Città è un horror unico nel suo genere

Good Boy ha aperto sorprendentemente l’edizione 2025 di Alice nella città, accompagnato dal regista Ben Leonberg, al suo debutto nel lungometraggio.Scelto come film di apertura di Alice nella Città 2025, Good Boy è un’opera assolutamente unica e memorabile. Il motivo è semplice ma non banale: si tratta di un horror sviluppato attraverso il punto di vista di un cane. Al suo splendido debutto in cabina di regia, Ben Leonberg confeziona un film di genere a tutti gli effetti, che gioca alla perfezione con gli elementi tipici e sfrutta l’atmosfera di una casa di campagna infestata.

Di cosa parla Good Boy

Al centro del racconto ci sono Indy (interpretato dal vero cucciolo del regista) e il suo padrone Todd – di cui non vedremo mai il volto se non sul finale e con un motivo preciso – inseparabili e affezionati. Quando l’uomo si ammala, il cane non lascia mai il suo fianco, proprio perché il loro è un legame che va oltre qualsiasi tipo di difficoltà e di distanza. Dopo essersi rimesso in forze, Todd decide di allontanarsi da New York e di andare a trascorrere del tempo nello chalet del nonno, nel bel mezzo del nulla. Peccato si creda che quella sia una casa infestata: il primo a rendersene conto è lo stesso Indy, che fiuta e avverte delle presenze minacciose.Nonostante Vera, la sorella, tenti di convincerlo a tornare, ricordando che persino il nonno è scomparso misteriosamente lì, Todd non vuole saperne di cambiare idea. Man mano che le giornate passano, strani rumori e apparizioni tengono sveglio Indy, mentre la malattia del padrone sembra riaffacciarsi all’orizzonte, accompagnata da momenti di irascibilità e violenza.

L’orrore ad altezza di cane

Good Boy parte da una base solida, intelligente e originale. Se il genere horror si presta bene a rivisitazioni ed esperimenti vari, stavolta ci troviamo dinanzi a qualcosa di diverso. Leonberg immagina una storia di fantasmi e misteri ad altezza di cane. La prospettiva di Indy guida la macchina da presa e, con essa, lo sguardo dello spettatore, che si trova inaspettatamente limitato in quanto ad ampiezza. Il non sapere cosa c’è intorno e da dove potrebbe comparire la prossima minaccia fa parte del gioco, ma qui è ovviamente esaltato dall’avere altri tipi di abilità, come vedere al buio, fiutare a distanza, carpire anche il più impercettibile suono. Ed è proprio su questi elementi che punta il cineasta, andando ad accrescere la suspence e l’attesa. Per quanto preparati si possa pensare di essere, almeno un paio di jumpscare sono ben piazzati.A ciò si aggiunge, come è giusto che sia, l’atmosfera circostante, caratterizzata dalla nebbia, dall’oscurità, dalla pioggia battente con tanto di tuoni e fulmini. Costretti – nostro malgrado ma con estremo piacere – a entrare nella pelle di un cane, proviamo sensazioni nuove, potenti e talvolta illuminanti. A livello registico, Leonberg passa in rassegna tutto il repertorio, dimostrando di conoscere e apprezzare la materia, cosicché nessun amante del genere potrà rimanere insoddisfatto. Inoltre ha la possibilità di condividere il set con il suo migliore amico a quattro zampe, protagonista indiscusso e adorabile  al quale ci si affeziona al minuto zero.Ma la cosa che davvero sconvolge e conquista, è l’accostamento, forse inconscio ma comunque pregnante, tra la malattia e l’effetto che essa può avere su chi resta. Come se tutto l’orrore che Indy prova e percepisce sia solo frutto della paura di perdere il suo padrone.

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